“Cult&Info” «Io, colf tra sospetti, miseria e roulette della Bossi-Fini»

08/09/2006
    venerd� 8 settembre 2006

    Pagina 10 – Interni

      �Io, colf tra sospetti, miseria
      e roulette della Bossi-Fini�

        Ketty, in un libro la fuga dall’Ecuador: �Ora accudisco
        una bimba, ma col frigo pieno non � un problema… �

          di Kathiusca Alejandra Toala Olivares*

            ROMA, QUATTRO LETTERE, UN NOME. Io non sapevo nemmeno dove era, cosa fosse l’Italia, figuriamoci Roma. Al mio Paese, l’Ecuador, quando si sogna di fuggire si sognano gli Stati Uniti, non certo l’Italia. Di questo Paese sapevo solo che era il posto lontano dove erano andate una alla volte le mie zie, le mie cugine e mia sorella per scappare dalla miseria da cui eravamo tutte imprigionate. Un posto dove puoi lavorare per mandare soldi a casa e vivere per te stessa. Io fui l’ultima ad arrivare; era il 2002. Ci misi tanto a decidere, forse non fui nemmeno io a decidere. Ero arrivata a un punto pericoloso della mia vita, vicina al non ritorno dall’inferno. Quattro figli da mantenere, un non-compagno non-marito violento che mi stava uccidendo piano piano, fisicamente, perch� moralmente l’aveva gi� fatto tante volte. (…) Mi ritrovai su un aereo, con un biglietto, un debito economico enorme e una valigia senza spago. (…) Arrivai una domenica mattina, non ricordo nemmeno se c’era il sole o faceva freddo: per me fece freddo ancora per molti mesi, anche in piena estate. Era marzo e all’aeroporto c’erano tutti i miei parenti. Mi presero per mano come si fa con i bambini e cominciarono a spiegarmi. Io mi tenevo stretta la mia valigia, ma non per paura che me la rubassero: era il mio cordone ombelicale, la mia compagna di viaggio e di speranza di rinascita. Mi dissero che avevano la giornata di libert� ma non potevano condurmi a casa perch� non si poteva rientrare e stare al sole prima del ritorno dei signori presso cui lavoravano: quindi saremmo dovute restare in giro fino alla sera, portandomi appresso la mia valigia.

            (…) Fu una mia zia la pi� anziana del gruppo, a chiedermi quanti soldi avessi con me. �Cinquanta dollari�, risposi, era tutto quello che avevo nel passaporto. Mi mise in mano un foglio da dieci, �euro� mi disse, �questa � la moneta. Ho avuto il permesso di farti dormire da me per due notti. Mercoled� comincerai a lavorare dalla famiglia che ti abbiamo trovato. Ma in questi due giorni non potrai stare in casa, Katty; dovrai prendere l’autobus e andare da sola. Prima a conoscere la signora dove lavorerai, poi potrai fare quello che vuoi ma non tornare prima delle otto. E stai attenta agli uomini, specialmente agli italiani�.

            (…) La mia valigia si svuot� presto delle poche cose che avevo portato e cominci� a riempirsi di nuove situazioni; di piccole fotografie e ancor pi� di piccole conquiste. Ricordo di averla riempita di parole prima di tutto: romane pi� che italiane. A�, ma ‘nd� vai, ammazza che ber culo. Per noi straniere, peggio se giovani, era un prezzo obbligato da pagare. L’essere cose prima che persone. Mi vergognavo sinceramente ogni volta, e ci stavo male: non capivo perch� quando ti offrivano un caff� e tu magari per non morire di solitudine accettavi, non potevano fare a meno di cominciare a toccarti prima una spalla, poi un braccio, poi magari anche la gamba finch� non li fermavi e allora diventavano sgarbati, maleducati.

            (…) Dopo la lingua e le parole, la mia valigia fu anche una sfida con la cucina. Io lavoravo a pieno orario presso una famiglia. Avevano una bambina che dovevo accudire e una casa da governare, quindi pranzi e cene da preparare. La cosa non mi spaventava: ne avevo accuditi quattro di figli, spesso senza avere niente da mangiare: qui avevo il frigorifero pieno, nessun problema, e bastava mi facessi vedere sempre occupata. Ma che ne sapevo io della cucina italiana? I bucatini all’amatriciana erano facili da preparare ma in Ecuador la pasta quasi non si usa, molto pi� il riso. Non la scorder� mai la faccia della signora quando vide che, invece di metterli nell’acqua, li misi crudi direttamente nella padella col sugo…

            (…) Un giorno ero con mia cugina, una signora un po’ anziana nella penombra ci avvicin� dicendo: �Scusatemi, non sono pratica di questa zona, ma dove si va per piazza Euclide?�. Mia cugina stava lanciandosi nella solita formula �Siamo dell’Ecuador, ci scusi, non sappiamo�, quando la fermai. Il giorno prima il signore presso cui lavoravo mi aveva mandato a ritirare alcune analisi proprio in un laboratorio vicino piazza Euclide. Le spiegai per filo e per segno muovendo le braccia proprio come facevano i romani a cui chiedevo io informazioni. La signora, rassicurata, ringrazi� e se ne and� verso Euclide. Mia cugina mi guardava perplessa: io mi sentivo orgogliosa di me stessa e cominciavo a prenderci gusto. La mia valigia cominciava a essere sempre pi� piena, ordinata e senza pesi inutili.

            Ma una valigia che si rispetti porta con s� anche qualche maquillage per l’anima. Alle volte mi sentivo come un clown: dovevo truccarmi per nascondere le cicatrici e regalare un sorriso a chi di me conosceva solo l’involucro esterno.

            (…) Io come tutti ho avuto qualche problema piccolo, qualche problema grande, ma devo dire che nella mia valigia non ha trovato posto il razzismo. A volte mi hanno trattato con sospetto perch� straniera, altre volte con commiserazione perch� povera, qualche idiota ha cercato di approfittarsi, e quelle volte che � successo forse le ho rimosse. Preferisco ricordare la cortesia di chi negli uffici cercava di aiutarmi a raccapezzarmi tra le pastoie della burocrazia per ottenere il tanto sospirato permesso di soggiorno.

            (…) Fu una mattina all’improvviso, mi alzai e la trovai l�: mi guardava pur senza avere gli occhi. Le mandai un sorriso che non mi ricambi� e mai avrebbe potuto: la carezzai dolcemente, come si fa con una persona cara. Andai all’aeroporto. La sollevai e la poggiai lentamente sulla bilancia. L’impiegato la mise sul nastro che la ingoi� velocemente. Chiusi gli occhi e sentii il rombo di un aereo in lontananza. Dopo quattro anni lei era tornata da dove era venuta, io potevo restare; il mio viaggio era finito, il suo appena cominciato. �Tenetela cara, figli miei�, fu l’unica cosa che scrissi nel biglietto che l’accompagnava.

          * tratto dal racconto
          �La valigia e la speranza�