“Cult&Info” In nome della legge. La mia

14/11/2005
    lunedì 14 novembre 2005

    Pagina 6 – Politica

    DOPO LE PROTESTE ANTI-TAV E IL CASO COFFERATI DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI LEGALITÀ

      In nome della legge
      La mia

      inchiesta
      LUIGI LA SPINA

        ALCUNE parole cavalcano le onde. Guizzano sulla cresta con un inarrestabile crescendo e poi ricadono nel cavo di colpo, senza apparente motivo. Una di queste è lo slogan della «legalità», parola d’ordine, oltre 10 anni fa, nella mitica stagione di «Mani pulite» e, in seguito, oscurata sia dalle macchie di abuso nella sua pratica sia dal ritorno, più o meno sotterraneo, delle vecchie abitudini di corruttela pubblica e privata. Ora sembra risorta sulle labbra di sindaci, come Sergio Cofferati a Bologna, che cercano di coniugarla faticosamente con un’altra parola ondivaga come solidarietà. O su quelle del presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, che vorrebbe invece ergerla come confine tra interessi di parte e interessi generali nello scontro per l’Alta velocità in Valsusa. Ma l’eco di quella parola, legalità, più veloce del futuribile treno, rimbalza proprio da Parigi, sul volto duro di «Sarkò», ministro della legge e dell’ordine perduti tra le banlieu dei giovani immigrati.

        Le nuove paure
        Già, gli immigrati e i giovani. Sono soprattutto loro che alimentano le nuove paure di quello che una volta si definiva il cittadino medio, caricatura di quel «borghese piccolo piccolo» della più straordinaria maschera italiana, quella di Alberto Sordi e che, adesso, non si nasconde più in mezzo alla nostra società, ha dismesso i modesti panni della sua classe, per troneggiare, sempre in primo piano, negli sfoghi tribunizi della tv, nelle proteste di piazza e, persino, negli sberleffi, a dito medio alzato, davanti a Montecitorio. Timori, perciò, che scappano dalle borse strappate e dalle serrature violate, simboli dissacrati di un perimetro di sicurezza ormai indifendibile, ma che dilagano sul posto di lavoro succhiato da una concorrenza nuova e irresistibile, sul letto conteso in un ospedale, sulla lista dei pretendenti all’asilo per i figli. Insicurezze alimentate dal bullismo nello scuole, dall’arroganza di chiunque sta dietro a uno sportello, dal quotidiano «ok corral» per il parcheggio. Ecco l’appello alla «legalità», passe-partout per la rassicurazione del cittadino, ghiotta occasione di promesse elettorali per il politico, di allargamento del potere di magistrati, di consenso a buon mercato per gli amministratori pubblici. Ma che cosa si nasconde dietro la lusinga di quella parola, che fa rima con onestà, che si può confondere addirittura con la giustizia, che può litigare con la solidarietà e, qualche volta, anche con la democrazia?

        Confusione delle lingue
        «Bisogna mettere ordine nella confusione delle lingue e nel gioco degli interessi» premette Carlo Federico Grosso, giurista e penalista di fama, il quale ci aiuta a strappare i primi veli dall’onusta riverenza di questa parola. «Legalità, per un giuspositivista come me, è conformità alla legge. Rispettare una legge che si ritiene ingiusta è l’unico modo di rispettare la legalità. In democrazia, si può e si deve combattere una legge ingiusta attraverso la battaglia politica, non attraverso l’illegalità». Una posizione apparentemente rigida quella di Grosso, ma che si stempera nella presa d’atto di una realtà complicata, se egli considera le illegalità di massa, come quelle compiute, ad esempio, dai protestatari della Valsusa, o quelle, molto più generali, dai rivoltosi delle periferie francesi, risolvibili solo con la mediazione politica. Davanti allo scontro tra interessi collettivi e interessi particolari, Grosso, però, avverte «la pericolosità, per le sorti di un Paese dell’allentamento del senso dello Stato costituito dal prevalere del veto di gruppi sociali e di corporazioni sugli obiettivi generali della nazione».

        La legalità contrapposta
        Diversa la sensibilità giuridica di Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, del resto rintracciabile persino dal titolo del suo libro forse più famoso, «Il diritto mite»: «Oggi vediamo spesso la legalità posposta o contrapposta a esigenze ritenute più urgenti, come la forza o il consenso popolare con rischi di un peronismo o populismo, questo sì veramente definibile come giustizialista. O una legalità selettiva, applicata solo per alcuni, come, ad esempio, gli immigrati. Ma la legalità spesso si intreccia con la politica e, qualche volta, l’interesse generale può rappresentare lo scudo di un interesse forte che colpisce un anello debole della catena sociale. Il solo appello al principio di maggioranza non basta quando si tocca la sfera dei sentimenti più intimi delle persone, come il rapporto con la terra in cui vivono, terra che, per gli altri, è semplicemente “territorio”».

        Zagrebelsky cita il caso dell’aborto come quello tipico dell’inapplicabilità di quella che chiama «una legge tagliente»: in certe occasioni ci vuole, a suo giudizio, «un compromesso pratico» in cui il diritto deve salvaguardare esigenze diverse, perfino contrapposte: «Insomma, un diritto non verticale, rigidamente deduttivo, ma, direi, orizzontale. Consono a una società pluralista come la nostra».

        Il male oscuro
        Visto che cos’è la legalità e come sia più facile invocarla che praticarla nell’Italia d’oggi, un’interessante recente indagine demoscopica ci aiuta a capire come sia cambiata, negli ultimi tempi, la sensibilità dei nostri concittadini sul tema della sicurezza. La ricerca, limitata al campione di Bologna e della sua provincia e svolta nell’estate di quest’anno, è però significativa, sia perché scava negli umori di una città alla ribalta nazionale per il «caso Cofferati», sia perché documenta con efficacia i dilemmi di una popolazione in maggioranza favorevole alla legalità, ma di sinistra, con un’immagine di apertura sociale e di tolleranza civile che forse non corrisponde più ai mutamenti avvenuti recentemente.

        Il sondaggio, infatti, è stato realizzato, con gli stessi metodi, nel 2003 e nel 2004 e quindi offre l’opportunità di valutare il cambiamento di quella «percezione della legalità» che costituisce il vero male oscuro del sentimento prevalente nell’animo degli italiani.

        I due grafici riportati, che sintetizzano i risultati dell’indagine illustrati in 25 pagine dai ricercatori del MeDeC, guidati dal sociologo Fausto Anderlini, sono di per sé eloquenti. Il brusco cambiamento di tendenza avvenuto nel 2005, al di là di qualche reazione emotiva dovuta a fatti di cronaca avvenuti a Bologna ai tempi del sondaggio, documenta uno spostamento significativo degli umori cittadini verso quella percentuale di bolognesi definita dai sondaggisti «con atteggiamento di legge e ordine».

        Se si collega questo dato a un altro, che registra, sul giudizio a proposito della qualità della vita in città, un transito del 10% degli intervistati dalla posizione di «soddisfazione» a quella di «disagio», l’impressione viene rafforzata. Significativa, anche perché si parla di Bologna, è, poi, la «scala della legalità» degli abitanti del capoluogo emiliano. Due sono le considerazioni fondamentali: lo schiacciamento di tutti i punteggi verso l’alto, sintomo del prevalere di un atteggiamento di intransigenza verso l’illegalità, anche quella non grave. L’inserimento di reati come quello di «imbrattare i muri e danneggiare il patrimonio pubblico» tra gli altamente censurati con la collegata considerazione che il cosiddetto «mendacio e accattonaggio» viene giudicato molto a ridosso dei crimini più gravi.

        Da prefetto a sindaco
        Un allarme sul ritardo con il quale la nostra classe dirigente si è accorta di questi spostamenti della sensibilità degli italiani a proposito della percezione della legalità viene dal sociologo che forse si è dedicato con maggior assiduità a studiare il tema, Maurizio Barbagli. «Dipende dalla nostra storia – osserva – che, al contrario di altri Paesi europei come la Francia e la Germania, ha fatto puntare l’attenzione di politici, magistrati e opinione pubblica più sulla mafia e sul terrorismo e meno sui problemi derivanti dall’immigrazione e dalla microcriminalità». Barbagli spiega l’acuita vigilanza dei sindaci di alcune grandi città del Nord sul tema della legalità, con il cambiamento del loro ruolo nella concezione dei loro concittadini: da amministratori a tutori degli abitanti. «Così – conclude – si trovano in difficoltà, perché non hanno i mezzi di questori e prefetti, ma la gente addossa a loro la responsabilità della sicurezza in città». Un’osservazione interessante che, tra l’altro, potrebbe spiegare, almeno in parte, la scelta di un prefetto come Bruno Ferrante, a Milano, quale candidato sindaco del centrosinistra.

        Più scettico sullo slogan della legalità riscoperto dalla classe politica italiana si mostra il gran patron del Censis, Giuseppe De Rita. «La parola – spiega – viene usata spesso come strumento di potere. Avviene ai tempi di Di Pietro, come ai tempi di Cofferati». De Rita suggerisce cautela anche nei casi di conflitto tra interessi generali e quelli settoriali o locali: «La politica si ricorda dell’interesse generale solo quando gli fa comodo. Ricordiamoci che la gelosia del territorio ha come contraltare il valore della coesione sociale, unica strada per l’integrazione».

        Al di là degli aspetti beceri ed egoistici del localismo, sostiene infatti De Rita, «la strada italiana dell’integrazione degli immigrati, un modello che ancora non è stato individuato in Italia, potrebbe passare proprio dalla difesa delle varie identità territoriali del nostro Paese, economiche, culturali, sociali. Al loro interno, come hanno dimostrato i distretti, è più facile attutire i conflitti derivanti dall’immigrazione».

        Primo, educare
        L’educazione alla legalità evidentemente si rivolge soprattutto ai giovani. Un tema delicato e difficile sul quale si agitano molti luoghi comuni, si esercitano in tv brillanti divulgatori, si dispensano sentenze e consigli prêt-à-porter. Chi, invece, si batte tutti i giorni su questo doloroso confine del rispetto della legge nel mondo dei nostri ragazzi appare meno prodigo di ricette semplici.

        Il presidente del tribunale dei minori a Torino, Giulia De Marco, si limita ad osservare che «il senso del dovere, oltre a quello del diritto, può crescere solo se si possiede una scala di valori e gli adolescenti, oggi, ne hanno pochi. Gli ideali, pur presenti in molti casi, non sono capaci di fare i conti con il reale e i desideri con i limiti. Il risultato sfocia spesso in una duplice strada: o la depressione o il ribellismo, il bullismo».

        Simile è l’analisi della sua collega a Milano, Livia Pomodoro, che comincia con un’avvertenza generale: «I nostri figli non vivono in un mondo separato da quello degli adulti: in una società che non esprime adesione concreta alla legalità come possiamo pretenderla dai giovani? Il messaggio mediatico è sempre uno solo: raggiungere la strada più veloce per il successo, a qualsiasi costo, è giusto, è facile, è alla portata di tutti. Me ne accorgo quando vado, assieme ai miei colleghi nelle scuole, per far lezione di legalità e scopro che, su questo punto, il rapporto docenti-famiglie spesso non funziona assolutamente. Ma le sembra giusto che questo lavoro, poi, debbano farlo i magistrati nelle scuole italiane?».

          Chi ci va spesso nelle scuole e nelle piazze, specie del Sud, a far lezione di legalità è una strana figura di prete torinese, don Luigi Ciotti, un uomo controverso, amato da molti, in sospetto da alcuni, rispettato da tutti per la generosità del suo impegno sociale rivolto in particolar modo alla condizione giovanile. «Bisogna stare attenti, innanzi tutto all’inganno delle parole come legalità, giustizia, diritti, rispetto delle regole», avverte subito Ciotti. «Valgono per tutti – continua – e non se ne può far un uso selettivo, per censo, categoria sociale o argomento. L’esempio è fondamentale e chi ha una funzione pubblica, politico, magistrato, amministratore, giornalista ha una doppia responsabilità, davanti alla propria coscienza e davanti all’intera collettività. La legalità non dev’essere considerato un obiettivo, ma uno strumento per raggiungere quello vero, la giustizia».
          Le parole di un prete, anche quelle di un prete un po’ sui generis come lui, sono spesso belle da ascoltare, ma complicate e magari pure vaghe da mettere in pratica. Luigi, come preferisce farsi chiamare, sorride: «No, è semplice: i ragazzi sono vittime di un messaggio culturale che punta all’apparire, al possedere, a esseri forti e belli. Bisogna battersi contro questo mondo di plastica» Semplice, come no?