“Cult&Info” «Il sogno della Nissan a Arese» (P.Ichino)

27/10/2005
    mercoledì 26 ottobre 2005

      Pagina 31 Economia

      dal Libro

        «Il sogno della Nissan a Arese e
        quei negoziati senza futuro»

          Pietro Ichino

            Cinque anni fa i giornali diedero due notizie nel giro di pochi giorni: quella della decisione della Fiat di chiudere lo stabilimento dell’ Alfa Romeo di Arese e quella che la giapponese Nissan cercava in Europa un sito dove dislocare la produzione del suo nuovo modello Micra per il mercato comunitario. Per quell’ importante insediamento industriale si candidarono, oltre al sito inglese di Sunderland dove già la Nissan si era stabilita da tre lustri, un sito spagnolo e uno francese; non si candidò Arese, dove pure in quel momento duemila lavoratori del settore dell’ auto stavano perdendo il lavoro. Perché questa rinuncia?

            La gara venne vinta dalla Gran Bretagna. Bassi stipendi? Lavoro precario? Niente affatto: nello stabilimento inglese scelto dalla Nissan il lavoro è retribuito il doppio di quello dei metalmeccanici italiani, è sicuro e altamente qualificato. Ma è regolato da un accordo sindacale che sarebbe incompatibile con il contratto collettivo italiano di settore. Così, mentre all’ Alfa di Arese i lavoratori restano in cassa integrazione per anni e il nostro sindacato vagheggia un impossibile intervento pubblico che consenta di non mettere in discussione nulla del vecchio modello di relazioni industriali, il sindacato inglese può negoziare a tutto campo e sottoscrivere una scommessa comune con l’ investitore straniero. Perché neppure uno dei cinque sindacati presenti all’ Alfa di Arese, tre confederali e due autonomi, ha proposto di sperimentare un assetto dei rapporti di lavoro diverso rispetto a quello dominante nel settore, che consentisse l’ accordo con l’ investitore straniero?

            Per alcuni aspetti analoga a quella dello stabilimento inglese della Nissan è la vicenda dello stabilimento Saturn della General Motors di Spring Hill nel Tennessee: ottomila posti di lavoro creati mediante una scommessa comune tra sindacato e impresa, per produrre automobili capaci di battere la concorrenza giapponese. Anche quella una scommessa largamente vinta, almeno per i lavoratori e il loro sindacato; e anche quella nata con un accordo aziendale rivoluzionario. Deve darci da pensare che né l’ uno né l’ altro dei contratti collettivi aziendali utilizzati per il decollo e lo svolgimento di quelle due esperienze avrebbe potuto essere stipulato in Italia: non tanto per l’ assenza, da noi, di un sindacato disposto a stipulare contratti di quel genere, quanto per gli ostacoli di ordine istituzionale e culturale che lo avrebbero impedito (…). Perché il sistema italiano è strutturato in modo da ostacolare la scommessa comune tra lavoratori e imprenditore? (…)

            Due anni fa, nel momento più aspro della vertenza per il rinnovo del contratto collettivo dei metalmeccanici italiani, si è appreso del nuovo accordo-quadro per l’ industria automobilistica statunitense stipulato con le big three Chrysler, Ford e General Motors da un sindacato, la United Auto Workers, nel quale ormai l’ approccio cooperativo prevaleva nettamente su quello conflittuale. Là il sindacato stipulava un accordo di portata nazionale tutto rivolto al futuro, agli obiettivi da raggiungere, alle condizioni per riuscirci, al modo in cui spartire i frutti quando gli obiettivi fossero stati raggiunti; qui da noi, invece, la discussione tra le parti era tutta rivolta al passato: quanta parte delle retribuzioni fosse stata erosa dall’ inflazione negli ultimi anni, di quanto esse dovessero essere aumentate per compensare quella perdita. E lo stesso sta accadendo oggi. Che cosa, in Italia, penalizza il sindacato che negozia il contenuto del nuovo contratto «guardando avanti», al punto che qui quel sindacato stenta addirittura a nascere? (…)

            Una questione anche più grave si pone per le relazioni sindacali nel comparto dei trasporti pubblici, dove – in Italia, caso unico al mondo per questo aspetto – ormai da decenni il conflitto è permanente, gli accordi sindacali vengono stipulati ogni volta con grande ritardo rispetto al periodo di tempo che essi dovrebbero regolare e non influiscono apprezzabilmente sullo stillicidio degli scioperi. (…) Nessuna delle due parti guadagna da questa costosissima degenerazione delle relazioni sindacali in uno dei settori-chiave del sistema. Come si spiega il fatto che non riusciamo a uscirne?