“Cult&Info” Il cinema scopre l’inferno del mobbing

03/02/2004


 in scena




03.02.2004
Il cinema scopre l’inferno del mobbing
«Mi piace lavorare» è il nuovo toccante film di Francesca Comencini. Va a Berlino, poi nelle sale
Gabriella Gallozzi

ROMA Risorse umane ci ha raccontato l’applicazione delle 35 ore in Francia. Ken Loach da anni ci descrive come cambia il mondo del lavoro, così come fa col suo cinema Robert Guédiguian. Lo spagnolo I lunedì al sole ci ha portato di recente nel dramma della disoccupazione. Il posto dell’anima di Riccardo Milani ha fatto altrettanto in chiave italiana come, in parte, anche Liberi di Gianluca Tavarelli. Ma mai fino ad oggi il cinema si è spinto in un territorio così cruciale e insidioso come quello del mobbing. A farlo adesso è Francesca Comencini con Mi piace lavorare, un film coraggioso, politico, forte che denuncia uno dei tanti sistemi di intimidazione sul lavoro, esemplare nel contribuire a rendere sempre più precario e incerto l’impiego.
Selezionato al festival di Berlino – passa nella sezione Panorama l’11 febbraio -Mi piace lavorare arriverà nelle nostre sale il 13 febbraio, distribuito dalla Bim. Al centro del racconto è Anna, interpretata da una sorprendente Nicoletta Braschi, contabile da anni in un’azienda. Separata dal marito, con una figlia da crescere e un padre malato, la donna è tutelata dal diritto del lavoro di fronte alle minacce di trasferimento che si prospettano quando la società viene acquistata da una multinazionale, pronta ad ottimizzare e spingere al massimo sulla flessibilità. Ma è proprio perché la legge è dalla parte di lei che scatta il mobbing, quello cosiddetto «strategico», pensato a tavolino per portare alle dimissioni il dipendente in esubero. Ecco allora che Anna, impiegata di terzo livello da 15 anni nel reparto contabilità, viene retrocessa via via a mansioni sempre più avvilenti, fino a fare il cane da guardia tra gli operai del magazzino che l’accusano di essere una spia. Il tutto nell’indifferenza dei colleghi che, anzi, partecipano all’esclusione totale di Anna da ogni relazione
umana. Il risultato sarà la malattia, la depressione e la lettera di dimissioni che puntualmente le viene messa sotto il naso dal
responsabile del personale. «Le abbiamo offerto già molte possibilità – dice il dirigente – ma come vede lei è incompatibile con la nostra azienda. Le conviene firmare le dimissioni perché se pensa di restare e assicuro che diventeremo molto cattivi». Anna non cederà e il riscatto alle umiliazioni arriverà con la vittoria della causa per mobbing.
Questo nel film. Nella realtà non sempre è così facile, racconta la stessa regista. «Per vincere la causa devi riuscire a rimanere nel tuo posto di lavoro, continuando cioè a subire le umiliazioni tutti i giorni.
Per cui spesso ci si accorda prima, senza arrivare alla causa». Anche perché chi è colpito dal mobbing, prosegue Francesca Comencini, «arriva ad un livello di grave debolezza emotiva per cui pensa sempre
di essere colpevole. Le donne, poi, sono le più vulnerabili. Soprattutto quelle sole, con i figli. Devono pagare sempre un prezzo
più alto». E anche fare il film non è stato facile. C’è voluta, infatti, tutta la caparbietà di Francesca Comencini perché il progetto, nato completamente «autarchico», trovasse poi il sostegno della Bianca
film di Donatella Botti e ancora di RaiCinema. Incuriosita da un servizio trasmesso da Arte, Francesca Comencini si è rivolta ad uno sportello anti-mobbing della Cgil a Roma per capirne di più. Lì, con
l’aiuto di Luca Bigazzi, direttore della fotografia già suo «complice» del toccante Carlo Giuliani, ragazzo, ha intervistato una serie di lavoratori «mobizzati», soprattutto donne. Quel materiale è diventato un documentario per la Cgil, ma soprattutto la spinta per fare un film che approfondisse l’argomento. «Dopo aver ascoltato tutte quelle storie, di cui certe davvero drammatiche, volevo fare il film per testimoniare – racconta la regista – e non volevo aspettare i tempi delle reti televisive. Così sono andata avanti grazie anche al sostegno del sindacato».
La Cgil, infatti, come dice Francesca Comencini è stata il vero «cast director» del film. A parte Nicoletta Braschi nel ruolo della protagonista, tutti gli interpreti non sono attori professionisti, ma
lavoratori che, attraverso la Cgil, si sono offerti spontaneamente. Una sorta di grande lavoro di gruppo al quale tutti si sono uniti gratuitamente. Da Luca Bigazzi che firma la fotografia, a Massimo Fiocchi che ha realizzato il montaggio, alla sorella Paola Comencini, la scenografa. Fino agli stessi consulenti per la sceneggiatura Assunta
Cestaro e Daniele Ranieri, rispettivamente avvocato del lavoro e sindacalista della Cgil.
Nicoletta Braschi, dal canto suo, dice di aver accettato di getto il suo ruolo perché ha amato molto Carlo Giuliani, ragazzo. E si mostra, inoltre ferratissima sull’etimologia dell’espressione mobbing: «Il termine – spiega – viene da “mob”, folla, e il verbo “to mob” nel senso di affollarsi intorno a qualcuno e accerchiare fu usato per la prima volta da Konrad Lorentz, non a caso in ambito etologico, nel 1966. Solo molti anni più tardi un altro studioso, Leiman, lo userà nell’accezione che conosciamo oggi». Nel cast, poi, c’è pure la
figlia undicenne di Francesca Comencini – nei panni della figlia di Anna -, oltre a lei stessa in un breve cammeo: «Non l’ho fatto per vanità – sottolinea la regista – ma semplicemente perché non avevamo più interpreti a disposizione: abbiamo coinvolto tutti, i miei amici, quelli di Nicoletta. Tutto, ovviamente, per contenere i costi al
massimo. Siamo riusciti a stare in 300mila euro, cioè a fare un film estremamente povero». Povero, ma assolutamente rigoroso che la stessa regista si augura possa essere visto soprattutto da chi la drammatica esperienza del mobbing l’ha vissuta sulla sua pelle.