“Cult&Info” Giubbotti e salopette? Si troveranno in vendita dal ferramenta

02/11/2004

              domenica 31 ottobre 2004

              L’iniziativa del gruppo fiorentino A Moda, che ha firmato un accordo per la produzione e la distribuzione dei capi da lavoro americani Smith’s (sempre uguali dal 1906)

              Giubbotti e salopette? Si troveranno in vendita dal ferramenta
              Gianluca Lo Vetro

                FIRENZE La moda va dal ferramenta. Sembra quasi una battuta sulla crisi di un settore che avrebbe certamente bisogno di perni e puntelli, ma è un’interessante iniziativa sperimentale che parte da Firenze, dal gruppo A Moda di Alessandro Bastagli.

                Già produttrice di marchi “fuori dalle mode” come Everlast e Alpha, questa realtà con un organico di 50 persone, un indotto di 150 unità lavorative e un fatturato di 20 milioni e 150mila euro in crescita del 30%, ha appena siglato un accordo per produrre e distribuire i capi da lavoro americani Smith’s. Sono pantaloni, giacconi e t-shirt che si producono a Brooklyn dal 1906 e che hanno fatto storia in una fotografia-icona nella quale un gruppo di muratori consuma la pausa pranzo nel vuoto: sull’impalcatura di un grattacielo in costruzione, nella fattispecie il Rockfeller Center. Scarpe da lavoro, tute, pantaloni e giacconi saranno prodotti in Italia ed entreranno in commercio nel settembre del prossimo anno. Parte della produzione sarà effettuata da una cooperativa di Reggio Emilia.

                Per gestire il recupero e il rilancio di giubbotti robusti, salopette indistruttibili e braghe multitasche, Bastagli ha chiamato al suo fianco come partner e product manager, Paolo Borgomanero, inventore di casi dello stile come l’Acqua di Parma. E infatti questo esploratore di percorsi alternativi ha pensato bene di mettere in vendita i capi Smith’s America nei negozi di ferramenta, anziché nelle boutique del centro. Dove peraltro imperversano capi da lavoro e jeans usurati ad arte. Ritrovata coerenza tra il punto vendita e il prodotto? «Più che altro, – replica Borgomanero – una scelta per cercare una soluzione alle controindicazioni delle mega boutique nelle vie del lusso». «Quando a Milano la sola buona uscita da un negozio di via Montenapoleone supera il valore dell’immobile – aggiunge Bastagli -, significa che qualcosa non funziona e che i costi di immagine gravano eccessivamente sul prezzo finale al pubblico». C’è di più. «I capi Smith’s – prosegue Borgomanero – sono sempre gli stessi da un secolo, non seguono le mode, quindi non vanno in saldo alla metà del prezzo tre mesi dopo il loro lancio, né finiscono a prezzi stracciati negli outlet». La continuità di questi prodotti solleva inoltre i negozianti dai problemi delle rimanenze in magazzino e dei tempi di consegna. I prezzi di questi capi – poche decine di euro, anche perché nelle ferramenta il ricarico è al massimo del 40% – rispettano la filosofia secolare del marchio («il miglior abbigliamento che il danaro possa comprare») in un momento in cui le grandi firme offrono a cifre stratosferiche uno stile finto povero fatto di toppe e strappi.

                Insomma, alla resa dei conti la scelta di portare la moda tra chiodi e bulloni, risulta una critica lucida e feroce ad un sistema dello stile fossilizzato su strategie e rituali al capolinea. In quest’ottica l’attuale crisi della moda strutturale e non congiunturale, assume tutt’altri contorni: positivi perché esistono vie d’uscita (basta cercarle e saperle individuare), ma al tempo stesso negativi. Perché i più sembrano insistere sui vecchi percorsi. Tanto che nelle vie del centro i templi scintillanti dello shopping paiono destinati a diventare mausolei. Se non monumenti ai “caduti del lusso”.