“Cult&Info” Fiction: Io lavoro al bar di un albergo in crisi

09/03/2004

  spettacolo


martedì 9 marzo 2004

FICTION

Raitre segna un altro gol: con «Hotel Helvetia», iniziato ieri, prosegue la strada della docu-fiction, a cavallo tra realtà documentaria e finzione cinematografica. Attori di strada, sudore vero, situazioni vere: tra le stanze e le cucine di un albergo romagnolo.
Io lavoro al bar di un albergo in crisi
Silvia Garambois
La realtà in televisione ormai è condannata a chiamarsi «reality»: è
quella dei prigionieri del Grande Fratello, dei famosi sull’Isola, della Talpa, persino delle «giornate particolari» di Milly Carlucci. E non è finita qui: siamo in vibrante attesa dello scambio di case e dello scambio di mogli annunciate da Sky e dalle reti Mediaset! Insomma, una «realtà» che non c’è, tutta virtuale. Ma è attraverso questi programmi, un po’ varietà (l’Isola) – un po’ fiction (la Giornata particolare), che è stato imposto un nuovo genere: e il «reality» è diventato anche una nuova trappola per chi fa tv, un’etichetta da cui è difficile sfuggire e rischia di inglobare e schiacciare ogni esperienza anche innovativa (come il reality SuperSenior, firmato da Angelo Guglielmi per Raitre, che con la filosofia del Grande fratello non aveva nulla a che spartire…). Ieri sera è arrivato in tv (su Raitre, alle 23,30) Hotel Helvetia, di Maurizio Iannelli. Anche qui: non è proprio la realtà, ma ci va assai vicino. È la storia di un albergo in vendita e delle vicende di chi ci lavora; i protagonisti sono «veri», con i loro drammi quotidiani e la tensione per il lavoro; non sono neppure necessariamente belli, o simpatici, o fotogenici. Come definirlo? Per non cascare nella trivialità dei «reality» in onda, gli autori provano a definirla «docu-fiction», un termine nato in dotti convegni internazionali: ma – è evidente – non è un marchio di grande appeal contro le armate del Grande Fratello! La differenza sostanziale è che stavolta l’idea è proprio tutta italiana, e Raitre ci sta lavorando da anni: raccontare la vita. E non necessariamente la vita dei vip.
Su questa linea, nella scorsa stagione, è diventato un piccolo fenomeno (sempre a notte…) Residence Bastoggi, firmato ancora da Iannelli: una storia degli ultimi, di quelli delle borgate romane, di quelli che fanno dentro e fuori dal carcere, che hanno storie d’amore e vivo
no nella tensione perenne del conflitto tra guardie e ladri. È dal successo di quella soap di casa nostra che è nata la serie Il mestiere di vivere, che da ieri sera ha fatto tappa a Milano Marittima con la prima docu-fiction, Hotel Helvetia,di cui sono previste quattro puntate. I protagonisti di questa nuova storia sono i conduttori dell’hotel romagnolo, Mino e Antonella, ma il colpo di scena arriva
subito, perché il proprietario – il padre di lei – ha deciso di vendere. Una decisione che muta il clima e i rapporti umani anche con i dipendenti: si intreccia la storia dell’albergo a quella delle cameriere
che fanno la stagione, tre ragazze che arrivano dalla Campania, che tra loro parlano dialetto, Marianna (voce narrante dell’intera storia), e poi Tina e Maria, che sono sorelle. Rabbie antiche e nuove si intrecciano, Mino che perde l’entusiasmo, Marianna che vuole vendicarsi del padre che non ha mai conosciuto, Maria che non vuole sposare il suo promesso sposo, un ragazzo albanese che aiuta la sua famiglia nel lavoro di venditori ambulanti e che ha bisogno di essere messo «in regola».
La tensione, la rabbia, i momenti più drammatici (come l’incontro di Marianna con la mamma), sono vissuti sullo sfondo di una estate di allegria, sulla costa romagnola, a due passi dalla discoteca più «in» e dalla spiaggia alla moda, nel continuo confronto con altre due stagionali, due ragazze bresciane, che approfittano dell’estate di lavoro anche per divertirsi. Un pezzo di vita vera raccontato come una fiction, da non-attori che non hanno paura di mostrare occhiaie o sudore, con la telecamera che a volte sembra spiare in maniera indelicata nella vita della gente, e altre diventa invece lo strumento a cui confessare i tormenti. Il risultato è il capovolgimento dell’idea stessa di «reality»: non la tentazione di una realtà virtuale, ma il tentativo di piegare la vita ai ritmi del racconto televisivo. Ed è la soap, probabilmente, lo strumento più immediato per parlare di cose vere: così come avviene anche per Un posto al sole, dove la finzione si incontra con la realtà e persino con l’attualità.
Con Il mestiere di vivere Raitre propone in questa stagione una intera serie di storie rubate alla realtà. L’equilibrista, cinque puntate di Claudio Canepari, dedicate a Enrico Ghinazzi, in arte Pupo, e alla sua vicenda umana e professionale: l’idea iniziale era quella di seguire la sua storia, segnata in un periodo dai debiti di gioco, ne è uscito invece un quadro del suo paese nell’aretino, un racconto del quotidiano fatto di malinconia, rapporti umani, amicizie. Seguono O dietro palla o dietro porta, che in due puntate in cui Fabio Caramaschi racconta la storia della squadra Torre in Pietra di Roma,
la sua avventura calcistica ed anche umana: è anche la storia dei genitor-itifosi e soprattutto del mister, Clausio Maccarelli, ex rapinatore di banche che in campo gioca più di una sfida. Infine è annunciato Rebibbia, cinque puntate firmate ancora da Maurizio Iannelli, autore insieme a Paolo Santolini. Viene raccontata qui la quotidianità del carcere, fatta di infinite attese: quella per un permesso, per un colloquio con una persona amata, per la fine della pena. E la routine interrotta da una rappresentazione teatrale. È la finzione, stavolta, ad aiutare a costruire la realtà.