Cult&Info” Fantastico Celentano pieno di grazia

20/10/2005
    giovedì 20 ottobre 2005

    Pagina 8 Politica

    FENOMENOLOGIA DEL MOLLEGGIATO DAGLI ESORDI ALLA METAMORFOSI EVANGELICA E GIRARDIANA

      Fantastico Celentano pieno di grazia

        personaggio
        Paolo Martini

        Nella spasmodica attesa dello "Shock-politik" che scuoterà stasera la televisione italiana, qualcuno non ha dimenticato una scena particolare, di una notte d’inverno del 1995. E’ ospite in tv Marco Pannella, incalzato a «Linea Tre» da un’inconsueta Lucia Annunziata col vestito da guru maoista: sullo schermo appare Adriano Celentano, in collegamento dal suo studio a Galbiate. In pochi minuti, pause comprese, Celentano fa in tempo a scherzare sullo stile cinese della conduttrice, a litigare con Pannella (di cui pure aveva preso il testimone, a sorpresa, qualche mese prima, per l’appello finale a tribuna politica dei radicali) e, soprattutto, a non evadere la maliziosa domanda: «Allora, per chi voterebbe oggi?». La risposta, ormai sepolta nella memoria collettiva e forse persino negli archivi Rai, fu diretta: «Silvio Berlusconi».

          Ma c’è di più. Lo stesso Celentano che sembra oggi voler scardinare una volta per tutte il «regime mediatico» è, in fondo, quello che un po’ l’ha inventato. Lo teorizza da anni un intellettuale eclettico come Edmondo Berselli, il direttore del Mulino, che di recente ha anche ricordato la fulminante battuta dell’Avvocato Agnelli, alle prime uscite pubbliche di Berlusconi: «Mi sembra Celentano». Si riferiva, come poi gli studiosi hanno discettato, al Celentano dei monologhi e dei silenzi di «Fantastico», del lontano 1987-88. E’ perciò ancor più significativo che sia Celentano, oggi, a voler chiudere un’epoca guidando l’improbabile tele-rivolta. Sull’insospettabile Foglio di Giuliano Ferrara, l’americano Jeff Israely, corrispondente da Roma del settimanale Time, sintetizza così questa scelta artistica: «Tocca qualcosa che sta nel profondo del cuore della gente», «se è offeso dal tentativo di Berlusconi di sottrarre all’Italia la libertà di esprimersi».

            Questa è la storia di uno di noi, per davvero, e forse di un colossale fraintendimento politico collettivo. E il primo, e più strambo, degli equivoci è proprio quello di «Celentano di sinistra». Certo è facile cadere nell’inganno del neo-Adriano «Indiano», come da titolo del nuovo pezzo che gli ha cucito addosso Paolo Conte, e magari pure indiano metropolitano. Della rockstar di Galbiate, che dalla sua Villa dei 5 Laghi in località Campesone non dimentica i campesinos. Ai diseredati del Sudamerica è dedicata una nuova canzone inedita, incisa da Celentano in duetto non con Mina ma con Manu Chao, quello di "Clandestino", dei Mano Negra, dei centri sociali. Sognano addirittura di cantare insieme il nuovo brano di fronte al subcomandante Marcos, collegato in diretta da una località segreta del Messico, e Celentano pur di riuscirci si è rivolto per avere una mano persino a Massimo Moratti, suo amico personale.

              Ma quanto inganna, la prospettiva d’oggi di un Celentano zapatista, samarcandista, anarchico-situazionista. Diciotto anni fa, con il suo monologo anti-politico e contro la caccia svelò l’arcano del potere della televisione, e da sinistra lo massacrarono, ma solo Ermanno Olmi si sforzò di far capire semplicemente che lo straordinario di Celentano è che si offre come una perfetta immagine «all’italiano qualunque». E qualunquista, appunto, era l’epiteto meno pesante che si beccava dalla sinistra che ora lo considera un profeta. L’Unità, con tanto di titolo in prima pagina, ancora nell’aprile dell’88 strillava: «Torna Celentano. Da Fascista». E fa sorridere rileggerli ora, tutti insieme, certi commenti dell’intellighenzia progressista, raccolti nell’introvabile e ottimo «Questa è la storia…» di Aldo Fittante, biografia celentanesca pubblicata da il Castoro negli anni bui dell’emarginazione del fu Molleggiato. Per Camilla Cederna era solo «un caso demenziale», per Sergio Saviane «un sordomuto fintotonto, imbecille, col cervello pieno di segatura»: e citiamo solo i colleghi eccellenti che non possono più ricevere querela.

              Umberto Eco, che pensava ai telepredicatori americani, arrivò addirittura a scrivere, di sicuro per «celentaneggiare» anche lui: «Va in fumo il Concilio di Trento, se sulla rete carismatica della tv di Stato si pone un personaggio che mima alla perfezione le tecniche dei carismatici americani». Precisa l’intuizione del futuro direttore girotondista di «Micromega» Paolo Flores d’Arcais, che il 3 gennaio del 1988 sentenziò: «Celentano è un sintomo del peronismo strisciante che attraversa l’Italia». Ma corriamo avanti, e cerchiamo di capire com’è possibile che il cantante di «Chi non lavora non fa l’amore» si ritrovi ad un certo punto nei panni del rivoluzionario. Dopo quelle prediche a «Fantastico», e alcuni film flop, Celentano si ritrova emarginato, solo, forse anche depresso: c’è chi giura che si mise a studiare chimica per non impazzire.

              Lo ripescano, per due puntate di «Svalutation», quelli di Raitre gestione Angelo Guglielmi, e Celentano allestisce lo spettacolo kult di fine regime. Tangentopoli sta eplodendo e l’Italia è il paese dei ladri, canta Celentano, «perché gli italiani sono tutti ladri e insensibili all’ecologia». Prima di sparire per anni dai teleschermi, il 21 gennaio del 1993 si presenta a «Il Rosso e il Nero», già, proprio da Michele Santoro, e ribadisce il concetto sull’Italia dei ladri, aggiungendoci una critica feroce al consumismo e alla tv.

                Ed eccoci al punto. Celentano è esattamente «un uomo libero né destra né sinistra», come scrive nella canzone per lui Ivano Fossati: casomai, se vogliamo andar per categorie, è un antimoderno perfettamente pasoliniano, e infatti racconta con fierezza che Pasolini in persona lo ha cercato per fare un film sulla via Gluck. Anche la sua idiosincrasia per il Tempo che passa sa di ostentazione dell’antimodernità. E con tutto quel suo insistere su Dio, Natura e Famiglia, Celentano appare infine quello che probabilmente è per davvero: un cattolico tradizionalista, antiabortista sfegatato, persino andivorzista allegro («La coppia più bella del mondo»), a costo d’apparire reazionario. Forse, più propriamente, senza voler rubare il mestiere ad Antonio Socci, Celentano è il perfetto cristiano «girardiano»: nel senso che declina antropologicamente il cristianesimo, alla maniera del maestro anti-nietzschiano Renè Girard, come la religione della pietà per le vittime. E’ l’artista ossessionato dalla battaglia contro la pena di morte, e lo fa d’istinto, per la sua religiosità, magari senza aver mai letto una riga di Girard sul capro espiatorio. E’ il Celentano che si sceglie, nel film più indovinato e più suo, «Yuppi Du», un personaggio che ha un nome che è tutto un programma: Felice Della Pietà. Felice come l’uomo che in tv l’ultima volta ha voluto cantare la più romantica delle sue nuove canzoni di successo, «Io non so parlar d’amore», davanti a delle prostitute vere, prese dalla strada, mostrando per loro un’evangelica choccante «pietas».

                  In politica non si è mai fatto inquadrare, nemmeno ai tempi del grande fulgore della Democrazia Cristiana, dove pure lo amavano moltissimo. Da bravo cattolico, sa di doversi far perdonare tanti peccati. Magari stasera semplicemente, come dice Roberto Benigni con un’immagine felice, Celentano «cerca la rigidità del potere» perché sa che questo è il sale dell’artista e del comico. Oppure, forse, prova a farsi perdonare per aver aperto la strada a Berlusconi.