“Cult&Info” Ex parà e «buttafuori» a caccia di soldi

14/04/2004





 
   
14 Aprile 2004
DIES IRAQ


 

Ex parà e «buttafuori» a caccia di soldi
I sequestrati sono interinali della sicurezza, «affittati» da americani. Uno era disoccupato
ALESSANDRO MANTOVANI


«Non sono dipendenti, semmai sono nostri collaboratori. Hanno lavorato con noi solo occasionalmente. Però Quattrocchi e altri due, che non sono tra i rapiti, eravamo stati noi ad indicarli a un intermediario genovese, che ci aveva contattato per conto di una società americana attiva in Iraq». Sono parole di Roberto Gobbi, titolare dell’Ibsa, che a Genova è la più nota tra le agenzie di security e investigazioni private: fornisce buttafuori per le discoteche come body guard per i peggiori scenari di guerra. Il committente Usa è stato individuato nella Dts, la Defense Technological Systems con sede in Virginia, una delle principali società private di sicurezza, ma per tutto il giorno la società ha smentito. Poi la Farnesina ha chiarito che si tratterebbe della Dts security ltd con sede in Nevada. «Come ci hanno contattato? Con un e-mail, come nei film», racconta ancora Gobbi. I «collaboratori» come Fabrizio Quattrocchi, rapito in Iraq, sono lavoratori interinali della sicurezza, pagati poco per il lavoro di tutti i giorni e «dai 6 agli 8 mila euro al mese», dice Gobbi, per le missioni di guerra. Con le grandi compagnie americane si guadagna di più, anche 900 o mille euro al giorno: gli italiani non sono al top ma la paga è più alta rispetto alla truppa degli eserciti regolari. Quattrocchi, ricorda ancora Gobbi, «era partito a novembre e sarebbe dovuto rimanere due mesi, per poi avere una pausa di quindici giorni, ma il lavoro, laggiù, è molto e quindi non è mai tornato». A Baghdad gli addetti alla sicurezza vengono reclutati anche in strada, su due piedi. Forse però cominciano a capire che i rischi sono maggiori del previsto: molti italiani potrebbero rientrare.


Da Genova: «Siamo preparatissimi»

«Non chiamateci mercenari – ripetono i colleghi di Quattrocchi sotto casa del giovane, in via San Vincenzo a Genova – Siamo guardie del corpo, proveniamo dalle forze armate, dai corpi speciali. E quando usciamo da lì per noi non c’è lavoro». Uno di loro si definisce ex sottufficiale dell’esercito iraniano; un altro racconta che sta per partire, forse per l’Iraq. Quattrocchi ha 32 anni, ha fatto il militare in fanteria. Vive a Genova con la famiglia catanese, il padre è commerciante. Per i colleghi body guard «era preparatissimo, sapeva bene a cosa andava incontro», ma alla Ibsa, società con cui collabora da due anni, non ricordano altre missioni all’estero. «Ha lavorato con noi – dice Gobbi – solo qui a Genova». Di recente ha fatto da scorta al ministro Claudio Scajola al Salone nautico.

Tra gli altri sequestrati italiani il più esperto, se così si più dire, è il 34enne siciliano Salvatore Stefio, che giorni fa si faceva intervistare dal Corriere della Sera a Baghdad e dei possibili italiani rapiti diceva «saranno stati pivellini o free lance, il rischio è il nostro mestiere». Ora è toccato a lui, che si sente uno 007 al servizio del miglior offerente, purché occidcentale. Stefio era stato l’anno scorso in Nigeria a proteggere le istallazioni della Nuovo Pignone. Nel `99 aveva fatto un corso di una settimana per operatore della sicurezza alla Epts (Executive Protection Training School) di Livorno, una scuola frequentata soprattutto da ex parà ed ex miltari che si riciclano (a volte a peso d’oro) nel settore privato: l’attestato della Epts se l’è portato in Iraq e Al Jazira l’ha mostrato al mondo intero. Il direttore della scuola dice che il ragazzo è bravo «ma quando mi ha detto dell’Iraq l’ho sconsigliato: pensa a tuo figlio, gli ho detto».


I misteri della Presidium

Stefio era stato paracadutista nell’aeronautica e già prima del corso aveva già lavorato come addetto alla sicurezza, a quanto pare in stabililmenti balneari. E dopo il fallimento di un’agenzia di investigazioni ha aperto una piccola società con sede alle Seychelles e uffici dichiarati in Gran Bretagna, in Nigeria e a Olbia, in Sardegna, ai cui telefoni però non risponde nessuno. Si chiama Presidium International Corporation spa, «società di consulenza globale in servizi di sicurezza, analisi dei rischi, gestione delle emergenze, scorta convogli, protezione ravvicinata», si legge sul sito internet, linkato anche su webpage di destra o dedicate alle forze armate. «L’11 settembre 2001, ha diviso l’umanità in due nuovi fronti – dice ancora www.presidum.it – Il terrorismo ha dichiarato guerra alla libertà. La Presidium è legata alla logica di sviluppo e stabilità occidentale». Anche gli ultimi due rapiti, il pratese Maurizio Agliana di 37 anni e il barese Umberto Cupertino di 35, sarebbero andati in Iraq con la sua società.

Nelle discoteche della Versilia

Ma a Catenanuova (Enna), dove il giovane abita con la moglie e un figlio di tre anni, nessuno sapeva che mestiere facesse. Il padre lo descrive come un patito dell’avventura, la mamma invece si dispera: «Doveva tornare a casa domani».

Alla scuola di Livorno era stato anche Agliana, di Prato. Alto quasi due metri, ben piazzato, con i capelli neri a spazzola e il rottweiler al guinzaglio «ma buono come il pane», dicono vicini di casa e familiari. Dopo il servizio militare nei carabinieri aveva fatto il volontario nel circuito della Misericordia, in Albania e nelle zone terremotate del Molise. Con alcuni amici Agliana aveva creato una piccola agenzia di vigilanza, faceva il buttafuori nei locali della Versilia e aveva scortato Arnold Schwarzenegger durante un viaggio in Italia. Poi il grande salto verso l’Iraq, partenza il 4 aprile: «Il giorno prima mi ha detto che andava là per servizio e ho avuto paura per lui, ma non mi ha spiegato esattamente i suoi compiti – racconta il padre Carlo – La notizia del rapimento l’abbiamo appresa dal tg».

Più lontano dall’ambiente delle società di sicurezza è invece il quarto sequestrato, che a quanto pare è finito nelle mani della guerriglia irachena solo perché cercava un lavoro, un lavoro qualsiasi. Umberto Cupertino, di Sammichele di Bari, era disoccupato. «Non aveva esitato a lavorare nelle campagne – racconta il fratello trentenne, Francesco – e poi come istruttore di body building in una palestra di Gioia del Colle». Nessuna esperienza però come vigilante, body guard o mercenario. Era partito dieci giorni fa per l’Iraq. Alla madre settantenne aveva detto che doveva «fare un servizio a Roma».