“Cult&Info” Dietro le quinte miracolo d’altri tempi dell’Udc-Celentano

24/10/2005
    sabato 22 ottobre 2005

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    PERSONAGGI NON SOLO CLAUDIA MORI PER IL TRIONFO DEL MOLLEGGIATO

      Dietro le quinte
      miracolo d’altri tempi
      dell’Udc-Celentano

        Un colpo di Stato mediatico realizzato
        da un pugno di uomini in stile vecchia Dc

          personaggio
          Paolo Martini

            ROMA
            E adesso sembra un po’ il grande colpo dei soliti noti: primo fra tutti, è Casini che benedice pubblicamente quello che rischia di passare alla storia come «il capolavoro» di «PierAdriano UDCelentano». Senza lo straordinario talento d’Adriano non ci sarebbe stato uno show così, ma per arrivare su RaiUno a urlare «il re è nudo» ci vuole anche un’opera collettiva notevole. Di alcuni che hanno plasmato, dietro le quinte, l’isola del rock di Celentano si parla da giorni. Per esempio dell’impresario bolognese Ballandi, che l’ha allestito, e si sa che Bibi e «PierFerdi» sono amici da sempre. Strana rivoluzione, quella di «Rockpolitik»: da un Palazzo arriva la telefonata di Casini «E vai, Adriano!», e ci sta pure che dall’altro il povero Silvio telefona infuriato ai suoi, e becca il Fede (lissimo) Emilio, sfortunatamente a Campione d’Italia nella giuria di miss Elite.

              Su tutto regna l’ombra vigile di Claudia Mori, vera macchina di relazioni, anche politiche: com’è noto, ha cominciato a detestare Berlusconi e a flirtare apertamente con i centristi producendo il film su De Gasperi. Meno noto è che si tratta di una fiction che gli uomini della presidenza della Camera hanno aiutato addirittura a girare, e che la provincia di Trento, guidata dagli ex Dc che ora sono sull’altro fronte, ha finanziato.

              Peraltro, interprete eccellente del De Gasperi tv firmato Claudia Mori è stato quel Fabrizio Gifuni che, nonostante sia ormai un attore affermato, è inevitabilmente notato come figlio del segretario generale del Quirinale. Sarà impensabile, ma l’«UDCelentano» ha spremuto per la prima puntata tutto il situazionismo geniale di Carlo Freccero, che Ballandi ha imposto alla Rai come autore: già direttore di Raidue e filosofo degli «epurati», un uomo che è tutto un Debord (inteso anche come Guy Debord, il primo teorico della «società dello spettacolo»), Freccero si è fatto perdonare dalla nazione intera persino di aver inventato la tv berlusconiana. Meno noti rimangono invece i ruoli di altri adepti della nuova setta televisiva celentanesca.

                E’ passata inosservata, soprattutto, quella che si potrebbe chiamare la «Verona connection». E’ un vero e proprio miracolo di San Zeno, quello che alla fine ha garantito la messa in onda del ciclone Adriano. Non è un mistero, infatti, che ancora l’altro pomeriggio il presidente del Consiglio in persona abbia cercato di far saltare lo show, usando toni inequivocabilmente decisi, come ha raccontato, per esempio, Vittorio Feltri su «Libero». Ed è abbastanza solare che a decidere per il sì alla messa in onda e a proteggere personalmente la delicata operazione politico-televisiva di Celentano sia stato il nuovo direttore generale della Rai, il veronese Alfredo Meocci, lui sì, più che Ballandi, «casiniano» di ferro. Meocci in queste ultime settimane è tornato all’intimità con «PierFerdi» dei tempi del primo Ccd: dietro quell’isola del rock, così platealmente anti-Isola dei Famosi, c’è l’utopia tutta democristiana di riportare la Rai a una tv sana e pulita.

                  Personaggio chiave dell’operazione Celentano, anche se non figura da nessuna parte, è stato poi il direttore artistico dell’ultimo Festival di Sanremo, un altro veronese, Gianmarco Mazzi. Classe 1960, nasce come manager di quella grande macchina di beneficenza-spettacolo che è la Nazionale cantanti: Mogol lo pesca tra i tecnici diplomati a Coverciano e poi gli apre le porte del mondo dello spettacolo. Alla fine Mazzi diventa uomo marketing del Clan e lavora con Celentano e Claudia Mori anche ai primi due varietà-evento per la ditta Ballandi. Ma c’è di più, ed è l’ironia della sorte del cosiddetto «regimetto televisivo» berlusconiano: lo stesso Mazzi che oggi rende possibile «Rockpolitik» è stato l’uomo chiave del Sanremo di Tony Renis. Da allora, Mazzi entra in Rai come «consulente del direttore generale per la musica».

                    Quando gira la ruota, Mazzi si ritrova come capo Meocci, che fino a ieri la sinistra considerava un «berlusconiano travestito da Udc». Tra i due il legame è lontano, del resto Meocci a Verona è un personaggio, ha cominciato la sua carriera al giornale della Curia, è legatissimo alla città, di cui è stato anche assessore alla Cultura, e al «suo» mondo cattolico. E Mazzi è uno che, sempre per le partite del cuore, a Verona è riuscito una volta persino a riunire insieme tutti «i preti coraggio» più famosi, che tra l’altro, com’è noto, non si amano moltissimo, cioè don Oreste Benzi, don Luigi Ciotti, don Pierino Gelmini e don Antonio Mazzi. Ci fu grande concorso di politici, per l’occasione, nel ’96: c’erano anche Fini, Gasparri e La Russa, in tribuna, e pure D’Alema e Veltroni, ma il padrone di casa sembrava lui, «PierFerdi». Ecco, per risalire dietro «Rockpolitik» non basta andare tra Brugherio, Galbiate e Roma, perché il filo segreto corre tra la via Emilia e l’Est, è una storia di provincia, e di sani valori democristiani ostentati, come la famiglia e l’amicizia. Ma anche, come ha voluto ricordare Meocci in persona di fronte a milioni d’italiani nel memorabile duetto con il suo «PierAdriano» Celentano, è una storia dove «il silenzio è rock»: perché un colpo di Stato mediatico del genere lo potevano organizzare solo così, da veri democristiani.