“Cult&Info” Delors, il libro bianco della sinistra (S.Cofferati)

05/11/2003



Libro Delors
EUROPA, LAVORO, ULIVO



05.11.2003
Delors, il libro bianco della sinistra
di 
Sergio Cofferati

Riportiamo la prefazione di Cofferati al libro «Per un’Europa migliore» (che da oggi può esser acquistato insieme all’Unità) per i dieci anni del Libro Bianco di Jacques Delors.

Dieci anni fa vedeva la luce la prima stesura del Libro Bianco su «crescita, competitività e occupazione». Sembra passata quasi un’era geologica tanto il contesto nazionale, europeo e internazionale è mutato in questi anni.
Tanto sono cambiati (in peggio) gli atteggiamenti di alcuni governi – in primis quello italiano – nei confronti del progetto politico europeo e tanto sono mutate le relazioni internazionali tra nord e sud del mondo, tra le due sponde dell’Atlantico, il contesto economico più generale.
Eppure, rileggendo il Libro Bianco, è sconvolgente l’attualità delle sue
proposte programmatiche, la sua «filosofia di fondo», l’idea di un modello di sviluppo che potesse (e possa) rendere compatibile – direi
quasi funzionale tra loro – sviluppo, crescita e giustizia sociale.
Il piano Delors è quindi prima di tutto un testo utile, anche a sinistra.
Utile per riaffermare una visione dell’economia e della politica in Italia e in Europa più giusta e più solidale, rifiutando alla radice quell’impostazione tutta ideologica oggi dominante, che vuole la crescita e lo sviluppo possibili solo a discapito di una maggiore giustizia e coesione sociale. Attuale per dare sostanza ideale e programmatica a quel programma dell’Ulivo e del centrosinistra che diviene sempre più urgente definire in maniera aperta e partecipata, secondo quello spirito «costituente» e pragmatico che anima anche tutte le pagine dello stesso Libro Bianco.
Questa piccola pubblicazione allora può dare il suo contributo, aiutando a riprendere una discussione forse prematuramente interrotta in questi anni; una discussione non solo sulle proposte programmatiche contenute del Libro di Delors, ma soprattutto sulle idee di fondo che lo caratterizzano. Prima di tutto l’idea di una via europea alla crescita economica, basata sulla valorizzazione delle persone intese sia come lavoratori, sia e soprattutto come cittadini,
dove il mercato «torna» ad essere un’istituzione creata dagli uomini e non un totem di per sé dispensatore di giustizia, un campo di forze soggetto a regole e non un principio che regola la vita intera degli esseri umani. In un contesto economico globale caratterizzato
tanto da una maggiore competizione tra stati ed economie (una competizione prima di tutto materiale, ma anche culturale e di stili di vita) che da una nuova divisione internazionale del lavoro che
sposta, con velocità impressionante, interi settori produttivi in altra aree del pianeta – secondo mere dinamiche di riduzione del costo del lavoro – Delors metteva al centro della sua proposta politica il ruolo
del pubblico (inteso non come nuovo super Stato erogatore, ma come punto di regolamentazione attiva) nel rendere più accessibili e diffusi il sapere, la conoscenza, le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi.
Oggi è ancora questo il principale terreno di sfida politica e culturale su cui siamo chiamati a cimentarci a tutti i livelli. Il libro Bianco assumeva quindi – con un valore politico e programmatico oggi intatto – il terreno dello sviluppo sostenibile (in termini infrastrutturali, industriali, sociali e ambientali) come principale terreno di confronto tra idee e politiche e, nel suo articolarsi in proposte e linee guida,
delineava un modello preciso di crescita.
Crescita intesa prima di tutto come premessa per quella costituzione materiale che avrebbe dato basi più solide ad un Europa soggetto autonomo sulla scena economica e politica. Senza un’economia solidale e competitiva infatti, senza un modello condiviso di crescita, senza un’idea di benessere che sia prima di tutto basato sull’inclusione e sulla parità di diritti e opportunità, non c’è modello politico e produttivo che possa reggere di fronte alle mille forze centrifughe che la nuova fase – dove influente è il tentativo di egemonia economica e culturale dell’amministrazione Bush – reca con
sé, azzerando differenze, diritti, peculiarità sociali.
Un patto tra forze economiche, soggettività sociali, società civile e mondo del lavoro finalizzato ad una maggiore coesione; un patto prima di tutto politico il cui fine (piena occupazione, aumento della qualità produttiva, sistemi fiscali più moderni) si rinveniva nella creazione di quelle basi materiali atte a sostenere un modello di sviluppo che, agendo sulla qualità del come e cosa produrre, valorizzasse un modello sociale (il cosiddetto welfare europeo) come parte essenziale di una crescita.
Questo è lo spirito di fondo del Libro Bianco e in questo vi è la sua estrema attualità politica, dove spesa sociale, aumento delle tutele e dei diritti, innovazione nel mercato del lavoro e nelle relazioni istituzionali sono parti essenziali di una più avanzata idea di investimento, di ricchezza e di benessere.
Il punto che Delors ci consegna e da cui ricominciare è allora come scommettere sulla dimensione sociale dell’Europa, sul suo articolarsi in corpi sociali, economici e di interessi intermedi – oltre i confini degli stessi stati nazionali- per governare le trasformazioni che i nuovi paradigmi tecnologici e i nuovi scenari politici mettono in moto.
Dove il ruolo della programmazione, della condivisione di obiettivi e pratiche rappresenta la «strumentazione» di base per dare sostanza al patto che nel libro si delineava. La sua attualità è quindi questa, di fronte ad una crisi sempre più visibile (prima di tutto di segno culturale e simbolico) della politica e della democrazia, intesa come partecipazione e come condivisione di obiettivi di lungo periodo.
Il Libro Bianco ancora oggi rappresenta la migliore risposta possibile, anche sul terreno programmatico (da aggiornare certo – e preziosi sono le «note di attualità» presenti nel libro), a chi oggi persegue un’idea debole di coesione e quindi di democrazia, strumentale a una subalternità del continente e dei sui singoli stati ad un modello di competizione estraneo alle tradizioni europee.
Un modello dove precarietà, riduzione delle tutele sociali, concezione «proprietaria» dell’ambiente e delle risorse naturali genera più facilmente ansie di dominio, voglia di imporre modelli politici, produttivi e di consumo funzionali al mantenimento dello status quo (e delle disuguaglianze che nel mondo vanno aumentando).
Del resto senza una condivisione forte su un modello di sviluppo di qualità, senza la convinzione radicata che su questo si gioca il futuro delle nostre democrazie, anche la stessa Carta Europea dei Diritti, la nascente costituzione Europea rischia di divenire mera enunciazione formale. Senza un modello che generi ricchezza e che al contempo sia in grado di ridistribuirla, i diritti spesso non sono realmente esigibili, concretamente rivendicabili e spendibili. Perché riprendere anche in Italia una riflessione e un confronto sul Libro Bianco è allora presto detto. Non solo ce lo impone il «calendario» europeo con l’imminente apertura dell’Ue ai paesi dell’est Europa; ce lo impone una visione della politica e dello sviluppo che sappia mettere al centro un rapporto diverso tra crescita e solidarietà per dare sostanza materiale ai nuovi diritti universali che traducano una cittadinanza formale in partecipazione attiva, in rapporti paritari tra persone e poteri. Questa è la grande priorità in un mondo sempre più globale
nell’economia, ma non nella democrazia.
E se si vuole ce lo impone anche l’esigenza di dimostrare che la maggioranza del Paese, dei suoi protagonisti economici, sociali e politici ha un’idea di Europa diversa da quella che Berlusconi va propagandando e personificando in questo Semestre Europeo ormai alla fine. Dove, se fa sorridere il tentativo di Tremonti di «impossessarsi» del libro Bianco di Delors riducendolo a mero vademecum per lanciare qualche grande opera pubblica in più (ma di condoni nel libro bianco ovviamente non si è mai parlato!), non ci deve sfuggire la volontà politica da parte del Governo Berlusconi e di
altri Governi conservatori di evitare a tutti i costi una discussione su quale ruolo e quale funzione l’Europa oggi possa svolgere, in un mondo dove la guerra torna ad essere strumento di risoluzione dei conflitti e dove sembra esistere un solo modello di crescita e sviluppo (proprio quello funzionale ad un azzeramento delle differenze culturali, al riproporsi di nuovi e vecchi egoismi e quindi ad una concezione «autoritaria» dei rapporti tra paesi e sistemi).
È infatti ormai chiaro che senza una coerente idea sul futuro dell’Europa ogni possibile proposta politica nazionale rischia di essere marginale, contraddittoria ed effimera. Per questo è quanto mai necessario ripartire dal Libro Bianco anche per definire una base comune per tutte le forze che credono in una società più aperta e più giusta, più partecipata a tutti i livelli dove le città, i territori, gli stati nazionali si pensano protagonisti attivi di un modello di crescita solidale che faccia dell’Europa la casa comune di tutti.
Aggiungo infine una riflessione a cui tengo molto e che spero sia comune a molti dei protagonisti, grandi e piccoli, di questi ultimi anni: se è vero che in questi due anni si sono sviluppati vasti movimenti che – dai temi del lavoro e della pace, a quello dei diritti sociali e civili, a quello per una globalizzazione più giusta – hanno visto la partecipazione di milioni di uomini e donne; se è vero che una
costellazione di energie nel nostro paese ed in Europa si è messa in moto rappresentando in potenza anche il nuovo tessuto connettivo in grado di rivitalizzare un centrosinistra oggi più unito; se il tratto comune di questi movimenti è riassumibile in un nuovo bisogno di «partecipazione», in un’ esigenza di riformismo popolare fondato sull’ascolto e sul dialogo, allora mi chiedo, può il Libro Bianco di Delors, nelle sue indicazioni di fondo, essere un contributo per rendere queste energie più attive nella costruzione di una proposta politica per il Paese e per l’Europa più avanzata?
Intorno a queste energie lo stesso Ulivo ha potuto rigenerarsi e mietere consensi elettorali, come hanno dimostrato le passate
elezioni amministrative e penso dimostreranno le prossime; vi è l’esigenza di costruire tutti insieme un programma condiviso e partecipato o no? In questi ultimi tempi in Italia e in Europa
si sono palesati tutti i limiti, le storture, le iniquità di un progetto economico, sociale e istituzionale che non risolve i problemi
presenti e futuri di milioni di persone, del tessuto produttivo e sociale continentale, aprendo molte contraddizioni in quel fronte economico e finanziario che aveva sposato la causa del centrodestra italiano ed europeo.
È il «nostro momento» per tornare a vincere, in un’alleanza larga che sia prima di tutto alleanza di popolo, mediazione alta di interessi, patto costituente tra i mille protagonisti dell’economia e del lavoro, come era nella sua filosofia il Libro Bianco.
Le indicazioni di Delors possono allora aiutarci a trasformare protagonismo, partecipazione, potenzialità di rinnovamento della politica e dei partiti, critica e delusione per il biennio, non tanto nella
rincorsa prematura della leadership naturale della coalizione, ma in un grande tavolo delle alleanze e dei programmi. Un incontro tra diversi che rifiuti l’idea di una riedizione di una sorta di frontismo popolare,
ma che si traduca invece in un percorso vero e democratico, una vera e propria concertazione aperta ai mille soggetti dei movimenti, dell’associazionismo, delle istituzioni locali, della cultura, del mondo del lavoro e delle imprese. Oggi in Italia domani in Europa.
Facciamo vivere allora il libro Bianco traducendolo per esempio in una prima base, in 100 prime idee per un vero e proprio Tavolo per il Programma da fare il prima possibile, per dar vita e corpo alle proposte del nuovo centrosinistra allargato, terreno questo sì in grado di chiamare tutti i partiti e i protagonisti sociali del paese a dare concretezza e credibilità a un’altra idea di Italia, di Europa, di democrazia.