“Cult&Info” Cinema e società: Credere, obbedire, lavorare

11/10/2004


            sabato 9 ottobre 2004

            Cinema e società
            Credere, obbedire, lavorare

            Stefano Miliani

            ROMA Se l’esperienza d’essere convocati da un «tagliatore di teste» (inteso come lavoro) per sentirvi dire che l’azienda apprezza moltissimo il vostro impegno ma vi «chiede» d’andarvene perché c’è crisi, perché conoscete la situazione, che l’offerta sul piatto è vantaggiosa ma a termine, e voi vi domandate come farete domani, allora il film Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio vi si cuce benissimo addosso. Vi sembrerà divertente, amaro e/o agghiacciante al tempo stesso. Se avete incrociato una o più volte la temuta parola «ristrutturazione» durante la vostra vita lavorativa, se avete sgobbato per scoprire che a volte non basta a salvarvi, oppure se siete uno di quei milioni che orbita come un satellite attorno a un posto di lavoro garantito senza atterrare mai, allora questa pellicola vi ricorderà molte cose. In caso contrario, può ricordarvi che può toccare a tutti, oggi più che mai. Anche se narra la storia dal punto di vista (sofferto) di chi «taglia le teste» per conto della multinazionale supertecnologica in cui lavora: un «formatore» di professioni amato, 33enne e simpatico, Giorgio Pasotti nei panni di Marco Pressi, in meno di tre mesi, entro il fatidico 31 dicembre (ragioni di bilancio), deve convincere 25 dipendenti su 90 a levarsi di torno, altrimenti… La sua vita diventerà un imbuto, asfittica, rovinerà il rapporto con la fidanzata, non vedrà mai la mamma e la sorella, i legami umani si spezzetteranno, il clima della ditta tutto sorrisi, moquette, luci soffuse e tecnologia, diventerà amaro, feroce, spaventato.

            Il film esce il 15 ottobre in una settantina di copie, è una riflessione sul lavoro, su una dimensione che il cinema italiano sta giustamente riscoprendo: infatti segue Mi piace lavorare di Francesca Comencini, sul mobbing, e Lavorare con lentezza di Guido Chiesa, che riporta al ‘77 e a quando si ambiva alla felicità e non al posto fisso. «Il film nasce dal romanzo scritto da Massimo Lolli, direttore del personale della Marzotto che ha raccontato la sua esperienza mettendosi a nudo, ed è su quello che siamo oggi, dove chi ha il lavoro stabile teme di perderlo, sul processo di ristrutturazione di un’azienda», spiega Cappuccio. Che oltre ai colleghi di oggi guarda ai maestri di ieri: «Chi ha occhio, tempo e sensibilità non può non considerare che il lavoro può arricchirti o deturpare l’esistenza. Penso a Chiesa, alla Comencini: hanno riaperto un discorso già affrontato dai nostri maestri, da registi come Petri, De Sica, perfino Fellini in 8 1/2. Ben venga questa attenzione».

            Ben venga sì. Lui, Cappuccio, ricorda d’aver lavorato per due anni in una supertecnologica multinazionale, la società di tv satellitare Orbit, e gli è servito: «Per ricreare l’ambiente, dove hai la sensazione di stare in un acquario, dove tutti sono apparentemente gioviali, dove avverti una mummificazione della realtà e dal quale ti senti però protetto». L’esperienza lo ha aiutato anche a disegnare meglio la dimensione internazionale (a tenere il fiato sul collo al manager Pressi sono un francese e una cinese: spietati). «Non prendo posizione “etnica” su francesi e cinesi – chiarisce – parlo dei disastri che la globalizzazione può portare al consesso umano e delle differenze di stile per affrontare processi simili ma dove l’obiettivo è lo stesso per tutte le aziende capitalistiche». A sentire la parola capitalista a qualcuno verranno i brividi? Chissà, fatto è che, alla presentazione di Volevo solo dormirle addosso, ieri al cinema Quattro Fontane a Roma, i distributori della Mikado avevano invitato Cgil e Confindustria. Il sindacato c’era, della confederazione industriale nessuno poteva.

            «Nel film ho visto un clima che spesso incrociamo in situazioni aziendali difficili dove bisogna sorridere per dimostrare che va tutto bene ed è la parte più faticosa – commenta a caldo Marigia Maulucci, sindacalista Cgil – Ma mi ricorda anche questo governo: prima delle vacanze il presidente del Consiglio e il ministro dell’economia dicevano di non voler sentir parlare di tagli per proiettare un clima di fiducia mentre lavoravano ai tagli nei servizi, ai danni del Mezzogiorno… » Già: ti troncano le gambe e vorrebbero il tuo assenso, magari con il sorriso sulle labbra… Ha una sola obiezione: il sindacalista che si para davanti al tagliatore di personale è molto consociativo, gli basta che chi accetta (gente con 25 anni di impiego alle spalle e due figlie a carico, una donna malata terminale) se ne vada contento. «Vi assicuro che il sindacato non è questo – dice Marigia Maulucci – La difficoltà è agganciare i nuovi lavoratori, ma quando si discute del posto noi arriviamo. Né, in queste situazioni, i lavoratori fanno striscioni o lanciano uova contro il dirigente aziendale che taglia come si vede in Volevo solo dormirle addosso: vanno invece nella stanza del sindacalista e ci restano finché quello non prende posizione in loro difesa».

            Il protagonista, il milanese Marco Pressi in carriera, «deve affrontare una missione sporca mettendoci anima e corpo, vive un conflitto etico e vive questa contraddizione», accenna Capuccio. E quando si tratta di liquidare qualcuno (ma anche quando non riesce a comunicare affetto) esclama: «Ti stimo molto». Al che uno spera di non sentirsela mai dire, con quel tono… «Il punto è che oggi chi inizia a lavorare trova problemi di questo tipo – interviene il protagonista Pasotti – deve essere competitivo, calpestare, premere sull’acceleratore». Ha ragione. E c’è poco da fare: è uno specchio di una realtà e di un’ideologia dove, per di più, chi la mette in pratica nega che sia ideologia. Invece lo è.