“Cult&Info” Ceto medio: La paura di un irreversibile declino (E.Berselli)

27/10/2006
    venerd� 27 ottobre 2006

    Pagina 55 – Varie

    una classe fra impoverimento e trasformazione

      CETO MEDIO
      La paura di un irreversibile declino

        La finanziaria
        ne ha incrinato
        l’immagine, ma
        la sua crisi nasce
        molto prima

        Era considerato
        un traguardo sociale,
        come dimostra tutta
        la sua storia

          Edmondo Berselli

            La parabola dei ceti medi in Italia potrebbe essere descritta a partire dal fascismo, e quindi dall�atomizzazione della borghesia, fatta precipitare in un�anonima opacit� sociale, fino all��enorme bolla di ceto medio� identificata da Giuseppe De Rita come sindrome italiana, una entit� sociale priva di quelle nervature culturali e di quei canali di selezione che modellano la borghesia classica; con l�idea insomma di una stratificazione amorfa, una specie di macchia d�olio che galleggia sulla societ�, pi� simile a un aggregato parassitario che non alla spina dorsale del paese.

            Eppure all�esordio degli anni Novanta, era stato proprio Romano Prodi, oggi sotto tiro per la finanziaria ostile al ceto medio, a optare con risolutezza per il capitalismo "renano", secondo il modello di Michel Albert, proprio per la sua capacit� di generare ceti medi molto estesi, grazie a una capacit� redistributiva di lungo periodo: nella convinzione che ci� fosse uno strumento efficace di riduzione delle differenze e dell�allargamento del benessere.

            E se si vuole risalire pi� indietro, sulla questione dell�identit� sociopolitica dei ceti medi non va trascurato il discorso di Palmiro Togliatti a Reggio Emilia nel 1946, passato alla storia come "Ceti medi ed Emilia rossa": dove il possibile, e poi storicamente reale, interlocutore del Pci sul territorio, in vista della democrazia "progressiva", non era la borghesia, istituzione sociale secolare, forza marxianamente rivoluzionaria, quella che provoca lo sfaldamento nichilista dell�esistente (�tutto ci� che � solido si scioglie in aria�, com�era scritto in una visionaria pagina del Manifesto del 1848). Invece i ceti medi erano il futuro pullulare nelle regioni comuniste degli imprenditori e artigiani "democratici", riuniti nelle associazioni di categoria, pronti a sostenere le feste dell�Unit� e ad accettare il loro ruolo di compagni di strada verso il superamento della democrazia borghese.

            Ma, fuori dalla progettualit� politica, nel corpo dell�Italia degli anni Cinquanta, ceto medio in potenza erano anche le classi sociali che cominciavano ad attraversare la ricostruzione e il miracolo economico. Che si avvicinavano al mondo della fabbrica, del fordismo, dei consumi via via pi� evoluti, della televisione e degli elettrodomestici "bianchi", dell�automobile, della pubblicit�.

            Non ci vuole la sapienza socioeconomica di Paolo Sylos-Labini, il primo studioso italiano a guardare al tema delle classi sociali fuori dai confini di un marxismo schematico. Detto con una formula stenografica, l�etichetta di ceto medio si applica sulla societ� che affronta la modernizzazione, e in cui diventano dominanti simboli e comportamenti della civilt� di massa. I ceti medi italiani stabiliscono una propria identit� nel periodo fra il centrosinistra "storico", quello di Moro, Fanfani e Nenni, anno 1963, e la liberalizzazione degli accessi universitari nel 1969; trovano un vertice politico-ideologico (e socialmente compromissorio) nel 1975, con l�accordo Agnelli-Lama sul punto unico di contingenza, strumento di appiattimento del differenziale fra i redditi.

            Nel frattempo, sullo sfondo dell�interclassismo democristiano, strategia di consenso che getta le basi dell��imborghesimento particolaristico� (De Rita), si sar� assistito alla riforma della scuola media, alla creazione delle autostrade, alla motorizzazione. E anche al definitivo imprinting televisivo, ci� che in futuro trasformer� le immense platee serali in un�anomia sociale �implosa nella privacy�, secondo la brillante definizione del filosofo Carlo Galli.

            Nemmeno una decina d�anni fa, Giuliano Amato e Massimo D�Alema esprimevano giudizi crudi sui ceti medi. Diceva l�attuale ministro degli interni: �Vi � un�anomalia nei ceti medi italiani, gli unici al mondo che hanno consumi simili ai ricchi. Altrove la frugalit� � una virt�… Non faccio del moralismo sui telefonini. Ma � chiaro che se proponiamo ai ceti medi italiani di autogestirsi liberamente il risparmio in vista della vecchiaia, ci� comporter� una riduzione dei livelli di consumo quotidiano. E che sar� mai, un�estate senza crociera? Meno file al ristorante?�. E D�Alema rincarava: �� vero che il ceto medio italiano � ricco�, ed � lo specchio di un paese �conservatore� perch� �abituato fino a ieri a vivere al di sopra delle proprie possibilit�, propenso a difendere lo status quo nel nome di �un diffuso tessuto corporativo e particolaristico�.

            Oggi esprimere giudizi di questo genere verrebbe preso come un atto di snobismo. Implica infatti come riferimento il codice pubblico di una borghesia che non esiste pi�, disintegrata proprio dai processi di massa. In molti casi i confini sono stati fatti saltare dall�impoverimento relativo: come nel caso degli insegnanti, che alla perdita di reddito hanno visto affiancarsi un sostanziale smarrimento di status sociale; mentre la "proletarizzazione" dei ceti medi, avvertibile soprattutto nel settore impiegatizio e nell�amministrazione pubblica, tende anche a comprimere le chance di miglioramento sociale per i figli attraverso gli studi.

            In ogni caso la nostalgia per forme borghesi di sobriet� e rigore rappresenta un mito, dal momento che una proletarizzazione analoga si � registrata anche nei consumi, che sono divenuti via via disponibili anche alle fasce di basso livello di reddito: vacanze fuori stagione e a prezzo contenuto per gli anziani, viaggi popolari a Santo Domingo, charter disponibili per tutte le tasche. Sotto questo aspetto, la societ� "low cost" illustrata da Massimo Gaggi � stata un potente fattore di alterazione degli stili sociali.

              La neoborghesia "molecolare" di Aldo Bonomi, a sua volta, � uno strato che incrocia il management, le banche, la piccola impresa, il mondo dei consumi tecnologici: in cui pi� che i fenomeni presunti di pauperizzazione vanno osservate le trasformazioni comportamentali. Con l�avvertenza, tutta politica, che di fronte a questo ceto medio proliferante, non sagomato socialmente, soggetto a dispersione nella collettivit�, l�Italia di oggi � un�incastellatura di barriere semicastali. La libert� nei consumi non � di per s� una garanzia di mobilit� sociale. La vera questione sociale contemporanea in Italia potrebbe essere che i ceti medi devono fare i conti con il permanere di strutture corporative, claniche, addirittura tribali, che impediscono la crescita. Per liberare i ceti medi non serve a nulla il mito della buona borghesia, ci vorrebbe una buona liberalizzazione.