“Cult&Info” Cassese: ma non è un processo equo

20/10/2005
    giovedì 20 ottobre 2005

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    L’ex presidente del tribunale dell’Aja: «Rischia di essere un’occasione sprecata, risponde solo alla volontà degli americani»

      Cassese: ma non è un processo equo

        intervista
        Guido Ruotolo

          ROMA
          «Ci sono molti dubbi sulla possibilità che il processo possa essere equo. È come se la sentenza fosse già stata scritta: la presunzione di non colpevolezza è già andata a farsi benedire». Il professor Antonio Cassese, esperto di diritto internazionale, ex presidente del Tribunale Penale internazionale per i crimini commessi nella ex Jugoslavia, parla del processo appena iniziato a Baghdad contro Saddam Hussein: «Rischia di essere un’occasione sprecata, perché va certo fatto il processo contro i crimini attribuiti al dittatore ma quello iniziato a Baghdad risponde soltanto alla volontà degli americani di fare giustizia nel modo che piace loro, e cioé controllando il processo stesso».

            Professor Cassese, perché teme che il processo possa non essere equo?

              «Per diverse ragioni. La prima: la composizione del Tribunale. Sono tutti giudici iracheni scelti da un organo politico. In base allo Statuto del Tribunale, il Consiglio dei ministri sceglie i giudici anche se su proposta di un Consiglio della magistratura, che non so cosa sia. La scelta dei giudici, quindi, non è avvenuta attraverso criteri trasparenti e imparziali ma politici. Seconda ragione: il Tribunale non comprende giudici internazionali. Sarebbe stato opportuno includere magistrati di altri paesi arabi, perché la presenza di giudici non iracheni avrebbe potuto garantire una maggiore imparzialità. E poi, la genesi di questo processo è perlomeno bizzarra».

                Professore, in che senso bizzarra?

                  «Prima gli Stati Uniti, siamo al dicembre del 2003, iniziano a prevedere la procedura con il sistema sostanzialmente accusatorio. Ma poi si rendono conto che l’Iraq aveva mutuato un sistema processuale diverso dall’Egitto che a sua volta era stato influenzato dal sistema giudiziario inquisitorio dei francesi. Risultato: un ibrido, un processo metà accusatorio e metà inquisitorio. Di recente, alla vigilia del processo, per la precisione ad agosto, hanno modificato la norma sulla difesa degli imputati stabilendo che la difesa può essere assicurata soltanto dal difensore nominato dalle parti o di ufficio, e che non può essere assicurata dall’imputato stesso. Questa modifica si è resa necessaria per evitare quello che è accaduto con Milosevic».

                    Che ha utilizzato la propria difesa per imbastire un processo contro gli americani….

                      «Esattamente. Dunque, ritengo che le norme predisposte per il processo siano dubbie, non sembrano assicurare pienamente i diritti della difesa. Aspettiamo come i giudici applicheranno queste norme».

                        È giusto processare l’ex dittatore, tutti gli ex dittatori non solo Saddam Hussein?

                          «È un problema politico. E filosofico. Non vi sono alternative al processo. Se il dittatore non è morto a seguito del conflitto che ha portato alla sua destituzione, se non è fuggito, l’alternativa al processo è solo l’esilio. Ma in casi come questo di crimini gravissimi l’esilio non è sufficiente, l’ex dittatore va processato. Ma, attenzione, il processo va celebrato non solo contro l’ex dittatore, lo sconfitto: deve concludersi con la pronuncia su tutti i crimini commessi da chicchessia. Da questo punto di vista, getta una pesante ombra sul processo contro Saddam l’articolo 14 dello Statuto che prevede che il Tribunale possa pronunciarsi sull’aggressione contro un paese arabo, quindi il Kuwait, ma non contro l’Iran, che non è considerato un paese arabo, anche se di religione musulmana. Perché due pesi e due misure? L’aggressione all’Iran, sappiamo bene, fu sponsorizzata dall’occidente…».

                            Non tutti i dittatori finiscono sotto processo. Per esempio, gli spagnoli che volevano processare Pinochet non sono stati accontentati. Perché?

                              «In Cile la transizione è stata relativamente graduale, non cruenta, non si è realizzata al termine di una guerra civile o di una invasione. I gruppi che sostenevano Pinochet, soprattutto l’apparato militare, non sono stati disponibili a farsi processare e hanno costruito una barriera protettiva nei confronti dell’ex dittatore nominato senatore. Qualcosa di simile si può dire che è accaduto in Sudafrica, dove non sono stati processati i vecchi gruppi dirigenti bianchi che sostenevano l’apartheid. Quella minoranza detiene il potere economico e sarebbe stato devastante spazzarla via».

                                E l’universalità del diritto internazionale?

                                  «È spesso legata ai rapporti di forza».

                                    Oggi Norimberga mantiene una sua attualità?

                                      «Direi di no. Nel senso che non si giustifica più. Abbiamo strumenti internazionali indipendenti e imparziali in grado di accertare la verità. Non quella dei vinti sui vincitori ma la verità. Punto e basta».