Crollano i consumi, l’inflazione torna a salire

24/12/2004

    venerdì 24 dicembre 2004

    DATI ISTAT DI OTTOBRE FOTOGRAFANO UN PAESE IMPOVERITO CON IL POTERE DI ACQUISTI EROSO. SCETTICISMO SULL’ANDAMENTO DI NATALE
    Crollano i consumi, l’inflazione torna a salire
    Colpa di sigarette e trasporti. Confcommercio: situazione «da brividi»

    Raffaello Masci

    ROMA
    I prezzi a dicembre tornano a salire (+0,2% su base mensile, + 2% su quella annuale) e i consumi a scendere (il dato si riferisce a ottobre e segna un -2,7% rispetto a un anno prima), anzi a crollare, stando all’analisi che ne hanno fatto le organizzazioni del commercio. Entrambi questi valori – comunicati ieri dall’Istat – non sono un buon segnale per la nostra economia, tanto più che arrivano all’indomani di altre due rilevazioni poco lusinghiere: il calo brusco e preoccupante della produzione industriale (-5,4%), e l’analoga performance del risparmio (il 48% degli italiani non mette da parte nemmeno un soldo).


    Il panorama che emerge dall’assemblaggio di tutte queste tessere, è che l’Italia si sta impoverendo, o comunque ha paura, e in ogni caso non consuma perché non sa cosa l’attenda dietro l’angolo. I sindacati e le opposizioni hanno sottolineato questo fenomeno di sconforto generale, ma i più preoccupati sono parsi soprattutto i commercianti. Confcommercio – per dire – ha detto che questa situazione «fa venire i brividi» e Confesercenti ha ribadito che piove sul bagnato, dato che l’intero anno che si sta per chiudere è stato infausto per il settore.


    A guardare le cose più da vicino, si scopre che il trend dell’inflazione che sembrava in lento ma regolare rientro dall’estate scorsa, ha ripreso a salire, e la colpa, secondo gli analisti, sarebbe da imputare a due generi in particolare: le sigarette, aumentate con decreto il 10 dicembre scorso, e i trasporti. Il tabacco incide molto sul paniere di calcolo dell’inflazione, e per questo le sigarette sarebbero responsabili di quasi la metà dell’incremento dei prezzi al consumo registrato questo mese nelle città campione.


    Anche i trasporti hanno inciso, ma questo meraviglia di meno, considerando le dinamiche dei prezzi dei carburanti, legati all’impennata del greggio.

    Tuttavia, fanno notare gli analisti, non è tanto la benzina ad aver infiammato l’inflazione, quanto gli aumenti dei biglietti aerei (non quelli di Alitalia, comunque, che di aumenti ha solo parlato ma non ha proceduto a vie di fatto). E comunque l’onda lunga del petrolio deve ancora abbattersi sui prezzi, il che non induce a ben sperare.

    Quanto alle vendite, peggio che andar di notte. Il dato tendenziale di ottobre, che registra un calo del 2,7% rispetto a ottobre 2003 è il secondo peggiore dell’anno dopo il -3,2% di maggio. Solo il comparto alimentare ha contribuito per la metà a questa débacle, e il segnale è pessimo, in quanto l’alimentare è il settore stabile per antonomasia, essendo legato ad un bisogno primario (particolarmente male pare siano andate le acque minerali, -5,6%). E’ vero che si tratta di dati riferiti a due mesi fa, ma non c’è da farsi illusioni sulla ripresa di Natale, come testimonia la ricerca che Confcommercio ha presentato lo scorso 2 dicembre specificamente riferita alle prospezioni sui consumi delle feste: calo generale su tutto il fronte.


    Vanno registrati, giusto perché in controtendenza, due soddisfatti commenti: il primo è quello dei cioccolatieri di Confartigianato che prevedono un Natale con consumi non ancora quantificati e comunque stimati in un generoso range tra 10 e 30 per cento. E poi c’è Ikea, il colosso svedese dell’arredamento, che ha parlato di un incremento delle vendite natalizie del 10% rispetto all’anno scorso. Ma Ikea, va detto, oltre ad essere nota per la qualità del suo design lo è anche per i suoi prezzi assai competitivi: insomma, parliamo sempre di consumi in epoca di vacche magre.


    «Siamo di fronte ad una picchiata dei consumi che fa venire i brividi», ha commentato il centro studi di Confcommercio, che poi ha così argomentato: «È una situazione allarmante per tre motivi: in primo luogo sta diventando ormai patologico l’arretramento della domanda in ogni settore, sia per beni che per servizi. E questo deriva dal fatto che, mentre le imprese hanno adottato, in questi ultimi mesi, una politica di prezzi più contenuta, gli aumenti delle tariffe pubbliche nazionali e locali, dei tabacchi e dei prezzi dei prodotti petroliferi hanno prodotto, da un lato, una significativa erosione del potere di acquisto delle famiglie e, dall’altro, un altrettanto sostanziale indebolimento della competitività delle imprese».


    A questo si aggiunge il fatto che «le famiglie continuano a non percepire segnali positivi sia per quanto riguarda la crescita dei loro redditi sia per quanto riguarda lo sviluppo dell’intero sistema economico».


    Terzo, «la flessione delle vendite al dettaglio, espressa in quantità, è la più pesante di quelle registrate in Europa».