Critichi l’azienda? Sarai licenziato

18/09/2007
    martedì 18 settembre 2007

    Pagina 20- Cronache

      il caso
      «Violato il rapporto di fiducia con il datore di lavoro»

        Critichi l’azienda?
        Sarai licenziato

        La Cassazione respinge il ricorso di un’infermiera

          RAFFAELLO MASCI

          Non ne potete più del capufficio? Considerate i vostri manager dei mangiapane a sbafo? Avete idea che la vostra compagnia sia una vecchia carcassa? Bene: tutte queste considerazioni, per favore, cercate di tenerle per voi o, al più, esprimetele in privato. Perché parlare male della propria azienda in pubblico, può costarvi il posto di lavoro. No, non è la supponenza di un «capetto» arrogante a sancire questo principio, ma i paludati giudici della Cassazione.

          Sul tavolo degli alti magistrati è giunto, infatti, il caso di Elena R., una infermiera professionale di Monza che era stata cacciata dall’oggi al domani dalla propria clinica in quanto si era lasciata scappare qualche battutaccia su uomini, mezzi, prassi e andazzo dell’azienda, la Holding Multimedica. «Aveva profferito – scrivono in burocratese giudiziario i magistrati – espressioni offensive sulla capacità e sulla professionalità del personale» e, soprattutto, aveva gettato discredito sull’ospedale, sostenendo che nella struttura erano stati trovati «medicinali e attrezzature e supporti medici non sterilizzati» e «medicinali scaduti». Quindi: via!

          Due sentenze favorevoli
          La signora però, come prevedibile, aveva fatto ricorso, e i giudici di Monza nel 2003 le avevano dato ragione con conseguente «ingiunzione al reintegro». Poi c’è stato l’appello e, nel 2004, la Corte di Milano aveva confermato la sentenza: Elena non aveva commesso nulla che ne giustificasse l’allontanamento. La Holding Multimedica si è arresa? Per nulla. Ed è ricorsa in Cassazione, i cui giudici le hanno dato ragione e hanno sentenziato che parlare male della propria azienda «esprime una potenzialità negativa sul futuro adempimento degli obblighi» del dipendente, e fa vacillare il rapporto di fiducia con il datore di lavoro.

          Danno d’immagine
          Potremmo, quindi, essere tutti licenziabili in tronco se dissentiamo dal timoniere della nostra azienda? No, chiarisce la Cassazione, in quanto «va tenuto presente che l’intensità della fiducia richiesta è differenziata a seconda della natura e della qualità del singolo rapporto». Una cosa, insomma, è se a lamentarsi è l’usciere, altra se è l’amministratore delegato. In questo caso, annota la Corte, data la «delicatezza della funzione assegnata» all’infermiera, il giudice di merito, disponendo «la reintegra» nel posto di lavoro, «non ha dato ragione alcuna della ritenuta assenza di danno che la divulgazione» del mal funzionamento dell’azienda «assumeva per l’immagine di una struttura ospedaliera».

          Il sindacato
          La sentenza è una di quelle destinate a far discutere. «Di questo passo – ha commentato con ironia Paolo Villaggio, il Fantozzi cinematografico – rischierebbero il posto di lavoro il 100% dei dipendenti. Parlare male del capo o dell’azienda è uno sport nazionale». Nel merito entra invece il vicepresidente della Camera Carlo Leoni, secondo il quale «il lavoratore non è un socio, ma un dipendente dell’azienda, i cui diritti di opinione e di libera manifestazione del pensiero sono tutelati dalla Costituzione, e, quindi, di critica attiva nei confronti di scelte sbagliate o di comportamenti delle aziende che fossero lesivi della dignità dei lavoratori».

          Anche il sindacato, con Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil, vede con preoccupazione la sentenza: «Non viene licenziato chi arriva al patteggiamento dopo un procedimento per aver rubato nella Pubblica Amministrazione. Per contro, rischia il licenziamento chi si lamenta delle disfunzioni di un posto di lavoro che, magari vorrebbe far funzionare meglio? Ma andiamo!».