Criticare il «Protocollo» si può: nel merito (F.R.Pizzuti)

28/09/2007
    venerdì 28 settembre 2007

    Pagina 11 – CAPITALE & LAVORO

      Criticare il «Protocollo» si può: nel merito

        Felice Roberto Pizzuti

          Il «Protocollo» del 23 luglio sta creando serie fratture all’interno della sinistra. Prima il voto contrario della Fiom e alcune aspre reazioni successive che pregiudicano la possibilità di un dibattito costruttivo sul merito; adesso la sorprendente lettera di richiamo al coordinatore nazionale dell’area Lavoro e Società della Cgil contribuiscono ad un deterioramento di clima che trascende la consultazione sul Protocollo tra gli iscritti al sindacato. La sensazione è che i contenuti e le interpretazioni del Protocollo, più che la base dell’acceso confronto in atto (che in termini diversi sarebbe comunque motivato e doveroso), siano invece strumentalizzati da chi vede con preoccupazione la costruzione della cosiddetta «cosa rossa».

          Se la miopia politica non fosse un male diffuso, tutti nell’Unione – anche le sue componenti più spostate verso il centro – dovrebbero rendersi conto che per raggiungere una quota maggioritaria dei consensi elettorali è necessaria anche un’efficace rappresentanza del mondo del lavoro e delle posizioni più progressiste le quali, invece, allo stato attuale, spesso fanno fatica a riconoscersi sia nel Pd sia in ciascuna delle forze frammentate esistenti alla sua sinistra. Naturalmente è di queste ultime la responsabilità primaria di offrire un riferimento organizzativo solido alla loro complessiva base potenziale di consensi, visto che il Pd nasce abolendo la stessa parola «sinistra» dalla sua intestazione e la difesa del mondo del lavoro dalle sue priorità programmatiche.

          C’è poi la Cgil che è parte molto significativa della sinistra italiana e in questi ultimi anni è stata uno dei punti di riferimento più certi delle sue battaglie anche politiche. Pur nella sua specificità e autonomia di grande forza sindacale, il modo di rapportarsi della Cgil ai processi riorganizzativi delle forze politiche che si collocano nella parte più progressista e di sinistra dell’Unione non è e non sarà affatto secondario. Anzi, c’è da ritenere che la posizione della Cgil rispetto alla ristrutturazione delle forze progressiste e di sinistra dell’Unione possa aver influenzato le pieghe accese assunte dal dibattito sul Protocollo più degli stessi contenuti.

          Riguardo ai contenuti si è molto discusso già da prima della firma del Protocollo, ma non sempre l’attenzione si è soffermata sugli aspetti più importanti e strutturali dei cambiamenti in corso. In particolare, va ricordato che le modalità adottate per abolire lo scalone (sostituito con più «scalini» e «quote» vincolate che limitano l’elasticità di scelta del pensionamento) hanno risentito di una miope e non sempre giustificata preoccupazione finanziaria a danno della più complessiva valutazione economica e sociale degli equilibri previdenziali. I dati di bilancio dell’intero sistema pensionistico pubblico mostrano che l’insieme delle entrate contributive supera le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali di un ammontare pari allo 0,5% del Pil. Mentre da qui al 2050 si prevede che il rapporto tra gli ultrasessantacinquenni e la popolazione attiva più che raddoppierà, alla fine del periodo la quota della spesa previdenziale sul Pil è stimata uguale o inferiore a quella attuale. Dunque, una quota molto accresciuta della popolazione – gli attuali giovani che allora saranno anziani – riceverà una parte uguale o inferiore del reddito prodotto, generando squilibri sociali, ma anche economici. Sarà dunque importante, cosa di cui si è discusso poco, valutare le modalità di adeguamento dei coefficienti di trasformazione da cui dipendono le pensioni che matureranno gli attuali giovani lavoratori. E sarà opportuno fiscalizzare almeno parzialmente gli effetti delle riduzioni dei coefficienti di trasformazione, per evitare che gli oneri dell’invecchiamento della popolazione ricadano interamente su una generazione di anziani e non anche sull’intera popolazione.

          Per quanto riguarda il nostro sistema previdenziale non si è invece discusso affatto sulla circostanza, con effetti ben più strutturali, che proprio mentre i mercati finanziari stanno ribadendo l’estrema incertezza dei loro rendimenti e stanno frenando l’economia reale, il semestre del silenzio-assenso ha spostato significative quote del risparmio previdenziale verso i fondi a capitalizzazione i quali, allo stato attuale, rimangono l’unica alternativa offerta ai lavoratori per accrescere la loro copertura pensionistica. Eppure la legge finanziaria per il 2007 prevede che proprio in questo periodo il ministro del Lavoro debba valutare l’opportunità che ai lavoratori sia riconosciuta la possibilità di impiegare il proprio Tfr anche per aumentare la copertura offerta dal sistema pubblico. Ma, distratti da altro, nessuno lo sta ricordando al Ministro.

          Sul mercato del lavoro il Protocollo delude le attese inserite nel programma dell’Unione di contrastare la precarietà. Un obiettivo che non risponde solo all’esigenza inderogabile di arrestare la dirompente incertezza di vita dei giovani, di cui si dice che vanno salvaguardati gli interessi contrapponendoli strumentalmente a quegli degli anziani. Dal punto di vista economico-produttivo, la precarietà dei rapporti di lavoro – così come la riduzione del cuneo fiscale – ribadisce la filosofia perdente di perseguire la competitività essenzialmente sul piano dei prezzi e non, invece, stimolando la qualità e l’innovazione.

          Dunque la valutazione sui contenuti del Protocollo va senz’altro fatta e liberamente; ma, da un lato, con maggiore attenzione ad aspetti significativi che invece vengono trascurati e, d’altro lato, scansando gli ostacoli al percorso d’unificazione della sinistra che è in atto.

          La sinistra ha davanti a sé un compito storico di ripensamento del proprio ruolo nel contesto del forte mutamento degli equilibri economici, produttivi, tecnologici, sociali e culturali in atto nel mondo da circa tre decenni. Questo compito non può essere confuso e ridotto a quanto è necessario per contribuire al raggiungimento del successo elettorale dell’Unione o per difenderne il governo. Tuttavia non può nemmeno esser ignorato che operare in un contesto più avanzato degli equilibri elettorali e governativi favorisce il lavoro di più strutturale avanzamento delle condizioni economiche, sociali e ambientali.