Crisi, persi 10 miliardi di utili Ma le medie imprese resistono

10/08/2010

La crisi finanziaria ha bruciato quasi 10 miliardi di utili nelle grandi e medie imprese del nostro paese. Questo il calo registrato nei bilanci del 2009 rispetto a quelli del 2008. Se si va ancora a ritroso, al 2007, la perdita di utile sale a 14,6 miliardi. Quasi una manovra finanziaria. È la fotografia scattata dall’ultimo rapporto Mediobanca, che analizza i risultati di 2025 società di dimensioni medio-grandi. Il campione include imprese private e a controllo pubblico, oltre che ditte straniere presenti sul nostro territorio. Proprio queste ultime si sono distinte sul fronte dell’occupazione nell’anno più duro della crisi. LAVORO Le imprese estere sono quelle che hanno tagliato più posti di lavoro, registrando un calo del 4,4%a fronte di una media del 2,7%. In cifre assolute, le2025 grandi e medie società prese in esame hanno lasciato a casa 36.357 persone. Tra queste 13mila posti sono stati tagliati da società straniere. Il dato appare tuttavia fisiologico, vista la naturale tendenza dei big presenti in diversi Paesi a ricorrere a misure dolorose prima all’estero che in patria. La crisi ha portato anche le medie imprese (fatturato inferiore ai 330 milioni e meno di 500 dipendenti), le più virtuose, nell’analisi dell’Ufficio studi di Mediobanca, a ridurre l’anno scorso, per la prima volta negli ultimi tre anni, i propri occupati, calati dell’1,7%. Gran parte degli esodi si è registrata nell’industria manifatturiera (-23mila). I settori più colpiti sono stati l’industria del legno, i trasporti, e gli elettrodomestici.
LUCI
Non solo ombre, tuttavia, nell’ultimo rapporto dell’Ufficio studi Mediobanca. Pur avendo perso ben14 punti di competitività nel biennio nero della crisi, il sistema Italia contiene ancora importanti elementi di reattività. Tanto che i segnali di quest’anno sono positivi. «Le voci del conto economico – sottolinea il rapporto – mettono in evidenza un recupero del fatturato nei primi sei mesi del 2010. La ripresa è stata importante nel comparto energetico (20% rispetto allo stesso periodo del 2009) a causa della dinamica dei prezzi di vendita (quotazione del petrolio in euro +50%, sempre nei primi sei mesi). Nel manifatturiero l’aumento di fatturato è stato del 7% circa, il che significa aver recuperato a tutti i primi sei mesi un terzo circa del regresso del 2009». A tirare la ripresa sono certamente le «aziende-gioiello» del sistema: una pattuglia di medie imprese (non le grandi) che già da tempo mostrano performance di tutto rispetto. In termini di ricavi, le medie imprese hanno registrato nel 2009 una flessione leggermente inferiore alla media (-16,3% contro il -16,5% del campione totale dello studio e il -17,2% del manifatturiero). Meglio hanno fatto anche in termini occupazionali: nel2009 hanno tagliato 1.713 dipendenti, per un calo percentuale inferiore di un punto (-1,7%) rispetto al -2,7% medio, e nel triennio 2007-2009 hanno ridotto il personale dell’1,1%, meno del -2,9% del totale delle 2025 imprese. Anche gli investimenti hanno tenuto: il calo percentuale è stato del 7,8%, a fronte del 20% medio, uniche a non essere scese ai minimi del decennio, con i disinvestimenti pari al 33% in percentuale sui nuovi investimenti. Ultimo traguardo: il debito con le banche. Le società di medie dimensioni sono riuscite a ridurlo, per effetto di un progressivo disinvestimento del sistema bancario. Sono loro la punta di diamante del sistema produttivo italiano: competono sui mercati internazionali e fanno innovazione. Ma proprio sulle medie imprese il fisco pesa di più. L’aliquota media tocca il 34,8% contro una media delle quotate del 25,7%. La loro penalizzazione è riconducibile essenzialmente al maggior peso dell’Irap.