“Crisi” La politica scommette su se stessa. E se perde?

23/05/2007
    mercoledì 23 maggio 2007

    Pagina 6 – Politica

    IL CASO

      Tante letture delle parole di D’Alema. Per qualcuno è in vista un pericoloso big bang, per altri l’allarme è sul decollo del Partito democratico

        La politica scommette su se stessa.
        E se perde?

          di Roberto Roscani

            Come sempre quando si parla di D’Alema (e quando parla D’Alema) la prima domanda è: ma che voleva dire davvero? Buon segno: vuol dire che non dice cose banali. Cattivo segno: vuol dire che da lui ci si aspetta sempre uno scarto, un doppio livello, un detto condito da un non detto più importante. Stavolta Massimo D’Alema ha detto in due occasioni qualcosa di estremamente comprensibile: la politica è sull’orlo di una crisi di credibilità, di uno scollamento drammatico col sentire dei cittadini. È qualcosa che in molti hanno percepito da tempo e che si cerca di spiegare in vari modi, dalle accuse sui costi della politica che allontanano i cittadini, al rumore bianco che circonda ormai ogni discussione politica, fino a confonderne i contenuti in un mormorio litigioso quanto indistinto. Ma se questo piano di lettura è troppo semplice – contiene una sorta di verità di buon senso – allora proviamo a tracciare qualche seconda lettura. Amici e nemici hanno affacciato l’idea che quel riferimento (in realtà appena accennato) al “precedente” di Mani pulite e del ’92 fosse quasi una “previsione”: così Carra ha accennato all’idea di uno scandalo imminente in casa Ds e Caldarola guarda con allarme all’arrivo alla Camera di una valangata di intercettazioni definendole un «big bang» di fango che rischia di terremotare le istituzioni. Ipotesi. Ma senza riscontro.

            Altri invece pensano che l’allarme di D’Alema sia una sorta di scudo dietro il quale si nasconde il significato reale dell’intervista rilasciata dal vicepremier. Per loro il nocciolo è tutto nell’ultima risposta, quella che «mette in guardia» l’amico-avversario Walter Veltroni dal fidarsi dei cattivi consiglieri, dei king maker sbagliati. Anche qui gli esegeti sono divisi: c’è chi dice che sia uno stop vero e proprio all’ipotesi di Veltroni leader del Pd per il prossimo duello elettorale con la destra. Altri – i più buonisti – pensano invece che il possibile asse D’Alema-Veltroni non si sarebbe spezzato del tutto e che il vicepremier voglia far capire al sindaco di Roma che il vero king maker è lui e che se Walter sarà il leader dovrà ringraziare lui e non altri (il primo tra questi altri sarebbe proprio la “tessera numero 1” del Pd Carlo De Benedetti).

            Ma anche questa lettura sembra un po’ di routine, col solito schema complottardo come vuole il dalemismo o l’antidalemismo. E allora proviamo a prendere più sul serio le parole del vicepremier. L’allarme è realmente sentito anche se – c’è da sperarlo – il paragone col ’92 non regge. Curiosamente nello stesso giorno dell’intervista Ilvo Diamanti nel suo articolo domenicale parlava dello stesso tema affermando che la frattura tra cittadini e politica è sempre più larga, ma più che essere un segnale di rabbia e di risentimento è un segnale di apatia e distacco, gli italiani si sentono – dice – felici e felicemente antipolitici. Certo il grande terremoto di 15 anni fa è lontano. Lontano nella sua drammaticità ma anche nel contenuto di attesa e di speranze che il «crollo» si portava dietro. Ora prevale l’indifferenza. In un libro (Gli italiani e la Politica, edito dal Mulino) il sociologo Marco Maraffi parla di «falsa partenza della seconda repubblica». Quella grande riforma della politica che D’Alema un decennio fa aveva affidato ai cambiamenti istituzionali si è dimostrata una strada non percorribile (perché a farla bisogna essere in due e Berlusconi non è interessato, lui gioca un’altra partita). Oggi il vicepremier punta le sue carte sul partito democratico, come una sorta di autoriforma della politica capace di cambiare l’intero quadro dei partiti. Ma il Pd rischia di impantanarsi e di svuotarsi. E questa «falsa partenza» sarebbe disastrosa. L’allarme allora è proprio qui, in una politica definitivamente incapace di rimettersi in corsa. Se le cose stanno così allora vale la pena di discuterne. Altrimenti siamo alle solite.