Crisi, donne le prime vittime fuori dal lavoro se sono incinte

24/05/2011

Per le donne italiane la crisi è un tunnel ancora senza uscita. Rispetto alle loro «sorelle» europee le condizionidi lavoro sono peggiori su tutti i fronti: qualità dell’attività, salario medio (-20% rispetto agli uomini italiani), difficoltà di coniugare tempi di vita con quelli di lavoro. Le madri soffrono più delle single, le giovani nonne a loro volta hanno più difficoltà delle madri, con i nipotini da accudire e spesso anziani genitori da curare. nelle coppie c’è una forte asimmetria tra i ruoli maschili e femminili: e più si va avanti con l’età più l’asimmetria aumenta. Nel 2010 il sesso cosiddetto debole ha dedicato due miliardi di ore al lavoro di cura informale (cioè non pagato) su tre miliardi complessivi. Ma il dato più allarmante sta nella mancanza di libertà di scelta: molte italiane sono costrette a lasciare il lavoro contro la loro volontà, quando restano incinta. Nel biennio 2008-9 erano 800mila ad ammettere questa dura realtà: o licenziate o costrette a firmare dimissioni in bianco. RAPPORTO Un quadro forsco, quello scattato all’ultimo Rapporto annualedell’Istat presentato ieri dal presidente dell’Istituto Enrico Giovannini, al presidente della Camera Gianfranco Fini alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. «I giovani e le donne hanno prospettive sempre più incerte di rientro nel mercato del lavoro – ha detto Giovannini – e ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più alto livello di istruzione, e le opportunità». I numeri sulla dicotomia tra mondo del lavoro e ruolo femminile appaiono disarmanti. Quelle 800mila costrette a starsene a casa, senza un reddito proprio, rappresentano l’8,7% delle donne che lavorano o hanno lavorato in passato: una quota rilevante. «Oltre la metà delle interruzioni dell’attività lavorativa per la nascita di un figlio – si legge nel Rapporto – non è il risultato di unalibera scelta da parte delle donne. A subire più spesso questo trattamento nonsono quelle delle vecchie generazioni, ma le più giovani (segnale di una tendenza in aumento, ndr), cioè il13%delle madri nate dopo il 1973; le residenti nel Mezzogiorno e le donne con un titolo di studio basso». Tra le madri espulse contro la loro volontà, solo il 40% riesce a trovare un’altra attività dopoche il figlio è cresciuto, ma quel dato è il saldo di una distanza abissale. Su 100 madri licenziate, riprendono a lavorare 51 nel nord e soltanto 23 nel Mezzogiorno. Le «dimissioni in bianco» stanno diventando un male endemico nel mercato del lavoro della Penisola. La famiglia sottrae le donne al lavoro, ma è solo nel nucleo familiare che si ritrova quella rete di aiuti che spesso difende gli individui dalla crisi. in Italia è sempre stato così. E anche nel 2010 i cosiddetti «care giver»(quelli che assitono altre persone gratuitamente) sono aumentate, ma raggiungono sempre meno famiglie. «Le persone che si attivano nelle reti di solidarietà sono aumentate in misura significativa – scrivono i ricercatori
- Dal 20,8% del 1983 al 26% 25 anni più tardi. Di contro sono diminuite le famiglie aiutate (dal 23,3% al 16,9%), soprattutto tra quelle di anziani». Il fatto è che la struttura famigliare si è modificata, parcellizzandosi sempre di più: diminuiscono le persone con cui condividere le cure, il numero di figli diminuisce e i genitori risultano sempre più bisognosi di attenzione. L’assistenza alle famiglie con anziani viene fornita per lo più dalle reti informali (il 16,2% nel 2009). La quota di quelle raggiunte dal pubblico è di circa la metà (7,9%), mentre arriva al 14% quella a carico del privato.«Nel Mezzogiorno sono state aiutate meno famiglie, per quanto i bisogni siano stati maggiori – continuano i ricercatori – a causa di una povertà più diffusa, delle peggiori condizioni di salute degli anziani e un maggior numero di disabili». La distanza con il Nord est, regione ad alto livello di assistenza, è ancora aumentata.