Crisi dell’industria, verso lo sciopero generale

10/02/2005

    giovedì 10 febbraio 2005

      Crisi dell’industria, verso lo sciopero generale
      La proposta di Epifani a Torino con Pezzotta e Angeletti. «Sulla competitività il governo non ha uno straccio di idea»

        DALL’INVIATO
        Roberto Rossi

          TORINO – «Dobbiamo costruire una cornice confederale ai diversi scioperi previsti: quello dell’8 marzo dei tessili, dell’11 marzo della Fiat, forse quello dei chimici. Non è giusto che ogni categoria se la cavi o provi a farlo per conto proprio, bisogna lavorare per costruire e rendere possibile lo sciopero generale unitario dell’industria».

            Davanti a Savino Pezzotta e Luigi Angeletti e ai 1.500 quadri e delegati di Cgil Cisl e Uil del Piemonte, riuniti al teatro Colosseo di Torino per parlare di crisi industriale, di declino, Guglielmo Epifani lancia la sua proposta. Un segnale, lo chiama lui, centrato sull’unità d’intenti. «Insieme – ha detto il segretario della Cgil – dobbiamo costruire questa prospettiva: da qui viene forte la richiesta affinché le tre confederazioni restino unite. Il governo non può fuggire in eterno, non può fare finta che la crisi industriale sia solo la convocazione di qualche tavolo quando proprio non ne può fare a meno. Questa battaglia la dobbiamo vincere».

              Una battaglia che parte dal Piemonte. Che, come spiegato dal numero uno della Cisl, Pezzotta, «è il paradigma della situazione industriale del Paese. Perché in una realtà imprenditoriale di forte radicamento si evidenziano l’esigenza di rilancio e il forte ritardo sulle politiche industriali da parte del governo».

                Il 2004 per la regione è stato un vero e proprio annus horrobilis. Secondo i sindacati, sono stati messi in mobilità 16.482 lavoratori, dei quali circa il 40% senza indennità, e sono state avviate procedure per il licenziamento di 8.300 persone da attuare nei prossimi mesi. Sempre lo scorso anno la cassa integrazione, questa volta straordinaria, ha coinvolto 205 imprese, di queste 27 sono interessate da crisi aziendale, 61 da procedura concorsuale, 24 da cessata attività. Inoltre i dati sulla cassa integrazione ordinaria presentano un forte incremento delle ore utilizzate e molte sono imprese che stanno esaurendo le 52 settimane del biennio. Solo a Torino sono state oltre 95 mentre a Biella (distretto del tessile) ne risultano 111. Il rischio è quindi di avere in breve una perdita netta di circa 20mila posti di lavoro.

                  «Il presidente del Consiglio ci aveva promesso tre mesi fa un intervento sulla competitività – ha detto Epifani – ma lo aspettiamo ancora. Il governo non ha uno straccio di idea da presentare innanzitutto al proprio interno». «Da mesi attendiamo una proposta sulla competitività che non arriva», ha aggiunto Pezzotta «mi sembra che il decreto più che dare risposte alle questioni che abbiamo posto stia mettendo in moto una polemica tra ministri sulle diverse competenze. Bisogna capire se il problema è la competitività tra ministri o se quella del Paese».

                    Inutile dire che parlare di crisi industriale in Italia – sulla questione il 15 febbraio ci sarà l’assemblea dei delegati e quadri Cgil, Cisl e Uil a Milano – e in Piemonte significa soprattutto parlare di Fiat. «Bisogna aprire un tavolo di concertazione fra governo, azienda, sindacati e banche per discutere, alla luce del sole, su come la Fiat possa uscire dalla situazione in cui è precipitata». «Dico alla luce del sole – ha aggiunto il segretario – perché i lavoratori non possono essere considerati un pacco postale, spostato dal lavoro alla cassa integrazione. Sediamoci tutti intorno a un tavolo e discutiamo: si veda quali risorse sia possibile reperire, quale sforzo si possa fare per riposizionare la Fiat su un segmento di qualità, quali interventi possa fare il sistema Paese. Così si comporta un Paese moderno, altrimenti ci si rassegna a vedere una Fiat che diventa sempre più piccola, uno spezzatino, che salva qualche pezzo e perde gli altri».

                      Epifani ha poi citato il caso della Renault: «Ho letto con soddisfazione e un po’ di rabbia i dati della crescita della casa francese nel 2004. Eppure qualche anno fa la Fiat non aveva niente da invidiare alle altre aziende». Ma in Italia si continua a comprare straniero, «più di un milione e mezzo – ha detto il segretario della Uil Angeletti -. E ogni 4 auto straniere che compriamo è un posto di lavoro che va via».

                        «Non si può difendere l’italianità delle banche e lasciare l’industria tutta in mano straniera. Ci vuole un equilibrio. Bisognerebbe essere più accorti nel difendere il sistema industriale nazionale e nel fare penetrare qualche elemento di concorrenza nel sistema bancario. Esattamente il contrario di quello che si sta facendo».

                          E allora sciopero, magari unitario. Forse, si vedrà.