“Crisi” De Luna: «politica subalterna al mercato»

23/05/2007
    mercoledì 23 maggio 2007

    Pagina 6 – Politica

    De Luna: «La politica
    è subalterna al mercato»

      «Una classe dirigente vissuta come casta. I partiti sono
      diventati aggregati di detentori di cariche pubbliche»

      di Bruno Miserendino/ Roma

      SCEGLIERE – «Una politica che non sceglie e che non motiva»: questa è la causa della disaffezione. «Una classe dirigente vissuta come casta», che non si seleziona più nel confronto con i bisogni reali della gente. Giovanni De Luna, storico autorevole dell’Italia contemporanea, dà la sua lettura sull’allarme di D’Alema. E dà una sua ricetta: un «conflitto» sano, senza scontro, basato sulla nettezza delle scelte.

      Professore, condivide l’analisi di D’Alema?

        «Do per scontato che sia vero il dato della disaffezione dalla politica. Non so se il riferimento alla crisi di Tangentopoli è calzante, ma l’importante è interrogarsi sul perché di questo scollamento».

        Ecco, perché?

          «Se si analizza andando dal particolare al generale, il primo anello è rappresentato da questa nefasta legge elettorale, che ha sequestrato la possibilità dei cittadini di incidere sulle scelte dei partiti. Il secondo anello, più ampio, è quello che io definirei l’ingerenza del mercato. C’è una frase cara a Giuliano Ferrara: il mercato decide, i tecnici governano e i politici vanno in televisione. Un po’ rozzo, ma plausibile. Si ha l’impressione che ormai una serie di meccanismi decisionali sfuggano alla politica. C’è un mercato sempre più invasivo e una parallela ritirata dello Stato da una serie di ambiti occupati nel Novecento. È un ridimensionamento verso il basso (nei confronti delle comunità locali, di appetiti corporativi), e verso l’altro, la dimensione globalizzata e sovranazionale».

          Però questo non è un fenomeno solo italiano.

            «Ma in Italia rimbalza in modo peculiare e drammatico. Ha ragione D’Alema, da noi si stanno manifestando in maniera parossistica fenomeni nati nella seconda metà degli anni 80. I partiti sono diventati aggregati di detentori di cariche pubbliche, contribuendo all’immagine di classe politica come casta. Prevale la cooptazione, mentre si è spezzato quel meccanismo che legava la selezione delle classi dirigenti al confronto coi bisogni reali».

            Che era un merito dei grandi partiti di massa.

              «In Italia si è usciti in modo tumultuoso dal Novecento scaraventando fuori dalla finestra i partiti di massa e tutte le vecchie appartenenze ideologiche, ma rischiando di buttare il bambino con l’acqua sporca. La marea ha lasciato a riva tronconi di partiti. Uno degli aspetti più significativi è l’affievolirsi delle distinzioni identitarie e sui valori. Questo non è di per sé un male perché ideologie, identità e valori nel Novecento ci hanno regalato tragedie. Ma smarrendo i tratti del conflitto identitario la politica non è più stata in grado di intercettare le passioni e i tumulti della gente, si è presentata come una distinzione tra opzioni molto simili, legate alla gestione della cosa pubblica».

              Si direbbe che non ci sono più le differenze di una volta…

                «Da questo punto di vista, con grande cautela, forse la riproposizione più netta del conflitto potrebbe persino essere una soluzione. Anche in D’Alema c’è stata spesso questa paura del conflitto, questa ansia del paese normale, pacificato, che dialoga. Perché pesa ancora il ricordo di quando i conflitti spaccavano il paese. Invece io avrei oggi più fiducia».

                Nel bipolarismo maturo?

                  «Oggi si può riproporre una nozione di conflitto che non porti sull’orlo della guerra civile. La disaffezione è legata alla mancanza di scelte nette. Sulle emergenze del nostro tempo la gente non può non schierarsi, e può farlo senza per questo avere un nemico da combattere».

                  Esempi?

                    «Ad esempio i problemi sollevati dalle comunità locali, come Serre, la Val di Susa, come si affrontano? Rinviando la scelta, dando ragione una volta all’uno o all’altro? Per la sinistra storicamente il territorio non è stato sempre una variabile decisiva, anzi veniva interpretato come un freno al dispiegarsi del protagonismo collettivo, delle grandi masse. Adesso queste comunità locali diventano di colpo il sale della democrazia? Qui bisogna darsi una misura e un criterio di giudizio. Togliatti criticava il mito del buon governo. La questione meridionale, diceva, si può risolvere con bravi agronomi? O ci vuole qualcosa di più? Insomma servono scelte più chiare e possibilità di schierarsi».

                    Anche sul tema della laicità?

                      «Non possiamo pensare che oggi la frattura laici cattolici possa riproporsi nella dimensione scismatica dell’Ottocento. Entrambi si confrontano all’insegna della stessa regressione, perché in realtà il mercato sta erodendo la politica dei laici e la leadership dei cattolici. Diciamo la verità: i valori che si affermano nel mercato non sono quelli del Family Day. Questo confronto non deve essere risolto sul piano del compromesso, ma della chiarezza delle opzioni».

                      Ma nella destra e nella sinistra, oggi, vede consapevolezza della profondità del male, oppure ognuno punta a convivere a modo suo con questa disaffezione?

                        «Il problema è comune. La destra ha una scorciatoia che è Berlusconi. Il suo elettorato è fisiologicamente più lontano dalla politica, ma è più ricettivo al richiamo del populismo. Il centrosinistra non ha questi strumenti, deve nutrirsi di un altro humus culturale, che è appunto la nettezza delle scelte. Solo che non vedo, nella sinistra, grande consapevolezza, per questo il richiamo di D’Alema è utile».

                        Secondo lei il partito democratico è una risposta alla disaffezione?

                          «Il partito democratico rischia di essere schiacciato nella sua nascita dal problema della governabilità. Il processo ha assunto una direzione a senso unico, di tipo centripeto, da sinistra verso il centro, e il rischio di un’egemonia moderata c’è. Questa sofferenza dell’area di sinistra verso il Pd la vediamo nella costruzione del Pantheon. Per chi è della Margherita non c’è nessuna difficoltà a metterci De Gasperi, per la sinistra si tratta di far convivere Berlinguer e Craxi. Ma il progetto pone problemi enormi anche nella sinistra radicale, perché fa perdere rendite di posizione e obbliga al cambiamento. Come si rompe questo schema? Non lasciandosi invischiare dalla dimensione della governabilità. Quella è un “prius”, ma non può bastare, bisogna riattivare il meccanismo delle opzioni e delle scelte. Serve una classe dirigente nuova, giovane, non selezionata sul sopire e lenire».

                          Ai protagonisti del mercato conviene una politica debole?

                            «Sì. Lo spazio pubblico lasciato libero dalla politica viene man mano occupato dal mercato, con le sue regole e i suoi comportamenti collettivi. Non va demonizzato questo fenomeno, tutta la storia contemporanea è legata alla dialettica tra politica e mercato. Ci sono fasi in cui la politica si espande nello spazio pubblico, come dopo il ‘29, e fasi, come questa, in cui il dominio si rattrappisce. Il mercato ci sguazza, costruisce un senso comune in cui prevale l’insofferenza verso regole, lacci e lacciuoli. La sua è una vittoria culturale prima di tutto».

                            E la politica non reagisce.

                              «L’errore della politica è modellarsi alla tendenza, restando subalterna».