“Crisi” D’Alema e la sindrome Craxi

23/05/2007
    mercoledì 23 maggio 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

    UNIPOL
    LA CRISI DELLA POLITICA

      D’Alema e la sindrome Craxi

        FEDERICO GEREMICCA

        ROMA
        Troppe analogie. Innanzitutto lo strapiombo nel quale è finita la credibilità della classe politica, quindici anni fa sepolta sotto cumuli di tangenti e «mazzette» e oggi messa all’indice da una campagna (giusta) che ne sottolinea i costi faraonici a fronte dei modesti risultati. Poi il riapparire della «variabile giudiziaria», con vecchie inchieste (Unipol/Bnl) che tornano in auge e nuove indagini (a quel che si dice) che starebbero per riconquistare le prime pagine dei giornali. Infine – e proprio come quindici anni fa – un altro referendum elettorale, capace di catalizzare le rimontanti pulsioni anti-partiti e in grado di fare un tal botto da far sembrare poco più che petardi i pur dirompenti referendum del 1991 e del 1993. Troppe analogie e troppe coincidenze. Comprese la debolezza del quadro politico-istituzionale e il graduale crescere dell’attesa verso un «uomo nuovo», che arrivi e spazzi tutto via (nel ‘94 fu Berlusconi, oggi c’è chi punta l’indice verso Montezemolo).

        Erano settimane che Massimo D’Alema ragionava con i suoi più stretti collaboratori del progressivo appesantimento della situazione, a un anno esatto dal ritorno a palazzo Chigi di un governo del centrosinistra. Un appesantimento che andava ogni giorno di più somigliando ad un accerchiamento, da rompere prima che fosse troppo tardi. E l’accerchiamento, in qualche modo, è stato rotto. Con la solita mossa in due tempi. Il primo tempo costituisce un classico per D’Alema: l’avviso ad amici e nemici che il gioco è scoperto, e che stiano attenti tutti perché a rischiare l’osso del collo non è solo la sinistra ma il sistema nel suo insieme. «E’ in atto una crisi – ha così detto al Corriere – che tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni ‘90 segnarono la fine della Prima Repubblica». Il secondo tempo è la risposta da mettere in campo per evitare il lento stritolamento. E Nicola Latorre, membro della segreteria Ds, pugliese e dalemiano più di D’Alema stesso, la sintetizza così: «Non faremo la fine di Bettino». Il che rende forse l’idea della preoccupazione che serpeggia nel giro stretto del vicepremier e del fantasma che vedono aleggiare.

        Spiega Latorre: «Primo. Non ci chiuderemo in una cittadella fortificata negando che esista una crisi di sistema: la crisi c’è, riguarda tutti e – per stare al nostro campo – la risposta è la costruzione del Partito democratico. Secondo. Non inviteremo gli italiani ad andare al mare, come fece Craxi quindici anni fa: una nuova legge elettorale serve, e il referendum può essere uno stimolo potente, se il Parlamento dovesse cincischiare. Terzo. Non ci faremo spaventare: tirino fuori tutte le telefonate che vogliono con Consorte o chicchessia. E’ roba vecchia, non c’è alcun reato e non sarà certo questo a metterci nell’angolo». Può darsi che basti. Ma può anche darsi di no. La sensazione – infatti – è che più forze si stiano mettendo in movimento per assestare all’esecutivo quella «spallata» finora fallita nelle aule parlamentari. Un segno tra i tanti è il ritorno all’«uso politico delle inchieste giudiziarie» (gli imbarazzanti verbali pubblicati ieri da «Il Giornale» contro il viceministro Visco). Un altro, è la posizione assunta da personalità prudenti come Mario Monti, che di fronte all’ipotesi che il governo Prodi cada nel fuoco dello scontro intorno a Padoa Schioppa, si limita a commentare: «E allora?».

        Tutto questo ha colto di sorpresa Massimo D’Alema solo in parte. E soprattutto lo ha confermato nella convinzione che la nascita del Partito democratico è davvero una delle ultime carte rimaste in mano al centrosinistra per superare la fase di crisi. E’ per questo che non nasconde la preoccupazione per come sta andando (e cioè circondata da troppe polemiche) la fase di preparazione: «E’ importante – ha ripetuto ancora l’altro giorno ai suoi – che la nascita della Costituente sia accompagnata dal voto e dall’iscrizione di almeno un milione di persone. Anche perché la Costituente la si elegge una sola volta, e non è che se va male ci possiamo riprovare…». Dunque, niente arroccamenti alla Craxi, accelerazione sulle riforme e Partito democratico da fare esordire nel migliore dei modi. Altro, per ora, non si può fare. Che sia sufficiente lo si vedrà nelle prossime settimane, ma Peppino Caldarola – un tempo dalemiano e ora lontano dai ds che vanno verso il Pd – qualche dubbio ce l’ha: «La situazione del sistema politico è drammatica, giusto come la racconta D’Alema. La sensazione è che si sia alla vigilia del ritiro della delega alla politica da parte del mondo imprenditoriale. Rispetto al ‘92, solo due cose possono incoraggiare: che il Paese è complessivamente messo meglio, e che non c’è un “uomo nuovo” dietro l’angolo». Sarà. Ma se è dietro l’angolo, è ancora invisibile agli occhi dei più. Proprio come lo era Berlusconi prima della sua scesa in campo quasi tre lustri fa…