“Crisi” Crollo dei partiti: la sinistra non ci crede

21/05/2007
    lunedì 21 maggio 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

      Retroscena
      La disaffezione e lo spettro dell’Antipolitica

        Crollo dei partiti
        La sinistra non ci crede

          Coro di no dai due schieramenti

            Jacopo Iacoboni

            Il guaio con l’Antipolitica è che può essere tutto, Guglielmo Giannini e Umberto Bossi, Tonino Di Pietro e i girotondi, Silvio Berlusconi e Silvano Giometto. E dunque, se torna l’Antipolitica vuol dire che compare sulla scena un (nuovo) Berlusconi o che riappare un Giometto? Gli effetti, capirete, sono leggermente diversi. Il sintomo è lo stesso.

            Giometto, se comprensibilmente l’aveste dimenticato, era un tale che a cavallo tra anni novanta e duemila guidava il Map, movimento anti-privilegi dei parlamentari, e sfiniva i giornalisti con comunicati come questo: «Se avete la disgrazia di conoscere qualche deputato, prendetelo per la cotenna e chiedetegli se accetta un confronto in diretta, su Radio Gamma 5, su quanto ci costa». Era veneto, Giometto, terra storicamente legata alla Balena, eppure da sempre sensibile alle sirene neopopuliste; ma non era che l’ultima incarnazione di una fiorentissima tradizione italiana, l’antipolitico, quello che si presenta sulla scena e dice, più o meno: la politica mi fa schifo, io sono un’altra cosa, sono uno di voi. Ecco. Quell’inclinazione ciclica – di volta in volta materializzata in dittatori o politici qualunquisti, in moralisti visionari, in armatori sindaci o telepopulisti postmoderni – viene ora evocata come se fosse dietro l’angolo di questa ennesima stagione italiana. Come nel ‘92 di Tangentopoli e del crollo dei partiti.

            «Attenti – ripete anche in questi giorni Walter Veltroni – la crisi della politica è arrivata a livelli di emergenza perché la politica s’è distaccata dalla vita vera. Le persone (usa sempre questa parola, il sindaco di Roma, nda.) non ci capiscono più se non sappiamo dire loro qualcosa che tocchi direttamente le loro esistenze». «Guardate – avverte un Massimo D’Alema insolitamente apocalittico al Corriere – la scarsa fiducia nella politica travolgerà il Paese, penso alla fine della Prima repubblica».

            Uno come Luciano Violante sa che «il problema della sfiducia è enorme, grandi settori del Paese non si sentono più rappresentati; penso per esempio ai giovani precari. Ma oggi la classe politica, non solo i Ds, ha una consapevolezza che nel ‘92, lo ricordo bene, non avevamo per nulla; il fulmine allora travolse tutti». In più, aggiunge, «in quegli anni c’era una crisi economica che costrinse alla più dura finanziaria della storia; oggi l’economia va benino…».

            Non che questo, di per sé, metta al riparo dalla disaffezione anche rabbiosa verso la politica. Oggi come nel ‘93 un referendum elettorale potrebbe contribuire a decapitare una parte del ceto politico, mai come in questa fase accusato per l’inconcludenza, i tatticismi, i costi di cui s’alimenta, e che alimentano libri e inchieste sui giornali. Mario Segni, a turno visto come campione antipolitico o eroe di una stagione poi finita male, sostiene che lui da giorni, raccogliendo le firme per il referendum Guzzetta, s’è rafforzato in un’idea: «La società è quasi in una situazione di rivolta verso la politica, in cui si mescolano elementi pericolosissimi di sfiducia e di ribellione; come nel ’92». Il referendum, a detta sua, sarebbe l’unico strumento per incanalarli verso qualcosa di costruttivo: «La cosa incredibile è che Berlusconi sia totalmente assente da questa partita. Mi ricorda il Craxi dei primi anni novanta, quello che aveva lanciato la grande riforma istituzionale, e poi ci rinunciò perché rischiava di far perdere al Psi un pugno di sindaci».

            Ora, alcune differenze paiono lampanti: Michele Salvati ricorda che «allora il Pds cavalcò per un po’ l’ondata, sperando di trarne benefici»; i Ds di oggi non farebbero mai altrettanto. Stefano Ceccanti, costituzionalista che lavora con la Barbara Pollastrini e ha scritto il testo originario della legge sui Dico, confida: «Con il referendum del ‘93 occorreva azzerare tutto; io non credo che adesso ci sia questa necessità, e nessuno del resto lo vuole. La cosa più opportuna, anche secondo noi referendari, sarebbe pilotare tutto, non azzerare. Ma per far questo occorrerebbe che le leadership politiche, compresa quella dei Ds, fossero forti».

            Politica e antipolitica talora si alimentano in un circolo. Alberto Asor Rosa, uno dei pochi che anche nel vecchio Pci del ‘77 faceva almeno lo sforzo di capire «le due società», ragiona: «L’Antipolitica non è un movimento in sé, non è un demone, o un Totem, ma è il prodotto di una cattiva politica, una politica lenta, rissosa, inconcludente, costosa. Invece di lamentare i rischi dell’antipolitica, che ci sono, D’Alema e la classe politica farebbero meglio a prevenirne l’esplosione». Il referendum, sostiene, «da solo non produce nulla, non è né politico né antipolitico, è neutro; e non basta comunque, se il ceto politico non procede da sé a una correzione di rotta che appaia evidente anche a chi è escluso».

            Tuttavia nel partito più assediato – nello stesso tempo l’unico a poter imprimere un processo (auto)riformatore – c’è anche la convinzione che il ‘92 non si ripete. Un po’ perché la storia non lo fa mai, un po’ per le condizioni. Michele Salvati premette: «Allora quasi nessuno aveva capito, nonostante le Leghe, che stava per crollare tutto; e sì, elementi di preoccupazione ci sono, vai a capire se l’Antipolitica si può materializzare in qualche forma o personaggio dirompente. La vera grande differenza è che oggi non vedo imprenditori dell’antipolitica, non vedo un Berlusconi nuovo, o un Bossi, che gli aveva da tempo preparato il terreno». La forza delle nuove grandi banche – o di taluni industriali spesso evocati – non è, di per sé, una forza contro la politica: «Ve lo immaginate – ironizza Salvati – un capo populista con la faccia seria di un Profumo o di un Geronzi?». L’idea lanciata dal leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, di sciogliere il Senato e rivotare per il rinnovo della Camera Alta piace solo al «cugino» centrista dell’Udeur Clemente Mastella. Per il resto quella che per l’ex presidente della Camera rappresenta l’unica soluzione per superare la «sindrome dell’autosufficienza» di cui soffre il governo Prodi da un anno, raccoglie un coro di no e da più parti viene anche tacciata come una manovra «furbesca» per arrivare alle «larghe intese» che il leader centrista ha più volte invocato ed auspicato in questo primo anno di legislatura. Il Guardasigilli in una nota definisce la proposta di rivotare al Senato «certamente praticabile» anche se ammette l’esistenza di «un limite concreto»: «Se si dovesse andare alle urne con l’attuale legge elettorale – ragiona Mastella – e al Senato si dovesse formare una maggioranza diversa da quella di Montecitorio, che cosa accadrebbe? Non andremmo incontro ad una situazione di stallo? A questo punto serve un accordo tra maggioranza e opposizione per diversificare le funzioni delle due Camere». Il primo no a Casini arriva dal segretario dei Ds, Piero Fassino: «Qualsiasi ritorno alle urne ha bisogno che prima si cambi la legge elettorale, perché se non si cambia la legge elettorale noi rischiamo di trovarci con un Parlamento instabile, ingovernabile e frammentato come quello di oggi».

            Bocciano l’idea di Casini anche i suoi alleati di centrodestra. Per il presidente di An, Gianfranco Fini, una soluzione del genere «condurrebbe alla paralisi». Piuttosto meglio «sciogliere tutto il Parlamento».