Crescita zero, ma l’Ocse vede segnali rosa

23/06/2005
    giovedì 23 giugno 2003

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      COTIS: I PROBLEMI SONO STRUTTURALI, SERVE LA COLLABORAZIONE DI TUTTE LE FORZE SOCIALI

        Crescita zero, ma l’Ocse vede segnali rosa

          L’Isae: il crollo s’è fermato. L’Abi: Italia paralizzata dal debito

            Stefano Lepri

              ROMA
              Crescita zero quest’anno; una «patologica ritirata dell’industria»; un duro processo di selezione che avanza tra i produttori del Made in Italy, tra chi è capace di imporre i suoi prezzi sul mercato mondiale e chi soccombe alla concorrenza dei Paesi emergenti. Così si è precisato il quadro dell’economia italiana, in nuovi contributi ieri da diverse fonti. E’ possibile che il prodotto lordo nel secondo trimestre 2005 (la stima preliminare uscirà l’11 agosto) sia in recupero dopo due trimestri di calo, ma restano all’opera fattori negativi di carattere strutturale.

                Crescita zero è quanto predice il rapporto Afo, prodotto congiuntamente dagli uffici studi dell’Associazione bancaria e delle più importanti banche. Per la precisione nel 2005 il prodotto lordo dell’Italia dovrebbe diminuire dello 0,1%, cifra che tiene conto anche dei lievi miglioramenti possibili nei prossimi trimestri (nell’ordine di +0,3% ciascuno). Continuano a perdere colpi le esportazioni (-3,1% nell’anno, con prospettive negative anche per il 2006), diminuiscono gli investimenti (-2,1%), brutto segno questo per il futuro.
                L’Isae, istituto pubblico di ricerca, è un po’ meno pessimista; nel senso che al momento conferma – dice il presidente Alberto Majocchi – la previsione di un prodotto lordo 2005 a +0,2%, appena sopra anziché appena sotto lo zero. Secondo l’Isae ci sono segni, come la produzione industriale e gli ordini delle imprese in aprile, secondo i quali se non altro il peggioramento potrebbe essersi interrotto. Altri dati, come la fiducia delle imprese e delle famiglie o quello di ieri dei consumi, restano negativi.

                Sono state accolte come un buon segno ieri l’altro le cifre sull’occupazione, con 300.000 nuovi posti di lavoro nel primo trimestre 2005. A una più attenta analisi lo sono assai meno: poiché sono aumentati gli impieghi a tempo parziale, in termini di impieghi a tempo pieno si ha in realtà un calo dello 0,1%. Tra dati che fanno sperare e dati che preoccupano, avverte il capo dell’ufficio studi Ocse Jean-Philippe Cotis, resta il fatto che i problemi dell’Italia sono strutturali e non hanno facile soluzione: «Su questo c’è un vasto consenso, dal governo all’opinione pubblica; per intervenire occorre la collaborazione di tutte le forze sociali».

                Discutendo con Cotis, il direttore dell’Isae per la macroeconomia, Sergio De Nardis, ha notato che l’economia italiana risulta oggi vulnerabile perché molto specializzata, ancor più negli ultimi anni che nei precedenti, in alcuni settori (tessile, abbigliamento, calzature, e così via) particolarmente esposti alla concorrenza di nuovi Paesi produttori. Ma ciò che si nota in questi settori, sostiene De Nardis, è la crescente divaricazione tra produttori di qualità, che sui mercati internazionali riescono non solo a sopravvivere, ma hanno sufficiente successo da riuscire ad aumentare i prezzi di vendita più che sul mercato interno, e produttori di basso livello che soccombono.

                «E’ quello che ha fatto la Francia una ventina di anni fa, specializzandosi nel lusso – commenta il professor Marcello De Cecco, docente di Economia monetaria a Roma1 – ma oltre a operare questa selezione sui settori vecchi, a differenza nostra la Francia poteva contare anche su settori industriali nuovi, che si espandevano». Dalla grave crisi industriale Salvatore Rossi, capo ufficio studi della Banca d’Italia, vede una possibile uscita solo con profonde riforme di struttura: nell’ultimo quinquennio, su deregolamentazione dei mercati e riduzione del controllo statale sull’economia l’Italia qualcosa ha fatto, ma meno di altri Paesi; quanto a riforma delle professioni, siamo addirittura andati indietro.

                Frattanto lo Stato è paralizzato dal crescente deficit di bilancio. Il rapporto Afo dell’Abi e delle grandi banche si allinea alla Banca d’Italia nello stimare «per l’anno corrente un rapporto fra deficit e prodotto lordo intorno al 4%»; e vi aggiunge l’allarme per il rischio che il debito accumulato torni dopo oltre un decennio a crescere. Occorre dunque «una organica e rigorosa operazione di rientro graduale entro i margini del 3% entro i tempi che saranno consentiti dall’Europa». Sulla base di stime ancor più negative (deficit verso il 4,7%) l’opposizione attacca: «Serve una correzione di 30-35 miliardi nell’arco di due anni», sostiene l’ex ministro Vincenzo Visco (Ds).