«Crescita fiacca e disavanzo alto»

19/09/2003




19 Settembre 2003

analisi
Stefano Lepri
SECONDO GLI ESPERTI DI WASHINGTON QUEST’ANNO IL PIL ITALIANO SALIRA’ DELLO 0,4 PER CENTO
«Crescita fiacca e disavanzo alto»
Nuovo richiamo dell’Fmi: avanti con la riforma pensioni

ROMA
CRESCITA molto bassa, deficit pubblico alto, una riforma delle pensioni «che anche se realizzata per intero costituirà solo l’inizio dell’ampio programma di riforme necessario»: non dà buone valutazioni sull’Italia, tra molto pessimismo sull’insieme dell’Europa, il rapporto economico semestrale del Fondo monetario. Se il nostro Paese non ha infranto le regole del Patto di stabilità europeo, ci sta andando pericolosamente vicino; non è un peccato grave, tuttavia, perché secondo il Fmi quel Patto va modificato.
Se c’è un «fanalino di coda» nell’area euro è tuttavia (lo è da un decennio) la Germania. Siccome è il Paese più grande, rappresenta un fardello per tutti gli altri. Per fortuna che le recenti iniziative del governo tedesco con l’«Agenda 2010» di riforme strutturali «sono incoraggianti, pur se occorre andare molto oltre»; viene lodata soprattutto quella del mercato del lavoro. La Francia sta un po’ meglio, ma «la recente riforma delle pensioni, approvata nonostante le proteste, eliminerà solo due quinti del futuro effetto sui bilanci pubblici dell’invecchiamento della popolazione».
L’Italia, dice il vice capo dell’ufficio studi del Fmi, l’inglese David Robinson, rispetterà il Patto di stabilità «grazie al sostanziale ricorso a misure
una tantum». Concludendo la visita annuale in Italia il 22 luglio, la missione del Fmi aveva valutato il deficit di bilancio 2003 al 2,7-2,8% del prodotto lordo; il governo replicò che avrebbe centrato il 2,3%. Nel corso degli ultimi vertici di maggioranza, la cifra si sta avvicinando sempre più a quella del Fmi, inserita nel World Economic Outlook di ieri come 2,8%.
Per l’anno prossimo gli economisti del Fondo hanno fatto una stima di deficit (ovviamente calcolando all’ingrosso l’effetto di una legge finanziaria che ancora non è stata scritta) del 2,6%. Un altro parametro preoccupante è quello del debito accumulato, che nelle cifre riportate sull’
Outlook di ieri rallenterebbe nettamente la discesa voluta dalle regole europee: quasi stazionario quest’anno al 106,6% del prodotto lordo, al 105,4% a fine 2004.
Francia e Germania continueranno a violare il limite di deficit anche l’anno prossimo, anzi la Germania (3,9%) che ha promesso alla Commissione europea di non peccare più in misura maggiore della Francia (3,5%) ancora riottosa alle richieste di Bruxelles. Fanno male? No, risponde il Fmi: «in presenza di tangibili e credibili misure di risanamento e di riforma strutturale» il rientro nei parametri del Patto potrebbe essere diluito nell’arco di un triennio, 2004-2006. Con questa pezza d’appoggio un compromesso tra Commissione europea e Francia, dopo il varo della legge finanziaria francese il 24, diventerà forse meno sgradito ai Paesi minori dell’euro.
Anzi Kenneth Rogoff, capo dell’ufficio studi del Fondo, si spinge assai lontano nella critica al Patto. «In teoria – ha detto ieri – vedo una connessione assai debole tra il far parte di una unione monetaria e la necessità di un patto per limitare i deficit: in regime di libero movimento dei capitali sulla Germania pesa assai più il deficit di bilancio degli Usa rispetto a quello della piccola Irlanda che fa parte dell’euro. Nella pratica, tuttavia, se l’Europa non avesse il Patto nell’ultimo decennio avremmo visto almeno uno o due dei Paesi membri bussare alla porta del Fmi per un sostegno finanziario». Rogoff non ha fatto nomi, ma è facile immaginare che pensasse anche all’Italia, nel 1992 o nel 1995.
Scontate sono le previsioni di bassa crescita economica, per l’Italia +0,4% quest’anno e +1,7% l’anno prossimo; meno scontato è l’invito a non far troppo conto sul traino della ripresa americana. Il Fmi raccomanda tra l’altro di aumentare l’età effettiva di pensionamento e di adottare misure per facilitare l’impiego dei lavoratori più anziani (solo il 28% lavora da noi, una delle percentuali più basse d’Europa).