Cresce la povertà, in un welfare ormai ridotto all’osso

21/12/2009

Fra le poche istituzioni sopravvissute allo spoil system del centrodestra, c’è ancora il Cies (Commissione di indagine sull’esclusione sociale), voluto da Paolo Ferrero nella sua breve stagione da ministro della solidarietà. Diretta a Marco Revelli, la commissione sforna elaborazioni sui dati Istat e misura anche l’incidenza delle politiche «sociali» operate dai vari governi. Delimitando molto le «positività» raccontate in conferenza , ma sempre mettendo davanti la rudezza dei dati. Il quadro, in effetti, non è roseo. La crisi iniziata ormai nell’agosto 2007, con l’esplosione della bolla dei mutui subprime e quindi dei prezzi delle case Usa, ha «bruscamente interrotto la tendenza alla pur insufficiente e limitata, e tuttavia visibile, regressione dell’indice di povertà relativa nel Mezzogiorno e il divario Nord-Sud». I numeri lo registrano con molta freddezza: nel 2008 l famiglie in condizione di «povertà relativa » sono state 2 milioni e 737mila, ovvero l’11,3% delle famiglie residenti e poco più di 8 milioni di individui. L’anno prima erano state 80.000 in meno. Di queste, un milione e 260mila famiglie sono definite «sicuramente povere», 90mila in più dell’anno prima. La «povertà relativa» indica i nuclei che hanno un livello di spesa mensile per due persone appena inferiore ai 1.000 euro,
mentre le «sicuramente povere» spendono oltre il 20% in meno della media. Un altro milione e 762mila famiglia sono «quasi povere », distribuendosi tra chi può spendere tra il 10 e il 20% meno della media. Il 67,5% di queste famiglie si concentra al Sud, dove pure la popolazione rappresenta solo il 32,5% del totale nazionale. Se la passano sempre peggio i giovani, anche se lavorano e magari sono pure dotati di buoni titoli di studio. Il 6,4% dei laureati giovani risulta «povero»; il doppio di appena 10 anni fa. E tra chi lavora oggi il 10% resta comunque sotto la fatidica soglia dei «relativamente poveri». I numeri servono però a misurare anche gli effetti delle «misure sociali» sbandierate dai vari Sacconi e Tremonti. E allora: la «social card» – forse il provvedimento più appariscente, che sarebbe stato attivato verso 567mila persone – ha ridotto la «povertà assoluta » di appena lo 0,1% (dal 4,2 al 4,1), ovvero 40.000 famiglie su un milione. Appena il 25% delle famiglie «assolutamente povere» l’ha ricevuta (l’effetto migliore, spiega lo studio, l’ha avuto «dal punto di vista della predisposizione di una rete strutturale sul versante dell’input e dell’output). Stesso discorso per il «bonus straordinario » (76.800 percettori), in genere anziani soli e residenti al Sud (quasi nulla per famiglie giovani con bambini piccoli). Il «bonus elettrico risulta praticamente «non pervenuto»; la sua incidenza sui redditi è irrilevante. L’abolizione dell’Ici è stata invece una misura rivolta a tutt’altra fascia sociale: al 10% delle famiglie più povere è andato il 4% dello sgravio deciso da Prodi (ancora meno nella formulazione poi varata da Berlusconi); mentre il 70% del vantaggio è andato a vantaggio della metà più ricca della popolazione.
Ovvie, in un certo senso, le ricadute di questi datti sulle «raccomandazioni» utili a immaginare «politiche di contrasto» della povertà che abbiano una qualche incidenza pratica. La cifra stanziata per quei provvedimenti ammonta a 192 milioni,mentre il bisogno richiederebbe 3,86 miliardi. Uno scarto che non ammette minimizzazioni. Torna pertanto con estrema forza e urgenza «l’esigenza di uniformare l’Italia agli altri paesi europei nell’adozione di un trasferimento universale e selettivo in funzione di contrasto alla povertà», naturalmente «condizionato al rispetto di precise regole di comportamento»