Cresce il commercio solidale

16/02/2004


  economia e lavoro




domenica 15 febbraio 2004

Cresce il commercio solidale
Parità e giustizia come regole per gli scambi tra Nord e Sud del mondo

Roberto Rossi

MILANO Li chiamano “coloniali”. Sono quei generi alimentari prodotti
nel Sud del mondo, ma consumati nel Nord. La lista è lunga: caffè, cacao, tè, zucchero di canna, più altri prodotti agricoli e artigianali. Coloniali perché il metodo di coltivazione e di produzione prevede il sistematico sfruttamento
da parte delle grandi compagnie, spesso legate a multinazionali, dei coltivatori, per lo più contadini che lavorano in proprio o su base familiare. Un rapporto subordinato che costringe i piccoli produttori a vendere il loro prodotto a intermediari e agenti di grosse società di trasformazione a prezzi molto bassi.
Ed è proprio per superare le cause di sottosviluppo economico derivanti da un mercato locale imperfetto e dagli squilibri tipici di quello globale che è nata l’idea del commercio equo e solidale. Che cosa si intende con questa
espressione? «È una forma di cooperazione integrata – ci dice Stefano
Magnoni della cooperativa Chico Mendes di Milano – che ha come obiettivi e principi guida la parità e la giustizia negli scambi commerciali tra Nord e Sud del mondo e la lotta alla povertà. Contribuisce a uno sviluppo sostenibile
complessivo attraverso l’offerta di migliori condizioni economiche e assicurando ai produttori un trattamento etico del proprio lavoro».
Questo il metodo di funzionamento. Le organizzazioni di commercio equo (riuniti sotto la sigla Fto, Fair trade organizations) danno supporto ai produttori locali,
sviluppano, importano prodotti secondo determinati criteri. In primo luogo hanno un rapporto diretto con i produttori al fine di evitare intermediazioni speculative.
Le associazioni e cooperative con le quali trattano devono essere basate sul principio della democrazia organizzativa. Prezzo equo, ovvero, superiore o uguale ai prezzi di mercato, stabilito in accordo con il produttore e garantito dagli sbalzi del mercato regolato dalle borse e dalla speculazione finanziaria. Continuità nelle relazioni, per garantire al produttore stabilità e progettualità.
E poi la ricaduta sociale dello scambio commerciale. Che deve essere sempre a vantaggio della comunità in cui il produttore opera.
Rispetto per l’ambiente e agricoltura biologica, ovvero incentivi alle coltivazioni biologiche e alle produzione eco-compatibili. Ma soprattutto prefinanziamento
fino al 50% del valore della merce, che danno sicurezza economica al piccolo produttore. La combinazione di questi fattori permette al contadino individuale di triplicare o quadruplicare il proprio reddito.
Una volta importati i prodotti vengono poi distribuiti ai seguenti canali commerciali principali: botteghe nel mondo (3mila nel mondo, circa 400 in Italia), supermercati o una rete di negozi specializzati, mense (scolastiche, regionali). Qualche cifra per rendere più chiara la situazione. 18 paesi coinvolti
in Europa, 60 a livello globale. 100 organizzazioni di sviluppo e import (FTOs). 3mila botteghe nel Mondo, 60mila super mercati e negozi con prodotti fair trade.
1250 impiegati stipendiati in Europa. Oltre 50mila volontari attivi. 400 milioni di fatturato europeo di vendita al dettaglio. Nel Sud oltre 40 paesi coinvolti, 100 organizzazioni di produzione ed esportazione oltre 1 milione di contadini e artigiani inseriti nel progetto. I paesi che maggiormente mostrano di credere a questa economia alternativa sono la Svizzera, l’Inghilterra, la Germania e, non
ultima, l’Italia. Del fatturato italiano circa il 65% è la quota detenuta dai prodotti del Ctm altromercato (50 milioni di euro il giro d’affari), un’organizzazione non profit nata a Bolzano nel 1989 e che raccoglie oggi 132 cooperative che
operano, a loro volta, attraverso la rete di 260 Botteghe del Mondo.
Che il mercato sia, però, in continua espansione lo dimostra anche un altro piccolo ma significativo elemento. Nel commercio equo stanno entrando anche le grandi catene di distribuzione. In Italia, ad esempio, Coop, Esselunga,
Conad e oltre cento supermarket del Trentino appartenenti alle catene Sai e Poli hanno approntato punti vendita. Di più. Coop ed Esselunga hanno realizzato una linea di prodotti solidali. Perché un altro modo di consumare
non è solo possibile, ma alle volte può anche essere redditizio.