Crack da 140 milioni, coinvolti vertici Conad

11/02/2005

    venerdì, 11 febbraio 2005
    Pagina 11

      Bari: in tutto 7 ordini di custodia cautelare, 1600 lavoratori a casa, 5000 fornitori sul lastrico. La Conad: «Siamo noi quelli danneggiati»
      Crack da 140 milioni, coinvolti vertici Conad
      Il crollo della consorziata Cedi: arrestati l’amministratore delegato De Berardinis e il direttore amministrativo Bosio

        Salvatore Maria Righi

          Una truffa da almeno 140 milioni di euro, una scatola vuota che quando è scoppiata ha lasciato un buco finanziario colossale, oltre che lasciare sul marciapiede 1600 lavoratori e sul lastrico 500 fornitori. È scoppiato ieri il bubbone della Cedi Puglia, gigante della distribuzione nel Mezzogiorno che in coda al suo fallimento ha portato un’inchiesta condotta dalla procura di Bari in collaborazione col Gico della Guardia di Finanza e conclusa – per ora – con sette arresti. Tra gli ordini di custodia cautelare emessi dal gip Chiara Civitano, quattro in carcere e tre ai domiciliari, ci sono anche due manager della Conad che sono coinvolti in questo colossale crack sfociato in accuse per «quasi tutte le ipotesi di bancarotta fraudolenta e anche la causazione dolosa del fallimento», come spiega il procuratore aggiunto del Tribunale di Bari, Marco Dinapoli.

            Bancarotta. L’indagine condotta dai pm Renato Nitti, Lorenzo Nicastro e Roberto Rossi, ancora in corso e con diversi indagati, ha svelato i meccanismi che hanno portato allo svuotamento del colosso Cedi che controllava i supermercati Gum, Tarantini ed ex Standa, oltre che quelli a marchio Conad, in Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia. Una società consortile, leader nella distribuzione di merci nel sud, che fatturava oltre mille miliardi e che nel giro di pochi mesi è stata travolta dai debiti. L’accusa ai destinatari dei provvedimenti restrittivi è proprio quella di aver usato la Cedi per un arricchimento personale a sei zeri, intascando anche i crediti che il consorzio vantava nei confronti delle proprie società controllate.

              Per questo sono finiti in manette Michele Di Bitetto, 54 anni, ex presidente del Cda della Cedi, Gabriele Cozzoli, 51, Pasquale Giancaspero, 43 e l’avvocato Pasquale Ronco, 57. I primi tre amministratori e contabili, il quarto è stato anche coliquidatore. Agli arresti domiciliari Onofrio Petruzzi, 40 anni, consigliere delegato di Cedi, e due dirigenti Conad che sono entrati in scena nella parte finale di questa vicenda. Si tratta di Camillo De Berardinis, 55 anni, amministratore delegato e vicepresidente, e di Mauro Bosio, 50, direttore amministrazione, finanza e controllo.

                Miliardi volati. Fallita il 3 maggio 2004, la Cedi era una società consortile creata per comprare merci dai produttori a condizioni più vantaggiose e distribuirle, tramite società del gruppo, ai supermercati e ai punti vendita ad essa collegati. In pratica un consorzio di intermediazione tra i fornitori nazionali e le catene al minuto sparse nelle quattro regioni del sud e controllate in buona parte dai membri stessi della Cedi, come nel caso dei cinque dirigenti arrestati dal Gico.
                Alla base del crack miliardario (in lire) per il quale i magistrati hanno formulato tra l’altro l’ipotesi di bancarotta fraudolenta e distrazione di merci c’erano le merci, sui cui flussi si sono concentrate le attenzioni degli investigatori. Beni e prodotti per decine di milioni che la Cedi comprava dai fornitori, grandi e piccoli, senza pagarne il corrispettivo, e a sua volta rivendeva ai supermercati della propria rete senza riceverne il pagamento. In questo modo aumentava il debito della Cedi verso i produttori e quello dei negozi verso la stessa Cedi. E le persone che sedevano al comando del consorzio erano nello stesso tempo creditori e debitori della Cedi. Clienti di se stessi, insomma.

                  La situazione è diventata critica a metà del 2001, quando il Cda della Cedi – Di Bitetto, Cozzoli, Giancaspero e Ronco – si è trovato di fronte un’istanza di amministrazione controllata. I conti della società, da floridi, erano diventati preoccupanti. La Cedi però ha continuato a negoziare (e non pagare) merci con forniture straordinarie che hanno definitivamente affossato il bilancio e creato un buco da 75 milioni di «crediti inesigibili», come spiegano i magistrati. I suoi dirigenti finiti nel mirino della procura hanno addirittura forzato e manomesso le procedure informatiche della società che erano programmati per bloccare gli ordini di merci in caso di insolvenza. Il crack denuncia un debito da 140 milioni di euro, ma il volume della truffa è sicuramente superiore, perché le merci, messe in vendita negli scaffali, hanno fruttato un guadagno (indebito) che si somma ai mancati pagamenti delle stesse.

                    I magistrati indagano anche sull’acquisizione dei supermercati Tarantini da parte delle società collegate alla Cedi, per la quale la stessa ha fornito una fidejussione del 95% che ha permesso di effettuare l’operazione con 43.5 milioni finanziati dalle banche. In pratica l’esposizione al rischio da parte del consorzio avrebbe permesso alle società ad esso collegate (e quindi suoi dirigenti, nella fattispecie le persone arrestate) un beneficio patrimoniale.

                      Sospetti. L’inchiesta della procura di Bari, svolta per tre anni, è stata avviata quando la gestione del colosso della distribuzione è diventata a dir poco sospetta. Un esempio: nel 2002, quando il “rosso” dei conti era già vistoso e preoccupante, invece di contenere le spese la società ha incrementato gli ordini per il 146%. È a questo punto che secondo gli inquirenti entra in scena la Conad, tra i principali fornitori della Cedi e quindi in grave esposizione creditoria nei suoi confronti. Secondo i pm, per evitare guai maggiori e per cercare di ripianare il conto non pagato dalla Cedi, la Conad avrebbe rilevato una quota del capitale della stessa e una volta insediatasi nel Cda del consorzio, avrebbe condotto un’operazione finanziaria attraverso la Leasinvest spa) che in tre mesi ha fruttato 15.5 milioni, dirottati indebitamente alle casse della stessa Conad. Una violazione della par condicio tra i creditori orchestrata secondo i pm dall’ad De Berardinis e da Bosio, arrestati con l’accusa di bancarotta preferenziale.

                        Conad: siamo estranei. La Conad in serata ha emesso una nota con cui ribadisce la propria estraneità alla vicenda. «In merito alle vicende relative alle indagini sul dissesto economico di Cedi Puglia e ai provvedimenti adottati dal Gip di Bari, il Consorzio nazionale Conad precisa che le indagini effettuate non riguardano né il Consorzio stesso né alcune delle cooperative associate. Come è stato chiarito anche dallo stesso pm del Tribunale di Bari, il Consorzio nazionale Conad è uno dei principali danneggiati in quanto il più rilevante creditore di Cedi Puglia. Tale situazione non ha mai intaccato in alcun modo la solidità finanziaria e patrimoniale di Conad, che ha un giro d’affari annuale di oltre 7 miliardi di euro. Il Consorzio nazionale Conad ribadisce l’incondizionato appoggio ai suoi dirigenti inquisiti, nella ferma convinzione che abbiano operato nel rispetto delle leggi vigenti. Confida, inoltre, che la loro completa estraneità ai fatti possa essere accertata in tempi brevi da parte della magistratura inquirente».