Costo lavoro, frenata record

10/04/2001

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Costo lavoro, frenata record
Bruxelles: all’Italia la crescita più bassa della Ue
Eurostat stima l’1% in più nel quarto trimestre 2000 contro il 3,5 medio. Cofferati: smentito D’Amato

RICCARDO DE GENNARO


Roma – Brusca frenata in Italia del costo del lavoro, che è aumentato in un anno soltanto dell’uno per cento. Nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, dicono i dati Eurostat, l’Italia ha registrato l’aumento più contenuto in Europa, dove l’incremento medio è stato del 3,6 per cento (il 3,5 nei dodici Paesi dell’euro) sullo stesso trimestre del ‘99. Se l’Italia è all’ultimo posto, Francia e Gran Bretagna sono ai primi: qui il costo del lavoro è aumentato in 12 mesi rispettivamente del 5,0 e del 4,6 per cento. In particolare, nel solo settore industriale, l’aumento del costo del lavoro è stato dello 0,6 per cento.
I dati diffusi ieri dall’istituto europeo di statistica trovano letture diverse. Il governo parla di successo della concertazione ai fini di «un lavoro più flessibile e meno oneroso», i sindacati fanno notare l’infondatezza di certi allarmi della Confindustria, quando questa lamenta un andamento del costo del lavoro «anomalo» rispetto al resto d’Europa. Da un lato, il ministro dell’Industria, Enrico Letta, sottolinea che «la concertazione ha dato risultati per le imprese e per i lavoratori», dall’altro Giampaolo Patta, segretario confederale della Cgil, dice esattamente l’opposto: secondo Patta, i dati Eurostat sono infatti la conferma della «crisi profonda dell’impianto contrattuale sancito nel luglio del 1993, che non ha garantito, in questi anni, il potere d’acquisto delle retribuzioni».
Il ministro del Lavoro, Cesare Salvi, sottolinea che «l’azione del governo di centrosinistra e la serietà dei sindacati hanno consentito una forte riduzione del costo del lavoro: questo è certamente uno dei fattori della sensibile crescita dello sviluppo e dell’occupazione nell’ultimo biennio». Per Salvi, quindi, «sono sbagliate le ricette che puntano a compressioni salariali o a tagli della spesa sociale» e «occorre che nei rinnovi contrattuali si tenga conto di tutti questi dati e dell’esigenza di tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori a cominciare dai redditi più bassi».
Il leader della Cgil, Sergio Cofferati, rinnova la sua accusa alla Confindustria per le carenze manifestate sul fronte dell’innovazione: «L’occupazione aumenta, il costo del lavoro diminuisce: ma allora cosa viene a dirci la Confindustria? Il problema congiunturale del sistema italiano non riguarda il costo del lavoro, ma la struttura produttiva, con un tasso di innovazione assolutamente inadeguato». Equidistante il segretario confederale della Cisl, Raffaele Bonanni: «Le imprese non hanno nulla di cui lamentarsi, ma neppure il governo può esultare per questo risultato, che è frutto dell’abnorme ricorso a forme improprie di lavoro, come le collaborazioni coordinate e continuative e l’interinale».
Il dato sul costo del lavoro peserà sui rinnovi contrattuali, a partire da quello metalmeccanici. Per la seconda volta, nell’incontro di ieri, la Federmeccanica ha smentito le attese e non ha detto quanto è disposta a concedere. Ha invece proposto un metodo nuovo, che comporterebbe aumenti differenziati all’interno dello stesso livello di contrattazione: chi ha ottenuto nel biennio un aumento del superminimo vedrebbe infatti «assorbita» una parte dell’aumento contrattuale. Le parti si rivedranno domani per approfondire i contenuti della proposta.