“Costi” Taranto, il caso dei truffatori illicenziabili

13/12/2006

    mercoled� 13 dicembre 2006

    Prima Pagina (seguen a pag.17) – Politica

    Una commissione di inchiesta interna al Comune ha accertato che la mega truffa organizzata da dirigenti e impiegati ha provocato un �buco� di 30 milioni

      Taranto, il caso dei truffatori illicenziabili

        Si aumentarono lo stipendio fino a 5 milioni di euro: quasi tutti al loro posto in Comune

          Gian Antonio Stella

            Come osano, sospenderlo dal servizio? Francesco Grassi, uno dei ventitr� dirigenti e impiegati del comune di Taranto arrestati ai primi di luglio perch� si erano auto-regalati sontuose buste paga per un totale di 5 milioni di euro in cinque anni, ha gi� fatto ricorso.

            Gli altri sei obbligati a non ripresentarsi in ufficio il ricorso lo stanno preparando. Gli altri ancora, sono tornati alla loro scrivania da un pezzo. Per non dire di tutti gli altri dipendenti ancora che, per la commissione d’inchiesta interna, si sarebbero complessivamente fregati almeno da 21 a 30 milioni di euro. Un decimo del gigantesco buco nel quale � precipitata l’ex capitale industriale della Puglia, dichiarata in bancarotta.

            Stando alle accuse, mosse dalle denunce di un ex consigliere comunale, Nello De Gregorio, Grassi si sarebbe fatto dei regalini nello stipendio, dal 2001 al 2006, con compensi extra per misteriosi lavori �a progetto�, per 389 mila euro. Dice per� che non � stato ancora rinviato a giudizio e la legge � legge, signori e signore: come si � permesso, il commissario Tommaso Blonda, di sospendere lui e i protagonisti degli altri casi pi� gravi? Si dir� che, come ha accertato il comandante della Finanza Emanuele Fisicaro, c’� chi in un mese si era fatto omaggio di 19.439 euro e chi di 39.160: ma che c’entra? Certo, c’� chi � accusato come Nicola Blasi, di essersi preso coi ritocchi in busta paga 434 mila euro, chi come Giuseppe Cuccaro 429 mila, chi come Orazio Massafra 422 mila e chi come Cataldo Ricchiuti (al quale sono stati sequestrati 12 fabbricati e un terreno e 124 mila euro in banca: mica male per un funzionario comunale…) addirittura 567 mila.

            Ma perch� non dovrebbero tornare al loro posto, in attesa del rinvio a giudizio e poi della decisione del Gip e poi del processo in Assise e poi di quello in Appello e poi di quello in Cassazione e magari ancora di qualche ricorso alla corte costituzionale? E il bello � che la magistratura potrebbe dare loro ragione. Perch� qui � lo scandalo: Francesco Boccia, mandato da Amato a Taranto come liquidatore (primo caso in Italia per una grande citt�) ha le mani legate da leggi e leggine cos� pelosamente garantiste da impedirgli di fatto di usare la mano pesante. Una impotenza che, oltre ad alleggerire la posizione di quella massa di persone coinvolte nella maxi- truffa sugli stipendi (tutte assolutamente convinte che un giorno o l’altro il can-can finir� e magari con l’aiuto dell’indulto anche questa seccatura dell’inchiesta evaporer� in una nuvoletta) rischia di lanciare un pessimo segnale a una citt� allo sbando.

            Mario Pazzaglia, il veneto-marchigiano incaricato con Giuseppe Caricati di mettere il naso nei conti, fa professione di ottimismo e cerca di incoraggiare Taranto a reagire spiegando che �con uno scatto di orgoglio la citt� pu� recuperare e rinascere�. Ma certo il baratro nei conti lasciato dalla giunta guidata dalla forzista Rossana Di Bello (dimessasi pochi mesi dopo una trionfale rielezione in seguito a una condanna per gli appalti dell’inceneritore) gela il sangue: finora siamo gi� a un buco accertato di 382 milioni di euro. Pari a oltre sei mila euro di �rosso� per ogni famiglia. Un disastro. Sul quale non � avviata solo un’opera di rilettura dei bilanci (che potrebbe rivelare un abisso finanziario che qualcuno paventa addirittura intorno al miliardo di euro) ma si sono aperte un mucchio di inchieste penali.

            Per falsit� in bilancio. Per un appalto da 28 milioni per la pubblica illuminazione. Per il Parco Cimino dato in gestione per 1.000 euro l’anno (neppure pagati) a un ristoratore che faceva lavori edilizi (anche abusivi) e poi mandava il conto al Comune. Per una specie di fontana da due milioni di euro piazzata in mezzo al mare e mai usata. E altro ancora.

            Una gestione sciagurata. E meno male che non � andato in porto il progetto un po’ megalomane di costruire il Colosso di Zeus, un bestione che avrebbe dovuto ricordare un’antica opera di Lisippo. E magari avrebbe ricordato anche il monumentale sindaco Giancarlo Cito, che prima di finire in galera fu il Re di Taranto e prometteva di far di Taranto �la Svizzera del Sud� e minacciava Di Pietro di �riempirgli la bocca di cemento a presa rapida� e quando si prese pure la squadra di calcio ordin� ai giocatori di darsi da morire sul campo senn� avrebbe �messo le gambe dei pi� brocchi a mollo in una vasca di piranha�.

            Ma torniamo ai nostri �eroi�. La difficolt� di licenziare o perfino di sospendere i dipendenti infedeli del Comune di Taranto, coincidenza, nei giorni in cui un pezzo della sinistra vorrebbe arruolare d’un colpo, senza filtri, 300 mila precari, dei quali moltissimi saranno bravissimi ma una parte certo una palla al piede. E d� ragione a chi, come scriveva Pietro Ichino ieri sul Corriere, sostiene che �la precariet� degli uni � l’altra faccia dell’iperprotezione e inamovibilit� degli altri�. Cio� di chi, avuto un posto pubblico, non pu� pi� essere rimosso da qui all’eternit�.

            Sapete quante notizie Ansa escono, su milioni e milioni di takes dal 1981 ad oggi, incrociando le parole �dipendenti comunali� + �licenziati�, declinate al plurale o al singolare? Dodici. Ma nella stragrande maggioranza non raccontano di licenziamenti (come quello di 9 becchini triestini, sbattuti fuori perch� davvero nessuno se la sent� di difenderli dopo che avevano aperto un sacco di tombe per rubare ori e orologi ai morti) ma di rimozioni tenacemente intralciate dal sindacato o da un giudice.

            Come nel caso di Fabrizio Filippi, accusato dal comune di Livorno di essere un lavativo e finalmente messo fuori, dopo una accanita guerriglia processuale, solo dopo 13 anni di sentenze e di ricorsi. O di quello spazzino licenziato dal comune di Latisana dopo un’assenza non giustificata di 15 giorni e fatto riassumere dalla magistratura perch�, essendo l’uomo sempre ubriaco, �non era provata la volont� dell’inottemperanza al dovere di prestare servizio�.

            Per non dire di un caso simile a quello di Taranto. Ricordate cosa successe a Napoli? Finirono sotto inchiesta in 321, quattro anni fa, per essersi gonfiati lo stipendio. Molti dichiarando con l’autocertificazione di avere a casa a proprio carico una tale quantit� di nonni, suoceri, cugini, zie, cognate e consuocere da ottenere fino a 15 o 20 mila euro di arretrati. Altri perch� si erano ritoccati le buste paga attribuendosi fino a 32 milioni al mese. E �voci accessorie� fino a 105 l’anno.

            Bene: solo uno, il dirigente dell’ufficio Aldo Buono, � stato rimosso. Gli altri, se non se ne sono andati per godersi la �meritata pensione�, stanno ancora l�. E con l’indulto di quest’anno si sono tolti pure il pensiero del processo: marameo!