“Costi” Dipendenti corrotti: via dal lavoro solo due su 100 (G.A.Stella)

14/12/2006
    gioved� 14 dicembre 2006

    PrimaPagina (seguen a pag.15) – Politica

      PUBBLICO IMPIEGO

      Per il 78% dei concussori le pene sono sotto i due anni: impossibile rimuoverli

        Dipendenti corrotti
        Via dal lavoro
        solo due su 100

        Fannulloni e corrotti al sicuro
        Condannati e licenziati 2 su 100

          Il caso dell’usciere malato per 220 giorni in un anno: � al suo posto

            Gian Antonio Stella

            Abbiano l’onest� di dirlo: non vogliono licenziare nessuno, neanche i mascalzoni arrestati con la bustarella in mano. Appioppare una condanna per corruzione a pi� di due anni di carcere, oggi, � pressoch� impossibile.

              Capita in due casi su cento. Quindi la nuova �severit� sbandierata dal governo verso i dipendenti pubblici disonesti, accettiamo scommesse, si riveler� una bufala.

              Eppure questo ha detto ieri al Corriere il ministro per la funzione pubblica Luigi Nicolais. Al prossimo consiglio dei ministri presenter� �un disegno di legge sui procedimenti penali e disciplinari nel pubblico impiego� che saranno �molto pi� severi� di adesso: �Oggi c’� il licenziamento in caso di corruzione, concussione e peculato con pene superiori a tre anni.

              Molti sfuggono patteggiando o con il rito abbreviato. Da domani baster� una pena patteggiata di oltre due anni per essere licenziati automaticamente�.

              Domanda: il ministro sa quante condanne a oltre due anni di carcere vengono comminate oggi per quei reati? Se gli interessa, faccia una telefonata a Piercamillo Davigo, Consigliere di Cassazione, gi� protagonista del Pool Mani Pulite e autore con la professoressa GraziaMannozzi di un libro in uscita per Laterza proprio sulla corruzione. Gli risponderanno: �Pochissime�.

              Dettagli? Eccoli: elaborando i dati dei casellari giudiziari dal 1983 al 2002, risulta che le condanne per concussione (il reato pi� grave, articolo 317) a meno di due anni di galera con allegato il beneficio della condizionale sono il 78%. Quelli per corruzione propria (articolo 319) meno ancora: il 93%. E quelli per la corruzione normale (articolo 318) superano il 98%.

              Ovvio: la pena prevista per la corruzione va da due a cinque anni. Il giudice, per prassi, sceglie di partire generalmente da una via di mezzo, tipo quattro anni. Basta che il corrotto chieda il rito abbreviato o il patteggiamento, se proprio non ha la pazienza di tener duro, di rinvio in rinvio, contando sulla prescrizione o un indulto, e gi� ha diritto allo sconto di un terzo: e siamo a due anni e otto mesi. Meno un altro terzo per le attenuanti generiche (che non si negano a nessuno) e un altro sconto se si restituisce il maltolto et voil�, siamo gi� saldamente al sicuro: sotto i due anni.

              E questo, del resto, dicono un po’ tutte le banche dati sui processi per corruzione. La pena finisce per essere spesso inferiore a un anno.

              Per scendere fino a sette od otto mesi. Una oltre i due anni � una vera rarit�. Soprattutto in certe aree del sud comeReggioCalabria, dove le condanne per corruzione risultano essere state due. In venti anni. Morale: la �severit� delle nuove norme finirebbe in realt� per lanciare nel mondo del pubblico impiego un messaggio devastante: tranquilli, non cambia niente, nessuno paga.

              Lo dice la storia di questi anni. Non solo sul versante delle mazzette. Basti ricordare il caso di Antonio Donnarumma, un custode di Pompei. Lo arrestarono nella stupenda Casa di Cecilio Giocondo mentre cercava di violentare una ragazzina americana adescata con la scusa di mostrarle affreschi chiusi al pubblico. La flagranza del reato era tale che non cerc� neanche di difendersi: patteggi� un anno con la condizionale. Bene: non riuscirono a licenziare manco lui. E si dovettero accontentare di mandarlo �in punizione� a Sorrento. Un �esilio� a 29 chilometri.

              Una botta al morale di chi come Pietro Ichino invoca da anni una mano pi� pesante coi fannulloni proprio per dare pi� spazio e pi� soldi ai dipendenti pubblici che lo meritano, la diede ad esempio un certo Salvatore Castellano, che stava al museo di Capodimonte (dove gli usceri rifiutavano le divise perch� "non sono confacenti al clima di Napoli") e dopo aver fatto 220 assenze in un anno (pi� le ferie, pi� le festivit�…) era stato indicato al ministero come uno da sbattere fuori. Accusa: la salute cagionevole non aveva impedito all’uomo, mentre risultava quasi agonizzante, di tenere aperto un laboratorio di cornici. Eppure, di ricorso al Tar in ricorso al Tar…

              Anche A.T., un dipendente del comune di Genova, non si rassegn� al licenziamento che dopo vari ricorsi al Tribunale regionale: non riusciva a capire perch� il municipio fosse cos� fiscale con lui, che aveva accumulato (facendo contemporaneamente altri lavori, secondo l’accusa) quasi 1.400 giorni di malattia. Perse, alla fine, ma solo perch� non trov� magistrati come quelli del Consiglio di Stato che annullarono il licenziamento di un bidello calabrese introvabile quando arrivava il medico fiscale, perch� �prima di assumere il provvedimento l’amministrazione deve comunque accertarsi delle reali condizioni di salute�. E se quello fosse stato alle Maldive, come successe con un impiegato comunale di Pesaro? Andavano accertate le sue condizioni psicofisiche all’ atollo Ari? Una sentenza fantastica. Pari almeno a quella del Tar di Milano che qualche anno fa fece riassumere al liceo scientifico Severi un bidello licenziato perch�, preso in prova, in tre anni si era fatto vedere in totale per 60 giorni. No, dissero i giudici: nel pubblico impiego non si pu� interrompere un rapporto di lavoro prima che sia concluso un periodo di prova. Quanto lungo? Sei mesi.

              Cosa che, lavorando il giovanotto ("Sono diplomato e invece di farmi fare le pulizie fatemi lavorare in ufficio!") venti giorni l’anno, avrebbe richiesto qualche decennio.

              Il postino P.M., che qualche mese fa a Ortoliuzzo, Messina, fu sorpreso con due tonnellate e mezzo di lettere, fatture, telegrammi, assicurate, raccomandate che da nove mesi non aveva voglia di consegnare, se ne stia dunque sereno: avanti cos�, non lo licenzier� nessuno. Come nessuno � riuscito in questi anni a liberarsi, a Napoli, di quei vigili urbani che proprio non tengono voglia ‘e fatica’ nel traffico e hanno intasato la direzione del personale di centinaia di certificati: quello ha problemi all’udito, quell’ altro non sopporta lo smog, quell’altro ancora si stressa… Tutta colpa del virus dell’�incrocite�": appena sono di turno a un incrocio, si sentono male. Il risultato, spiega il

              Mattino, � il seguente: su 2.128 poliziotti municipali, quelli che lavorano ancora nelle strade sono circa 500. Un quarto. Tutti gli altri faticano dietro qualche scrivania.