Così ti smonto la riforma delle pensioni

23/04/2004
il nuovo Riformista
 


22 Aprile 2004


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Risiko - Inserto economico


RESTAURAZIONE. DOVEVA ESSERE UNA PRIORITÀ, SLITTERÀ ALL’AUTUNNO
di Raffaella Malito
Così ti smonto la riforma delle pensioni
Il Ragioniere dello Stato voleva alzare i limiti d’età anche per le donne. Ma è rimasto senza risparmi

C’era una volta una riforma che, contrariamente alle misure una tantum, si definiva strutturale. Che, si narrava, avrebbe garantito risparmi pari allo 0,7% del Pil. La chiedeva l’Europa, la prometteva l’Italia, e ora dov’è? Nessun rinvio alla riforma delle pensioni, ripete il governo da più o meno due anni a questa parte, anche perché – dice il numero uno dell’Economia, Giulio Tremonti, e gli fa eco il suo collega del Welfare Roberto Maroni – la riforma previdenziale è il banco di prova dinanzi a Bruxelles sulla sostenibilità dei nostri conti pubblici. Ma i fatti tradiscono le buone intenzioni e il disegno di legge delega sulle pensioni varato alla fine del 2001 continua a sbandare in parlamento. Costretto a dare la precedenza alla devolution prima, alla Gasparri ora, è seriamente minacciato dalla tornata elettorale delle europee e delle amministrative di giugno. Due giorni fa l’ultimo annuncio di Maroni: entro la settimana arriverà il sì della Commissione lavoro del Senato dove il testo è parcheggiato e il 29 del mese andrà in aula. Da palazzo Madama dovrà ritornare alla Camera: nessuna paura, prima delle elezioni arriverà anche il via libera di Montecitorio, promette Maroni. Ma secondo molti esponenti della stessa maggioranza non se ne parla prima di autunno.

All’inizio di marzo ci fu un tentativo di accelerare i lavori portando il testo direttamente in aula nonostante i lavori in Commissione non fossero conclusi, ma il testo avrebbe viaggiato senza relatore; dunque, marcia indietro. Pur dando credito alle promesse maroniane, bisogna riconoscere che nel corso di due anni la delega ha perso per strada parecchi pezzi e, semmai il testo dovesse essere licenziato nei tempi previsti, l’obiettivo dello 0,7% di risparmi difficilmente potrebbe essere garantito. A smontare la delega, val la pena di ricordare, non sono stati i sindacati né tanto meno l’opposizione quanto la stessa maggioranza. Dagli elettori di Maroni, paladini delle pensioni di anzianità alle tensioni politiche interne alla maggioranza: sulle pensioni è stata scaricata anche la questione irrisolta della collegialità, alias deleghe, in materia economica sollevata dal partito di Alleanza nazionale.


Parte qualificante del testo originario, era la decontribuzione, chiesta a gran voce dalla Confidustria, e il trasferimento obbligatorio del Tfr verso la previdenza complementare. Su pressione dei sindacati la prima, che gli industriali avevano barattato in cambio della seconda, è saltata, e il trasferimento del Tfr per i lavoratori da obbligatorio è diventato volontario. Ma se questi due punti erano importanti, centro nevralgico della riforma è la revisione dell’età pensionabile. Il Ragioniere generale dello stato, Vittorio Grilli, incaricato di valutare l’impatto sui conti della riforma aveva all’inizio programmato un risparmio iniziale dell’1% del Pil, pari a 12 miliardi di euro.


Questo il piano: dal 2008 due canali d’acceso per l’anzianità: quota 40 anni di contributi a prescindere dall’età o con i requisiti di vecchiaia, che – a quanto ci risulta – Grilli aveva fissato a 65 anni anche per le donne. Ad ottobre scorso nel primo maxi emendamento questo obiettivo dell’1% in Consiglio dei ministri è sceso allo 0,7% prevedendo fino al 2015 la possibilità di accedere all’anzianità anche con 57 anni di età + 35 di contributi, seppur con la penalizzazione derivante dal calcolo della pensione con il metodo contributivo, e abbassando a 60 anni il requisito anagrafico per le donne. A febbraio nuovo giro di valzer, nuova versione dell’emendamento. Dal 2008 è possibile andare in pensione con 40 anni di contributi o con 60 anni di età+35 di contributi. L’età sale poi a 61 nel 2010, ed eventualmente dopo una verifica del 2013, a 62 nel 2014, raggiungendo quota 97 (62+35 di contributi). Un anno in più di età è richiesto per gli autonomi. Con questi paletti e la riduzione delle finestre da quattro a due, i risparmi avrebbero superato lo 0,7% con un apice, ha calcolato Grilli, pari allo 0,8% nel 2015-2016. Questa sì, hanno gioito gli industriali, è una riforma seria. E poi?

La Lega ha chiesto spiegazioni, Maroni ha risposto, Tremonti si è piegato. Il Carroccio ha presentato un emendamento (accolto) che reintroduce anche la formula (varata ad ottobre e accantonata) 57+35 per andare in pensione di anzianità. Sempre con l’applicazione della penalizzazione (contributivo), salvo che per un’ampia platea di lavoratori: i dipendenti delle aziende in crisi, che alla fine del febbraio 2004 risultavano con contratti di solidarietà o in mobilità, quanti sono impegnati in attività usuranti, tutte le lavoratrici madri. E l’esercito degli esenti è destinato ad allargarsi.

E i conti di Grilli? L’innalzamento dell’età pensionabile e l’incremento del requisito contributivo sono a rischio, e con loro i risparmi. Il Senato, prima, e la Camera, poi, verificheranno la compatibilità finanziaria delle nuove misure, si dice. Ma i conti si sa già che non tornano. Mentre è in alto mare la discussione sulla previdenza complementare, come e in che misura gli sconti fiscali sul Tfr? Dimenticavamo: oltre al contributo sulle pensioni d’oro nell’emendamento di ottobre c’era anche il super bonus (esentasse) pari al 32,7% per chi, pur avendo raggiunti i requisiti per andare in pensione, decidesse di rimanere. La misura doveva scattare dal 1 gennaio 2004. Si moltiplicano le stime sull’efficacia, Grilli e non solo, ha sollevato dei dubbi.


In realtà, la misura non è mai partita. Maroni ha negato l’ipotesi circolata sullo stralcio e l’inserimento della norma in un decreto legge. Del resto, ha detto, se gli effetti non sono immediati che fretta c’è? La domanda, ci consenta Maroni, è estendibile anche alla delega straemendata. Il 2005, data prevista da Dini per la verifica, è alle porte. La proposta della lista Prodi – rispettare la scadenza della passata riforma e poi in caso alzare su base volontaria la soglia pensionabile oppure inasprire i coefficienti di trasformazione riducendo l’importo dei trattamenti – è stata definita, non a caso, interessante dallo stesso Maroni. Che ha aperto anche all’emendamento della Margherita che esclude dalle nuove soglie di pensionamento chi versa contributi volontari per il conseguimento dell’anzianità, e ha dato il via libera a quello ulivista che prevede incentivi al part time per i lavoratori che potrebbero andare in pensione. Insomma Maroni sulle pensioni vuole trovare la "quadra" ma, a dir poco, è confuso.

 


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