Così siamo diventati più poveri

30/03/2004


  Economia




30.03.2004
Così siamo diventati più poveri

di 
Angelo Faccinetto


Buste paga sempre più leggere. I lavoratori italiani, nel 2003, hanno perso in media 220 euro a testa. La stima è della Cgil, dati Istat alla mano. E non lascia molti margini alle interpretazioni. Secondo l’istituto di statistica, infatti, lo scorso anno le retribuzioni hanno fatto registrare incrementi del 2,1 per cento, l’inflazione è cresciuta del 2,7. Uno scarto di oltre mezzo punto percentuale. Ancora più pesante se in considerazione si prende quella che, secondo sindacati ed associazioni dei consumatori, è l’inflazione reale, assai più elevata rispetto al tasso ufficiale. Tradotto, per i lavoratori dipendenti e le loro famiglie, una diminuzione netta del poter d’acquisto. E, di conseguenza, della capacità di consumo.

Anche il trend del quarto trimestre non rivela correzioni tali da far presagire, a breve, inversioni di tendenza. Nell’ultimo scorcio del 2003 le retribuzioni lorde sono cresciute del 2,4 per cento. Con l’industria che ha visto un incremento più pesante – il 2,3 per cento – e con i servizi costretti ad arrancare con un più 1,9 per cento. Unica eccezione – a parte il settore energia i cui dipendenti hanno beneficiato, nel periodo, di entrate straordinarie occasionali – gli addetti al credito e all’intermediazione finanziaria. La loro busta paga, cresciuta del 3,2 per cento, almeno sulla carta li ha messi al riparo dal carovita. Ma, tirate le somme, il risultato è quello. Il salario corre meno dell’inflazione. E non è tutto.

Sempre secondo i dati dell’Istat, il costo del lavoro, additato dagli imprenditori come una della cause principali della scarsa competitività del sistema Italia, è cresciuto del 2,2 per cento. Mezzo punto secco meno della media dell’aumento dei prezzi. Anche per quel che riguarda gli oneri sociali c’è stata crescita, ma si è rivelata meno marcata di quella delle retribuzioni, con un incremento tendenziale dell’1,6 per cento.

Una conferma delle conseguenze della tendenza negativa rilevata dall’Istat viene anche dall’Ires, l’istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil. «Siamo in presenza di una perdita del potere d’acquisto di circa l’uno per cento» – dice il presidente, Agostino Megale. Che, come ovvio, si ripercuote anzitutto sui consumi e, quindi, sull’andamento dell’intera economia nazionale.
«Gli italiani guadagnano poco» è il commento unanime di Cgil, Cisl e Uil. E per correggere la tendenza in atto chiedono il ripristino della politica dei redditi. Quella politica che il governo di centrodestra, appena preso in mano il timone, ha provveduto ad affossare.

«Al peggio non c’è mai fine: non solo i lavoratori si vedono ridurre il potere d’acquisto – afferma il segretario confederale della Cgil, Marigia Maulucci – ma il governo, invece di pensare di aumentare le retribuzioni, vuole aumentare l’orario di lavoro».

Dunque? Per Megale non ci devono essere dubbi: «La situazione dovrebbe spingere a rinnovare il più velocemnte possibile i contratti nazionali, a cominciare da quelli ancora aperti degli edili, dei tessili, del commercio». «Bisogna defiscalizzare i bassi redditi e va perseguita una politica dei redditi che non penalizzi i lavoratori – sostiene il segretario Uil, Paolo Pirani -. Ma finora le risposte del governo sono state assolutamente estemporanee: si è passati da promesse di riduzione delle tasse ad affermazioni secondo le quali i lavoratori, che già guadagnano poco, sarebbero dei fannulloni tutti pressi a celebrare feste e ferie». «Va inaugurata una fase di profonda revisione del sistema contrattuale – fa loro eco il segretario confederale della Cisl, Raffaele Bonanni – perché una parte consistente dei soldi che mancano dalla busta paga ha origine in una mancata redistribuzione, dove c’è, di redditività e produttività».

Per la verità, di un diverso modello contrattuale parla anche il sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi. Che, in particolare, pensa ad un contratto che abbia il suo baricentro nell’azienda o nel territorio, «in modo da collegare quanta più parte della retribuzione agli incrementi di produttività». Ma l’ipotesi del sottosegretario sembra non considerare la perdita di salario da parte di chi lavora in aziende che non hanno incrementi di produttività da redistribuire. Aziende che in periodi di congiuntura bassa non costituiscono rare eccezioni, ma la realtà.