Così si sfugge alla morsa tasse-salari

13/09/2004


            sabato 11 settembre 2004
            sezione: PRIMO PIANO data: 2004-09-11 – pag: 2
            LE SFIDE DELL’ECONOMIA – DOVE VA L’ITALIA

            Così si sfugge alla morsa tasse-salari
            I tagli fiscali tardano, i contratti premono: le ricette degli economisti

            ROMA • I tagli fiscali non sono cosa dell’immediato. Quando arriveranno (se arriveranno) l’Italia avrà già dovuto girare l’ennesima boa contrattuale, le imprese dovranno sempre fare i conti con il calo di competitività, si cercheranno sistemi per aumentare la produttività. Le risorse — è una certezza — sono poche sia per aumentare i salari, sia per ridurre le tasse. E sullo sfondo c’è il rischio che un passo falso possa far volare l’inflazione.

            Le famiglie hanno bisogno di nuove strade per aumentare il reddito, le imprese cercano vie per accrescere gli investimenti e averne un rapido ritorno, lo Stato deve tagliare le spese. Tre condizioni spesso legate tra loro e spesso confliggenti. Per questo Il Sole-24 Ore ha chiesto a quattro economisti se vi siano possibilità diverse per soddisfare tutte e tre le condizioni: Tito Boeri, docente della Bocconi e animatore del sito Lavoce.info, Paolo Onofri presidente di Prometeia, Luigi Paganetto, preside della Facoltà di economia di Roma2, Carlo Dell’Aringa docente alla Cattolica di Milano. Un poker di terapie che porti al Paese quella «scossa» in economia di cui si parla da tempo ma che stenta a materializzarsi sul campo.

            Emerge un primo dato: l’inflazione programmata è un parametro da ridefinire nei suoi valori contingenti ma anche nelle sue modalità applicative magari differenziando i target tra settori di mercato e non. La liberalizzazione di alcuni comparti protetti, poi, può essere un sistema per redistribuire ricchezza (magari abbassando alcuni prezzi o tariffe). L’occupazione resta una soluzione sempre valida per aumentare il reddito delle famiglie ma l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro non si accompagna con un sufficiente potenziale di retribuzione che che ne migliori i consumi (i giovani sono quelli che consumano di più). Pe r q ue st o tra le soluzioni prospettate si profila anche la concentrazione di sgravi fiscali e contributivi sulle fasce basse di reddito, soluzione che potrebbe aumentare la fiducia e la domanda. E quanto a fiducia, anche un diverso sistema di ammortizzatori sociali contribuirebbe ad aumentarla.


            Incrementi possibili nelle aziende esportatrici

            1. La scossa dai salari?
            I dati sui conti economici trimestrali resi pubblici ieri confermano l’impressione che dobbiamo puntare sulla domanda estera per cercare di agganciare la ripresa mondiale. I consumi restano al palo mentre le esportazioni crescono. Per questo il riferimento cruciale della contrattazione nel settore privato non può essere il tasso di inflazione programmata, ma l’andamento della produttività nelle singole imprese in rapporto alla performance dei loro concorrenti a livello internazionale. Sono parametri già presenti nella contrattazione di secondo livello, il cui peso nella determinazione dei salari andrebbe potenziato. In questo modo sarebbe probabilmente possibile conseguire aumenti salariali mediamente superiori all’inflazione programmata. Diverso il discorso nel settore pubblico. La pubblica amministrazione ha beneficiato in questi anni di incrementi salariali nettamente superiori a quelli registrati nelle imprese di esportazione. E la crescita dei salari non deve pregiudicare il riequilibrio dei conti pubblici. Ciò detto non sarà facile rispettare il tetto del 2% di crescita della spesa nel pubblico impiego previsto dal Governo, alla luce dei molti rinnovi contrattuali previsti quest’anno e d i piattaforme sindacali che prevedono incrementi dell’ordine dell’8 per cento.
            2. Il cuneo fiscale e contributivo.
            È possibile concentrare gli sgravi fiscali e contributivi sui salari più bassi, operazione che avrebbe il vantaggio di stimolare al contempo la domanda (aumentando il reddito disponibile delle persone con più alta propensione al consumo) e l’offerta, favorendo inoltre l’emersione di attività irregolari. Come misura redistributiva, avrebbe anche il vantaggio di ridurre i rischi di subire forti cadute del proprio reddito per chi lavora. Il che può servire a ridare fiducia in un mercato del lavoro in cui la quota di lavori a bassi salari si è ampliata.
            3. Le misure alternative.
            Siamo di fronte ad un forte calo di fiducia e a diffuse percezioni di un declino del proprio reddito. Di fronte a questo clima di sfiducia predicare l’ottimismo, lo si è visto, non serve. Anzi alimenta il sentimento opposto, il pessimismo perché ci si trova ad operare in presenza di segnali irrealistici riguardo alla conduzione della politica economica (tipo il taglio delle tasse di fronte a un forte peggioramento dei conti pubblici). Parte delle preoccupazioni delle famiglie proviene da una maggiore volatilità del reddito in assenza di ammortizzatori sociali. È, quella degli ammortizzatori sociali una riforma ineludibile anche per le ricadute che avrebbe sulla fiducia dei cittadini. Si possono anche studiare misure che incoraggino l’indebitamento delle famiglie per alimentare i consumi, anche rendendo possibile l’utilizzo del Tfr come collaterale.


            È ora di differenziare l’inflazione programmata

            1. La scossa dai salari?
            Il vincolo che la concorrenza internazionale pone è di non far crescere il costo del lavoro per unità di prodotto e quindi di mantenere un tetto alla crescita dei salari posto dalla crescita del produttività del lavoro. Ma la produttività cresce in modo difforme da settore a settore e da azienda ad azienda. In realtà, si dovrebbe inventare un’inflazione programmata per i settori protetti dalla concorrenza internazionale (settore pubblico incluso) che aiuti la disinflazione in quei settori. Essa non dovrebbe applicarsi solamente alla dinamica salariale, ma anche alle altre quote distributive. L’unico strumento efficace a quest’ultimo riguardo è l’avvio di riforme di struttura nei mercati protetti. Ciò ridurrebbe il danno alla nostra competitività internazionale arrecato dalle numerose posizioni di rendita in quei settori e contemporaneamente lascerebbe più libertà contrattuale ai settori manifatturieri, che hanno una maggiore dinamica della produttività. La "scossa" salariale può essere presa in considerazione se si ritiene che il nostro sistema economico abbia capacità produttiva inutilizzata mobilitabile nel breve termine. In tal caso una redistribuzione ex-ant e dai profitti ai salari potrebbe generare una domanda aggiuntiva soddisfatta dalla produzione interna che aumenta la produttività del lavoro e ricostituisce la distribuzione del reddito precedente. Un’ipotesi di questo genere richiede un grado di concorrenza nei settori protetti che ora non abbiamo.
            2. Il cuneo fiscale e contributivo.
            Il contributo del bilancio pubblico al potere d’acquisto delle retribuzioni può essere solamente redistributivo; strumenti redistributivi sono strumenti di prelievo che abbiano la caratteristica di essere progressivi non solamente sulle imposte, ma, ad esempio, anche sui contributi sociali. Le idee che circolano all’interno del governo vanno nella direzione opposta; qualche ipotesi sulla decontribuzione sui bassi salari è stata formulata dall’opposizione, ma non sono state esplicitate le modalità di finanziamento. Date le condizioni cui è stato condotto il bilancio pubblico e data la obiettiva difficoltà a ridurre le spese, nonostante gli annunci che ogni anno si ripetono in un crescendo, la copertura dovrebbe venire da un aumento del prelievo sulle rendite finanziarie, sulle quali minore è la propensione al consumo.
            3. Le misure alternative.
            La prima domanda concerneva possibili azioni sulla distribuzione funzionale del reddito e la seconda, azioni sulla distribuzione personale del reddito. Azioni alternative non possono che riguardare la liquidazione di propri attivi patrimoniali da parte dello stato per costituire un fondo a rotazione per sostenere in modo selettivo importanti spese nel corso della vita familiare (arredamento, finanziamento delle spese scolastiche, borse di studio/prestiti d’onore per l’università, per l’arrivo di figli, ecc.).


            Gli aumenti non bastano a rilanciare la domanda

            1. La scossa dai salari?
            Il taglio delle tasse è un obiettivo da perseguire: può determinare uno stimolo alla domanda nel breve periodo e, nel periodo più lungo, della produttività. Rappresenta anche una spinta alla riduzione del peso del bilancio pubblico sull’economia, quando è accompagnato da un tetto al deficit, come succede in Europa. Le condizioni delle finanze pubbliche rendono oggi difficile e comunque non immediatamente realizzabile un intervento di detassazione su imprese e famiglia che sia in grado di determinare a breve termine una scossa sull’economia. Le famiglie vedono incertezza nel loro futuro: è difficile che trasformino una qualche detassazione in maggiori consumi. L’insoddisfacente evoluzione della produttività a sua volta dipende da ragioni di tipo strutturale che richiedono tempo per essere rimosse. Rinnovi contrattuali che facciano riferimento ad aumenti salariali legati a incrementi di produttività non sono destinati ad avere effetti significativi sul lato della domanda e non rispondono quindi all’esigenza delle famiglie di un maggior reddito e delle imprese di un’attesa di maggior spesa.
            2. Il cuneo fiscale e contributivo.
            Da questo punto di vista la riduzione del cuneo fiscale contributivo si presta in questo momento assai meglio non solo ad aumentare il potere di acquisto, ma a dare spazio alla riduzione dei costi delle imprese. Esso può funzionare anche da spinta all’occupazione soprattutto se l’intervento fosse concentrato sulla fascia più bassa dei salari. La riduzione del cuneo fiscale avrebbe effetti sugli investimenti delle imprese, nella misura in cui riuscisse a aumentare la capacità di spesa delle famiglie. 3. Le misure alternative.
            Le misure di rilancio del reddito non possono essere disgiunte da una valutazione di quali siano i fattori più importanti della bassa crescita della nostra economia. Pesa l’evoluzione della domanda estera ed interna: il nostro Paese si è trovato presente nell’era dell’euro e della globalizzazione, su mercati esteri e/o su prodotti a bassa crescita e ciò ha contribuito a ridurre la nostra quota di mercato all’estero. La vicenda demografica, che ha visto crescere assai poco il numero dei giovani e l’inadeguatezza dell’evoluzione del loro reddito, ha fatto mancare la spinta dei consumi che sarebbe necessaria. Dovrebbero essere previsti strumenti, come un fondo di garanzia pubblico, per i giovani che vogliono acquisire la prima casa e una spinta ad una maggiore flessibilità del sistema bancario verso il credito al consumo (come in Gran Bretagna): un aumento stabile dei consumi è un elemento importante, accanto a quelli relativi all’offerta (ricerca, capitale umano, innovazione) per influenzare in maniera significativa produttività e crescita. Per le imprese che investono all’estero, poi, servirebbero nuovi sostegni finanziari.


            Più occupazione e lotta al «terziario protetto»

            1. La scossa dai salari?
            L’attuale livello di inflazione programmata non è credibile. Spiace dirlo, ma è così. Capisco che una bassa inflazione programmata possa essere utilizzata come uno strumento per tenere a bada le richieste salariali nel pubblico impiego, ma così facendo si fanno almeno due errori. Il primo è quello di utilizzare il "target" di inflazione a fini di strategia contrattuale da parte dello Stato come datore di lavoro, ma così se ne sacrifica il ruolo di punto di riferimento per le politiche dei prezzi e delle retribuzioni di tutto il sistema economico. Non mi sorprende quindi che gli operatori lo trattino ormai come un ferro vecchio. Il secondo errore è che anche la politica retributiva nel pubblico impiego perde di razionalità. Si è assistito a pericolosi "stop and go" in questo settore negli ultimi due-tre anni: prima si è fin troppo generosi e poi si vuole il massimo di rigore. Questo approccio non facilita il ruolo dei sindacati nel tenere a freno le spinte "salariste" sempre presenti nel settore pubblico
            2. Il cuneo fiscale e contributivo.
            Non si possono distribuire coi contratti nazionali di lavoro aumenti di produttività che da qualche anno non esistono più, nè a livello di sistema, nè a livello dei grandi settori produttivi. O si fa la riforma del sistema contrattuale, o ci si accontenta di difendere a livello nazionale il potere di acquisto delle retribuzioni. Va certamente detto che questo potere di acquisto è diminuito, per molti lavoratori, negli anni più recenti e a questo occorrerebbe porre rimedio. Se esistesse qualche spazio per la riduzione del carico fiscale (cosa alquanto problematica) credo effettivamente che andrebbe utilizzato per rendere ai lavoratori quanto il fisco si è mangiato delle buste paga con l’inflazione e per fiscalizzare gli oneri sociali, soprattutto per i lavoratori a basso salario, i più penalizzati dagli aumenti dei prezzi di beni e servizi di prima necessità. Ciò renderebbe meno traumatica la prossima stagione contrattuale: una parziale fiscalizzazione dei contributi a favore delle imprese aiuterebbe a sostenere l’occupazione di questa fascia sempre "a rischio".
            3. Le misure alternative.
            Strade alternative ne esistono moltissime, basta saperle percorrere: politica del lavoro, politica dei redditi e politica industriale. Il primo modo per sostenere il reddito delle famiglie è aumentare l’occupazione di giovani, donne e anziani, che da noi è particolarmente bassa, nonostante i notevoli miglioramenti compiuti in questi ultimi nove anni. Attenzione però. Il ciclo occupazionale da qualche tempo non è più così dinamico come in passato. Le politiche dei redditi servono anche per evitare che crescano troppo i prezzi, ma questi almeno fino a qualche mese fa sono cresciuti troppo e ancora stentano a rientrare a livelli accettabili. Combattere le rendite e le inefficienze che si annidano in vari settori del terziario è doveroso e urgente. Infine la politica industriale: non può fare certo il miracolo di rilanciare in tempi rapidi la produttività dell’apparato produttivo, ma se ben condotta può dare un aiuto molto importante.