Così si governa il cambiamento

11/04/2002


Quale Riformismo. Nel volume «Tornare al futuro» l’ex primo ministro Giuliano Amato chiede alla sinistra di porsi con coraggio alla guida della modernizzazione del Paese


Così si governa il cambiamento
di Aldo Carboni

«Tacchino. Tacchino. Uffa, sempre tacchino». Alla nipotina di Giuliano Amato il tacchino esce dagli occhi, il suo fastidio è una garbata protesta, un rimpianto per la scomparsa di uno dei punti di riferimento della nostra vita. La fettina di manzo, stella polare nel pasto dei bambini, rifugio dell’adulto di scarsa fantasia e di morigerate abitudini, prestatrice di ultima istanza del frequentatore di ristoranti; la fettina, pietra angolare della cucina di famiglia: finita, il morbo della mucca pazza ha iniettato ansia in un’isola di tranquillità, un simbolo di fiducia stravolto in fonte d’angoscia. Una sorte meno poetica delle lucciole di Pasolini, ma di impatto più devastante, provate voi a farvi una lucciola ai ferri e vedete un po’ che riuscite a ricavarne. Pezzi d’Italia a lutto, per i toscani il tracollo della bistecca con l’osso è stato un vero attentato al senso d’identità. E dunque «tacchino, tacchino, ogni giorno tacchino», sbiadito, pallido e per il quale non si può delirare: stufa, come una volta le pernici. «Perché tutto questo? Cosa era successo? Da dove veniva quel male che era entrato nella nostra consacrata fettina?» È una storia lunga, ma è dalla metafora del tacchino che Giuliano Amato comincia a dipanare il gomitolo dei cambiamenti profondissimi che sono avvenuti nel mondo. E che cominci col tono leggero, con la buona souplesse muscolare del giocatore in forma, è un merito del libro che, in collaborazione con Fabrizio Forquet, ha appena finito di scrivere per Laterza e che esce in questi giorni. E se la storia è lunga, Amato è bravo a scorciarla, a stare alla polpa delle cose, il libro è svelto, non ci sono gore in cui l’acqua ristagna. «Tornare al futuro», è questo il titolo; «la sinistra e il mondo che ci aspetta», il sottotitolo, chiariscono che non ci si occupa di cucina, delle cento ricette per cuocere la carne; ma di politica, quella vera, di grandi questioni e di grandi ambizioni. Ma senza mettersi in cattedra e millantare bacchette che non ci sono. Un libro amichevole, per gente curiosa di capire; ha il formato giusto per entrare nella tasca della giacca, è ben scritto, costa meno di 10 euro, che volete di più. Il tempo delle incertezze. Il Grande Cambiamento, che ci rende così ansiosi sul futuro e incerti sulle strade da battere, ha sfibrato gli strumenti della partecipazione e della politica nell’ultimo secolo: partiti e sindacati erano attrezzati per organizzare masse omogenee, colletti bianchi, colletti blu; lo Stato nazionale non aveva concorrenti. Ora, dal basso e dall’alto, contendenti vigorosi lo mordono sulla carne, lo dissanguano di poteri, irridono ai suoi confini. E alla società di massa si va sostituendo la società degli individui. «Nella vita pubblica come in quella privata viene meno, o si riduce moltissimo, la disponibilità a essere gregari. Ci si ribella all’autorità dei padri, si esce dai sindacati, si percepiscono i partiti come estranei, si chiede agli Stati di ridurre la loro presenza». E così, «le deleghe sono sempre più transeunti, le leadership sempre più precarie, con processi di verifica sempre più complessi». Intendiamoci, per quanto ansiosi, per quanto delusi e amareggiati, sappiamo che le angustie e i problemi nascono da cambiamenti positivi. «È stupendo che oggi il mondo sia attraversato da un polo all’altro da autostrade reali e virtuali, è stupendo che tutti possano comunicare in ogni parte del pianeta, è stupendo che uomini e donne abbiano cominciato a esistere come persone e non come colletti bianchi e blu, è stupendo che la nostra scienza si sia avvicinata al mistero della creazione». Il rischio è, questi cambiamenti, di non riuscire a governarli. Il rischio è che in un mondo rimpicciolito le tante diversità portate al proscenio dalla globalizzazione non riescano a intendersi e confliggano in modo disastroso. O che i poteri soverchianti della finanza e del mercato senza regole esasperino le disuguaglianze e diano fiato agli odi. Un pericolo chiamato populismo. Il rischio è che da noi il populismo prevalga sulla democrazia liberale. Purtroppo, dice Amato, in società come le nostre siamo particolarmente esposti a questo tipo di pericolo, che «ha gioco facile in una realtà che è fatta di individualità che non vengono più composte dal loro ruolo economico e sociale. Ma che sono alla ricerca di altri terreni di identità comune, in un mondo dominato dai mass media che tendono a semplificare i messaggi, facendo leva più sull’emotività che sulla razionalità». Il vantaggio competitivo è largo, è facile dilatare problemi insicurezze paure e poi dire: qualcuno è contro di te – comunisti, magistrati, immigrati – ma io sto dalla tua parte e risolverò i tuoi problemi. «È facile, è un gioco da ragazzi, che fa vincere le elezioni – seguita Amato – ma una volta al Governo il sistema funziona molto di meno». Il populismo ha il fiato corto, corre forte per un chilometro, ma il veleno dei complotti che inscena divide la società, fomenta tensioni: per il Governo è come l’acido lattico per i muscoli di un atleta, diventa presto pesante e duro come il marmo. E una legislatura è molto più lunga di un chilometro, alla fine gli elettori rimettono il conto. La sinistra ha meno scatto, ma più resistenza: la aiuta il tipo di aspettative che muove, che vanno nel senso della coesione della società e che è conveniente anche se non ci sono formule matematiche a dimostrarlo. Ma non è chiaro – e questo Amato non lo dice, anche se con onestà ammette che nessuno ha le chiavi per il futuro – in che modo essa possa riescire a stabilire un contatto stabile con gli individui, come ne convinca un numero sufficiente, lei che era abituata a parlare a quelli già organizzati dal lavoro; e se tra gli attrezzi necessari per questo dialogo abbia addirittura il linguaggio adatto. Ma come i navigatori del mare Oceano videro nel volo degli uccelli un annuncio della terra, così Amato annusa nel ritorno del movimento, dei giovani nelle strade, un soffio di vitalità. Il populismo prospera sull’antipolitica, e la politica invece ricomincia a suscitare passioni, sollecita di nuovo valori, alimenta riserve di altruismo. Certo, occorre isolare i lazzaroni che con le agitazioni sempre si mescolano, e non avere indulgenza coi predicatori e i praticanti della violenza; e ci vuole anche che la classe dirigente della sinistra non schifi il movimento o non si esurisca nel rappresentarlo, ma da esso tragga la carne e il sangue del consenso attivo per quelle riforme di cui tante volte si è scritto e parlato. Altrimenti, la domanda del perché la sinistra non sia riuscita a tornare nel Governo – conclude Amato – tra qualche decennio penderà ancora sulla testa dei nipoti: già afflitti, peraltro, dalla invadente presenza del tacchino.

Giovedí 11 Aprile 2002