Così saranno ridotti i contratti atipici

30/12/2011

Lotta alla precarietà e misure per i giovani L’ipotesi del reddito minimo di garanzia
ROMA – Avanti con prudenza, per non scatenare nuovamente un putiferio sull’articolo 18. Ma sapendo che la pressione dell’Unione Europea sull’Italia è forte: ci viene chiesto, spiegano fonti di governo, di riformare il mercato del lavoro, per renderlo più fluido, così da aumentare il tasso di occupazione, fermo al 56,9% contro una media Ue del 64,1%, con la Germania al 71,1%, il Regno Unito al 69,5% e la Francia al 63,8%. Si tratta di aumentare il numero di lavoratori, in particolare tra i giovani e le donne. Per la fascia anziana in qualche modo ha già provveduto la riforma delle pensioni che ha tolto di mezzo le uscite anticipate dal lavoro e ha spostato in prospettiva a 70 anni l’età per la pensione di vecchiaia. Il confronto con le associazioni imprenditoriali e con i sindacati partirà nella seconda settimana di gennaio, al ministero del Lavoro. Probabilmente non ci sarà, almeno all’inizio, un tavolo unico, ma una serie di incontri separati.

I giovani al centro
Nella prima fase il ministro Elsa Fornero vuole ascoltare le analisi e le proposte che arriveranno dalle diverse organizzazioni. Dopo qualche settimana, però, bisognerà entrare nel vivo: dal taglio della giungla contrattuale alla riforma degli ammortizzatori sociali. Al centro della discussione la questione giovanile. Le riforme devono essere pensate per ridurre l’area della precarietà. Quasi i due terzi delle assunzioni di lavoratori con meno di 30 anni avvengono con contratti atipici. Al ministero del Lavoro ne hanno contanti 34. E sono intenzionati a disboscare questa giungla che determina incertezza dei percorsi professionali, allontana la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, provoca un alto contenzioso davanti ai giudici. E soprattutto si tratta di una giungla nella quale i giovani rischiano di rimanere intrappolati. Se l’Italia vuole crescere, non può permettersi di tenere ai margini le giovani generazioni. Deve consentire loro di affermarsi nel lavoro e nella vita. La condizione di precarietà non può quindi prolungarsi oltre un certo termine e deve comunque essere finalizzata alla stabilizzazione, pensa il governo.


La trappola della precarietà
Lo ha spiegato anche Ignazio Visco, ancor prima di diventare governatore della Banca d’Italia, quando, intervenendo a un convegno su «Occupazione e competitività» organizzato un anno fa dalla Confindustria, ha osservato: «Solo un quarto circa dei giovani tra 25 e 34 anni occupati nel 2008 con un contratto a tempo determinato o di collaborazione aveva trovato dopo 12 mesi un lavoro a tempo indeterminato o era occupato come lavoratore autonomo, mentre oltre un quinto era transitato verso la disoccupazione o era uscito dalle forze di lavoro». E ancora: «Le riforme che hanno accresciuto la flessibilità nell’impiego del lavoro hanno facilitato un aumento dell’occupazione e una riduzione della disoccupazione. Ma ciò è avvenuto in parte rilevante con un maggior ricorso ai contratti a termine, che hanno reso più segmentato il mercato del lavoro e hanno alla lunga effetti negativi sulla produttività», che è esattamente il problema della nostra economia. L’introduzione di un percorso certo di stabilizzazione appare necessario anche per garantire un futuro previdenziale ai giovani che avranno la pensione interamente calcolata sulla base dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa.


Il nodo del contratto unico
Il ministro Fornero guarda con interesse alla soluzione del contratto unico a tutele progressive: togliere di mezzo tutti i contratti atipici e sostituirli con un’unica forma di ingresso al lavoro, valida per i nuovi assunti, che dovrebbe essere a tempo indeterminato, ma consentendo nei primi anni il licenziamento per motivi economici indennizzando adeguatamente il lavoratore. In questo modello, che è stato lanciato in varie forme da economisti e giuslavoristi di sinistra, da Tito Boeri a Pietro Ichino, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che garantisce il reintegro nel caso di licenziamenti senza giusta causa, resterebbe, almeno in una prima fase, solo contro i licenziamenti discriminatori (per motivi politici, di religione, di razza, eccetera). Lo stesso Pd, del quale pure fa parte Ichino, ma dove la proposta del giuslavorista è in minoranza, ha presentato proposte di legge più «morbide», come quella dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che comunque prevedono un periodo di prova di ben tre anni durante i quali si può licenziare.
Alla strada del contratto unico e quindi della sospensione più o meno forte dell’articolo 18 per i giovani, i sindacati oppongono una proposta diversa: va bene tagliare la giungla dei contratti atipici, ma poi bisogna che il lavoro flessibile costi di più di quello a tempo indeterminato. Solo così, sostengono, le aziende non troveranno più conveniente ricorrere ai co.co.pro. e alle partite Iva. Chi non è convinto di questa tesi osserva che, aumentando i costi per le imprese, la conseguenza sarebbe solo un incremento del lavoro nero.


La riforma degli ammortizzatori sociali
Certo è che se si parlerà di articolo 18 e di contratto unico, questo dovrà avvenire in un contesto di sicurezza o di flexicurity, come ha detto il presidente del Consiglio Mario Monti alludendo al modello danese, nel senso che bisognerà rafforzare i sostegni al reddito per i giovani quando perdono il lavoro e introdurre strumenti efficaci di formazione e ricollocamento. Insomma: ammortizzatori non come assistenza ma come mezzi di politica attiva del lavoro. La flexicurity richiederebbe molte risorse. Lo sa benissimo Fornero, che è una sostenitrice del reddito minimo di garanzia per i giovani. Il ministro però ha già fatto notare ai suoi colleghi che dalla riforma delle pensioni arriveranno a regime risparmi per 20 miliardi di euro. Utilizzare qualcosa per rafforzare i sostegni al reddito e al ricollocamento sarebbe giusto, secondo Fornero. Anche perché il mercato del lavoro e la previdenza sono due facce di una stessa medaglia: non si hanno buone pensioni se non si è avuto un buon lavoro.
Il confronto parte in salita. I sindacati non si fidano perché temono che tutto si risolva in un attacco all’articolo 18. Le imprese hanno paura di un aggravio dei costi sia che passi il contratto unico, dove le aziende dovrebbero partecipare al sostegno al reddito dei lavoratori licenziati, sia che passi la linea di far costare di più i lavori precari. Pd e Pdl non staranno a guardare. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, avverte: «L’articolo 18 non c’entra, togliamolo dal tavolo». Monti e Fornero sanno che il sentiero è stretto. Perciò hanno deciso di partire con prudenza e dichiarando la massima apertura al dialogo. Ma poi passeranno alle decisioni. Al massimo entro marzo, perché ad aprile va presentato a Bruxelles il Piano nazionale di riforme.