Così il governo persiste in una logica distruttiva

13/01/2003

          domenica 12 gennaio 2003

          Così il governo persiste in una logica distruttiva

          GIUSEPPE CASADIO*
          *Segreteria nazionale Cgil

          L’ultimo rapporto Cnel sul mercato del lavoro, relativo al periodo 1997-2001, è un’analisi seria e documentata, che dovrebbe far riflettere innanzitutto i nostri
          attuali governanti, se solo sopravvivesse in loro qualche interesse ad una riflessione non ideologicamente prevenuta.
          I risultati occupazionali nel quinquennio preso in esame sono stati
          ragguardevoli: 100mila occupati in più nel ’97, 200mila nel ’98 e nel ’99,
          400mila nel 2000 e nel 2001.
          Così l’occupazione è salita del 4% rispetto al ’95 e la disoccupazione è
          scesa al 9,2% al termine del quinquennio.
          Nel periodo preso in esame l’occupazione è cresciuta più della produttività,
          tanto che ad una crescita media annua del Pil pari all’1,8% è corrisposta
          una crescita media annua dell’occupazione pari all’1,2%, nonostante
          tutte le teorie socio-economiche ci spieghino che serve una crescita del Pil di almeno 3 punti per avviare un ciclo positivo di occupazione.
          Gli impieghi a tempo indeterminato hanno registrato una impennata nel 2000 e 2001: più 600mila unità; sempre nel quinquennio gli occupati in valori assoluti sono cresciuti di 1 milione e 307mila unità di cui 440mila maschi e 868mila femmine. Tutti questi dati sono tratti dal rapporto citato.
          Ovviamente nessuno, tanto meno chi scrive, può trarre la conclusione
          che tutto va bene; persistono nel nostro mercato del lavoro drammatici
          dualismi: di carattere territoriale, di genere, fra generazioni; scontiamo
          un tasso di attività di gran lunga inferiore agli obiettivi che l’Europa
          si è data a Lisbona; le pratiche di formazione continua sono episodiche,
          poco rilevanti nelle dinamiche reali del mercato del lavoro; altrettanto
          dicasi delle politiche capaci di proteggere ed orientare le persone
          nel mercato del lavoro.
          Tuttavia è di lampante evidenza (e il rapporto Cnel lo testimonia inequivocabilmente) che quelle dinamiche positive sono il frutto di scelte
          compiute nella scorsa legislatura sulla base di intese realizzate fra i governi
          allora in carica e le forze sociali, intese che hanno consentito un apprezzabile
          equilibrio fra innovazioni normative e tutela dei diritti individuali e collettivi delle persone.
          Tra il ’96 e il ’98 si realizzò un forte rinnovamento nella legislazione del
          lavoro: dal «pacchetto Treu» alla riforma e regionalizzazione del collocamento e dei servizi all’impiego, al recepimento di molte importanti direttive comunitarie.
          A ciò si accompagnarono politiche di incentivazione forti e selettive, come
          il credito di imposta. La combinazione di questi fattori produsse i risultati sopra esposti.
          Basterebbe il buon senso per giungere alla conclusione che la strada intrapresa, seppur faticosa, era quella giusta e che, semmai, occorre ora
          raddoppiare l’impegno, accelerare i tempi di attuazione delle riforme
          per completare il cammino di riallineamento dell’Italia alle migliori
          esperienze europee.
          Invece no, i nuovi governanti insediatisi dopo il 13 maggio 2001 scelsero
          da subito ben altra strada: enfasi qualunquistica su tutti gli aspetti negativi,
          al solo scopo di affermare la presunta necessità di rifare tutto.
          La parola d’ordine fu «ora ci pensiamo noi»; il «Libro Bianco» di Maroni
          fu il tentativo di dare dignità teorica a quella volontà di rottura dettata
          da ragioni del tutto esterne al merito delle questioni in campo.
          A quella volontà, o meglio a quel pregiudizio politico, sono stati finalizzati
          gli atti successivi del governo.
          Così si volle produrre il primo strappo, riscrivendo unilateralmente la
          normativa sui contratti di lavoro a tempo determinato; in quella vicenda,
          per la prima volta nella storia del diritto del lavoro, si inibì per legge
          alla contrattazione collettiva la possibilità di intervenire su materie strettamente
          attinenti ai rapporti di lavoro.
          Ad oltre un anno di distanza le statistiche ci dicono che la frequenza dei
          contratti di lavoro a tempo determinato in realtà è diminuito; era facilmente
          prevedibile poiché un intervento siffatto lede autoritariamente le prerogative delle parti sociali e, con ciò, genera incertezza, tanto per i lavoratori che per le imprese. Ma il meglio di sé il governo lo ha prodotto con l’approvazione del disegno di legge delega sul mercato del lavoro.
          Il testo, di cui più in dettaglio si tratta sotto altri titoli qui sopra, proietta
          con sistematicità la stessa logica distruttiva sull’intero campo del diritto del lavoro. Gli istituti fondamentali dell’ordinamento vengono selvaggiamente liberalizzati; le istituzioni di governo del mercato del lavoro rischiano la frammentazione, e con ciò l’impossibilità di praticare efficaci politiche attive
          (mentre la più insistente raccomandazione che l’Ue rivolge all’Italia è di rafforzare la rete dei servizi pubblici per l’impiego); il patrimonio di cultura giuridica rappresentato dal diritto del lavoro viene disperso e negato nei suoi fondamenti, poiché si afferma l’individualizzazione del rapporto di impiego, sempre più assimilato ad un ordinario negozio privato; la funzione primaria dei
          soggetti della rappresentanza collettiva viene distorta e risolta nel certificare
          la congruità del contratto individuale.
          L’eventuale piena attuazione della norma che la maggioranza parlamentare
          sta definendo rappresenterà la devastazione dei diritti collettivi delle persone che lavorano e la loro esposizione a tanti possibili ricatti individuali.
          Le politiche attive saranno consegnate ad una moltitudine di soggetti privati
          dequalificati; le persone saranno più deboli ed esposte, il mercato
          del lavoro meno efficiente e qualificato.
          Da qui le ragioni della nostra radicale opposizione, espressa nelle mobilitazioni dei mesi scorsi e che continuerà, anche con il sostegno ad iniziative referendarie di contrasto, mantenendo fede all’impegno che ci siamo assunti, confortati da oltre 5 milioni di firme raccolte.