Corsa alla pensione: cinquantenni al bivio

03/11/2003

domenica 2 novembre 2003

 
 
Pagina 6 – Cronaca
CORSA ALLA PENSIONE
 
I cinquantenni al bivio
Solito lavoro o nuova vita? È la Generazione-Tremonti
          Circa settecentomila lavoratori pronti a scendere dal treno della riforma
          Gli incentivi del governo per non ritirarsi dall´attività potrebbero non bastare
          È l´effetto-annuncio che spinge la gente ad anticipare l´andata a riposo

          NICOLA GHITTONI


          ROMA – È un piccolo esercito che marcia spedito verso la pensione. Ma nei prossimi cinque anni rischia di diventare una fuga. Perché quella degli attuali cinquantenni è l´ultima generazione che potrà permettersi di andare a riposo con davanti 25 anni e più da vivere.
          La libertà di scelta, o meglio la possibilità di andare in pensione senza penalizzazioni, toccherà soltanto chi avrà raggiunto i 35 anni di anzianità contributiva e i 57 anni di età anagrafica entro il 31 dicembre 2007. Gli altri (quella "generazione Tremonti" composta in gran parte da loro coetanei, che per poco non rientrano in questo schema), saranno alle prese con il dilemma se rimanere al lavoro per altri cinque anni oppure pensionarsi al prezzo di forti penalizzazioni. Invece, secondo molti osservatori, il cruccio maggiore per gli "scampati alla Tremonti" sarà di decidere come investire gli anni della pensione. Perché, ora che il conto alla rovescia è cominciato, potrebbe non bastare a trattenerli al lavoro l´incentivo promesso dal governo.
          Dal treno in corsa della riforma scenderanno in molti. Quanti è difficile a dirsi. Ogni anno circa 250mila lavoratori maturano il diritto alla pensione di anzianità. In media, solo un terzo sceglie di continuare a lavorare. In tempi normali. Ma quando un governo anticipa provvedimenti sull´anzianità, i conti saltano. Gli economisti lo chiamano "effetto annuncio", ed è un fenomeno – solo in parte razionale – che spinge ad anticipare in media di quattro anni l´andata in pensione. È accaduto alla vigilia di ogni riforma previdenziale, da quella di Amato del 1992 alla Dini del 1995.
          Così, per arginare quest´onda, il governo ha giocato la carta dell´incentivo, un bonus detassato pari al 32,7% della retribuzione. Per molti economisti è un´arma spuntata, ma Roberto Maroni, ministro del Welfare, è convinto si tratti di una proposta in grado di persuadere almeno la metà dei lavoratori. Così, su un milione di coloro che matureranno i 35 anni di anzianità da qui al 2008, per Maroni dovrebbero essere 600/700mila a scegliere l´incentivo. Di segno opposto le stime dell´economista Tito Boeri, che rovescia i numeri e non esclude ulteriori fughe dal lavoro: in totale, i "sedotti dal bonus" faticheranno a toccare quota 300 mila. Cioè, più o meno quanti avrebbero in ogni caso deciso di continuare a lavorare. E dunque nei quattro anni 2004-2007 sarebbero 700mila lavoratori a "lasciare".
          Ad alimentare la fuga non è il timore di perdere privilegi acquisiti (i diritti maturati da chi ha raggiunto l´anzianità entro il 2008 non saranno toccati, pur continuando a lavorare), ma quello di nuovi interventi sulla riforma. Se il presente registra la ferma opposizione dei sindacati e le perplessità di parte della stessa maggioranza (Udc in testa), il calendario regala poche certezze: nel 2005 è prevista una verifica previdenziale e nel 2007 si ipotizza un nuovo confronto tra governo e parti sociali, alla vigilia dell´entrata in vigore delle misure più impopolari. E a cavallo delle due scadenze ci sono le elezioni politiche del 2006.
          L´esercito dei giovani pensionati sembra destinato a crescere. Nadio Delai, il sociologo che cura il rapporto «Essere anziano oggi» per l´associazione 50&più-Fenacom, è convinto che si tratti di una generazione sottovalutata: «Nell´immaginario collettivo, i pensionati sono tutti soli, poveri e disperati. Invece, tra quelli con meno di 65 anni, due su tre si definiscono vitali e autonomi, l´82,4% dice di godere di buona salute, solo il 14,4% vive da solo, uno su 5 contribuisce economicamente ai bisogni di figli o nipoti». I risultati sono stati presentati nel corso di Gold age 2003, annuale forum sulla terza età che ha restituito l´immagine di un universo in movimento. Così rapido che neanche il marketing lo ha ancora colto. Vanni Codeluppi, sociologo delle comunicazioni, conferma: «È un target che in Italia non esiste. Nella pubblicità il pensionato non vive mai di vita propria, ma solo in relazione agli altri». Per contrasto in Usa c´è un intero Stato, la Florida, che sembra pensato per i pensionati.
          Eppure sono in tanti, in Italia, a rifiutare il ruolo di nonni a tempo pieno. Le statistiche ufficiali parlano di 900mila pensionati che, per piacere o necessità, hanno deciso di trovarsi un altro lavoro. Secondo una recente indagine dell´Ires, più della metà ha un contratto di collaborazione, ma un buon 15% è socio o titolare dell´impresa in cui lavora. Quale che sia la strada intrapresa, il 61,3% si sente «più libero», il 36,4% «più realizzato».
          Tra il riposo e il nuovo impiego, si sta facendo strada una terza via: il volontariato. L´associazione Lunaria lo scorso anno ha lanciato «Mobility 55», un Erasmus del volontariato per i senior. Non è che uno dei modi per reinventare l´ultima parte dell´esistenza, che demografi e scienziati confermano allungarsi di tre mesi ogni anno. Ma guai a chiamarla terza età. Questa è una seconda vita.