Corriere della Sera – Chi fa le pulizie, chi prepara i cibi «Negli ospedali in prima linea come i medici»

27/03/2020

«I miei figli mi hanno chiesto di non andare a lavorare, ma ho risposto loro che non posso, mi sentirei un disertore». Pina è addetta alle pulizie in un ospedale milanese. Fa parte di quella schiera di persone che, un po nell’ombra, permette alle strutture sanitarie di andare avanti nell’ emergenza coronavirus: c è chi si occupa, come lei, di igienizzare gli ambienti, chi di preparare pranzi e cene, chi si prende cura delle necessità dei pazienti, chi dell’assistenza psicologica agli infermieri.
Tutti affrontano lo stesso rischio, la possibilità di essere contagiati dal virus, mentre gli strumenti a disposizione per proteggersi sono pochi. L’epidemia ha in parte modificato i loro compiti. «Chi lavora nelle mense ora generalmente non entra nei reparti che ospitano i malati di coronavirus—spiega Mariagrazia Ferrandi della Filcams Cgil Milano —, prepara i carrelli con i pasti e poi li lascia davanti alle porte di ingresso. Tocca poi ad altri operatori distribuire i piatti». Mentre il servizio a medici e infermieri non ha subito grandi cambiamenti. «Vengono mantenute distanze di sicurezza, nelle sale mensa si evitano gli affollamenti, si usano protezioni. Qui, insomma, la situazione è meno rischiosa». Diverso il discorso per chi si occupa delle pulizie e deve entrare in stanze e reparti contaminati. «Questa è la parte dolente — ammette Ferrandi —, come è noto c’è un serio problema di disponibilità di mascherine, guanti e altri dispositivi di protezione. Tutte le aziende per cui lavorano gli addetti hanno difficoltà di approvvigionamento e gli ospedali spesso hanno forniture che bastano a malapena per medici e infermieri». E così ci si arrangia come si può, chiedendo un «prestito» di mascherine alle direzioni sanitarie, da restituire non appena arrivano nuovi scatoloni di materiale.
«Lo ripeto a tutti quelli che mi chiamano: se non avete protezioni, non entrate nelle aree a rischio. Non siete persone di serie B. Purtroppo in questo settore stanno aumentando i contagi». Tra coloro che devono stare a contatto con i pazienti, anche quelli positivi al Covid-19, ci sono gli operatori socio sanitari. Fanno assistenza diretta ai malati, collaborano con medici e infermieri. In queste settimane si trovano ad affrontare situazioni difficili, anche dal punto di vista psicologico.
«Mi chiamano alla sera alle nove, quando staccano dal turno. Iniziano a piangere al telefono — dice Isa Guarneri, segretaria Funzione pubblica Cgil Milano —. Mi raccontano del dolore che provano per i pazienti, per il virus che se li porta via in fretta e toglie loro il respiro. Sono sconvolti, a loro sembra di non riuscire ad assistere i malati». Sentono la fatica di lavorare sei, otto ore indossando tute e pesanti protezioni, il peso di non poter abbracciare i familiari a casa, da cui mantengono le distanze per proteggerli.
Anche per gli operatori socio sanitari (Oss) la disponibilità di mascherine, guanti e altri dispositivi è fondamentale. «Negli ospedali al momento c’è il materiale, anche se contato — continua Guarneri —. Nelle residenze sanitarie assistenziali invece le protezioni sono arrivate più tardi, per questo vediamo tanti contagi tra il personale e gli assistiti». Ora l’attenzione si è alzata e, secondo le verifiche fatte dal sindacato, i lavoratori sono più tutelati. Cgil, Cisl e Uil una decina di giorni fa hanno firmato con il ministero della Salute un protocollo per la prevenzione e la sicurezza dei lavoratori della sanità per l’emergenza da Covid-19. Oltre a dispositivi di protezione per tutti, il documento chiede di sottoporre il personale a test diagnostici.