“Corporazioni” Dal Medioevo al fascismo e alla Dc (F.Merlo)

03/07/2006
    luned� 3 luglio 2006

    Pagina 1 e 6 – Economia

    LA STORIA

      Clan, clientele e tribalismo ristretto: il mestiere � diventato troppo spesso una famiglia allargata

        Dal Medioevo al fascismo e alla Dc
        un Paese fondato sulle corporazioni

          Nate come strumento di difesa, oggi sono un rifugio di privilegi

            Francesco Merlo

              LA CORPORAZIONE non � di destra. Anzi, � la difesa di privilegi che spesso sono spacciati per conquiste sindacali. Ed � un�ingenua demagogia o, forse, un�insensatezza pura e semplice lasciar pensare che contro le liberalizzazioni, coraggiosamente iniziate dal governo Prodi, insorger� il centrodestra, e che i tassisti romani daranno del comunista al ministro Bersani o che i farmacisti daranno la colpa alla falce e martello di Diliberto.

              La verit� � che, come ha scritto Eugenio Scalfari, siamo all�inizio – appena all�inizio – di un sano processo di smantellamento di rendite di posizione, di incrostazioni e di privilegi, che rendono pi� costosa e pi� pesante la vita quotidiana, dal prendere un taxi al comprare un�aspirina, dall�aprire un negozio al fare impresa.

              Diciamolo pi� chiaramente: le liberalizzazioni sono il sogno dell�elettore di centrodestra, uno dei tradimenti del governo Berlusconi. E dunque il rischio non � certamente quello dei camionisti cileni e delle padelle in piazza. Il vero rischio, qualora il processo andasse davvero in fondo, potrebbe essere la reazione del sindacalismo senza se e senza ma, la tentazione del sindacalismo corporativo che difende come diritti dei lavoratori la vita comoda del topo nel formaggio.

              D�altra parte, il corporativismo non � un oltranzismo o una deviazione sindacale, ma quella natura antica, prepotente e incapace di misurarsi con il mercato, in nome della famiglia, della clientela, del clan, per la salvaguardia delle prerogative e degli interessi costituiti, si tratti di pescivendoli che fanno incetta di licenze o di politici che si aumentano gli stipendi e mettono a carico degli italiani mogli, figli e parenti, tutti da eleggere nella corporazione dei parlamentari.

              Qualche anno fa, raccomandato dal padre che era stato ministro, il figlio dell�onorevole Azzaro fu cooptato, anzi fu "in-corporato" come assessore nel Comune di Catania. Timido e mite, quel ragazzo, che non parlava mai, fu dall�architetto Giacomo Leone soprannominato �il muto agevolato�. Ebbene, l�Italia � un paese di muti agevolati, di raccomandati inetti, dai banchieri ai macellai, dai giornalisti ai tabaccai, dai pizzicagnoli ai notai.

              In Italia non si entra nei mestieri, vale a dire nelle corporazioni, se non per cooptazione familistica.

              Filo che unisce fascismo, regime democristiano e sindacato comunista, la corporazione in Italia � una famiglia allargata, � tribalismo ristretto, � cosca feroce.

              Prendiamo gli architetti, per esempio. Ogni parcella che l�architetto presenta al cliente deve prima ottenere la vidimazione dell�Ordine degli architetti che preleva l�1,5 per cento – il pizzo? – dell�importo complessivo. E accade anche, nei casi peggiori, che qualche presidente dell�Ordine imponga un�aggiunta illegale al pizzo legale. � una funzione vessatoria, il cui costo ricade sul committente.

              Spostatevi adesso in una qualsiasi facolt� universitaria e controllate le targhette dietro le porte delle stanze dei docenti. Certamente troverete inquietanti omonimie, proprio come nella Gea, la societ� del figlio di Moggi. Anzi, in qualche universit�, come in quella di Bari per esempio, la successione nelle cattedre sembra la dinastia dei Luigi di Francia, i quali si accanirono ben sedici volte, sino alla ghigliottina. Insomma, anche nelle universit� italiane prevale la logica del cognome, fondamento e garanzia della corporazione, e i figli subentrano ai padri nella titolarit� degli insegnamenti in consapevole opposizione alle regole del mercato e con la faccia tosta di ritenere che il criterio cooptativo-corporativo assicura la qualit� professionale.

              In Italia tengono famiglia anche i vescovi, che sono una corporazione potentissima. E cos� in questura, tra i carabinieri, tra i commessi parlamentari e tra i bancari che addirittura per statuto lasciano il posto al figlio. Per non parlare dei giornalisti che spesso contrattano l�anticipo dell�uscita in pensione in cambio dell�assunzione di un familiare. Il tratto distintivo del mercato del lavoro, anche del lavoro usurante, non � il clientelismo, come qualcuno ha sostenuto, ma � il familismo, � la corporazione che si difende e si riproduce con la famiglia, � la premodernit� come incapacit� italiana di misurarsi con il mercato.

              Liberare l�Italia dalle corporazioni non � un�istanza antifascista. Prodi non � Einuadi che prende le distanze dal lascito del sindacalismo corporativo del Ventennio. Il corporativismo infatti � un�eterna tentazione italiana che parte dalle Gilde medievali, passa per il sindacalismo delle leghe operaie, artigiane e contadine rosse e bianche, socialiste e cattoliche prima; per quello fascista dopo, e infine comunista.

              Da strumento di difesa � diventato rifugio di tutti i privilegi, di tutti i ritardi e di tutti gli abusi che in alcuni settori del movimento operaio vengono inscritti nell�orbita dei Soviet.

                N� una padella, n� una piazza dunque per i tassisti, i notai, i farmacisti. L�Italia competitiva, meno cara e pi� moderna, sar� un affare anche per loro.