Corporate responsability – 22 Dicembre 2000

22 Dicembre 2000 il manifesto

E’ Natale, auguri dalla Nike
Multinazionali, le nuove strategie per apparire più buone
ANTONIO SCIOTTO

Non più soltanto attenzione ai profitti, nelle agende delle multinazionali: Nike, Adidas, Del Monte investono sempre più denaro per apparire "responsabili". Dopo gli attacchi incrociati di attivisti, studenti e sindacati – che da anni denunciano lo sfruttamento dei lavoratori su commissione nei paesi del terzo mondo – una delle priorità sembra diventata quella di costruire una corporate responsability (o corporate citizenship, ovvero "responsabilità o cittadinanza d’impresa"). E il Financial Times, il giornale della comunità degli affari, non lesina in questi giorni pagine sull’etica del business.
La difesa-attacco delle multinazionali rispetto alle critiche degli attivisti si muove su più piani, ma l’iniziativa più interessante l’ha presa la tedesca Adidas, che ha addirittura fatto entrare nel personale aziendale un "ex-nemico". David Husselbee, già alto dirigente dell’organizzazione umanitaria
Save the children, con cui aveva vinto una battaglia contro il lavoro minorile in Pakistan, è improvvisamente saltato dall’altra parte della barricata, diventando capo dell’"ufficio per gli affari sociali e lo sviluppo" della casa di abbigliamento sportivo. E oggi si dà da fare per creare legami con le associazioni di attivisti, organizzando ispezioni comuni negli stabilimenti più contestati dei paesi in via di sviluppo. Insomma, se non puoi vincerli, fatteli amici.
Così, un’inchiesta di James Austin, professore alla
Harvard Business School, mette in evidenza altre collaborazioni realizzate tra multinazionali e associazioni di difesa dei diritti umani: è il caso della Reebok, per esempio, che lavora insieme ad Amnesty International. O della Visa, che avvia programmi di alfabetizzazione insieme alla Reading is fundamental. Non vogliateci male, ci siamo fatte più buone.
E più buona sembra essersi fatta anche la Nike, simbolo nell’ultimo decennio, insieme alla
McDonald’s, della "globalizzazione cattiva". A forza di codici di condotta, programmi di educazione per i lavoratori, ispezioni contro il lavoro minorile, commissionate alle società più varie, la multinazionale della scarpa si è conquistata pagine compiacenti presso grossi giornali come Usa Today, ma non riesce a convincere ancora i seri studiosi del Massachusetts Institute of Technology o gli attivisti di Nikewatch.
A sprizzare bontà è anche la Royal Del Monte, produttrice di milioni di tonnellate di ananas in Africa. Partecipata per il 35% anche dall’italiano – nonché laziale Sergio Cragnotti – l’azienda ha siglato ieri un accordo coi sindacati locali. I 10.000 lavoratori delle piantagioni di Thika (35.000 ettari) avranno una maggiorazione del 17% sui salari, che pur essendo tre volte superiori al salario minimo, erano comunque "al di sotto di un livello umano", secondo Franco Gesualdi del Centro Nuovo modello di sviluppo, che ha sostenuto la lotta dei lavoratori kenioti. Avranno inoltre scarpe di sicurezza, fontanelle per bere durante il lavoro, tetti veri sulle baracche, per difendersi dal caldo. Una vera vittoria dei sindacati, che hanno ormai una carta in più da giocare: la
corporate responsability.