“CoopRosse” Il consortismo nasce dalla svolta Occhetto

23/06/2005

      Lunedì 2o giugno 2005

    Pro memoria

    Il consortismo nasce dalla svolta Occhetto

      Nel 1989, il Pci perde la presa sul mercato delle commesse pubbliche. E nascono i baroni rossi

        Al crepuscolo della prima repubblica li chiamavano «boiardi rossi», assimilandoli a quelli delle partecipazioni statali: anche gli uomini delle cooperative, si pensava, guidano su mercati protetti aziende non contendibili e politicamente controllate. Era un’illusione ottica. Proprio negli anni a cavallo dell’inchiesta Mani pulite si stava compiendo una mutazione genetica. Lo stesso presidente di allora della Lega Coop, Lanfranco Turci, accese un faro nel 1992, paventando «il rischio di fughe cesaristiche da parte dei dirigenti delle coop». I quali, da abili esecutori degli ordini provenienti dal Pci, diventarono i padri-padroni della propria coop. Ciò che nell’industria di Stato era riuscito solo a Eugenio Cefis. «Oggi il presidente di un colosso come la Cmb di Carpi non può certo essere convocato dal segretario del Pds di Modena», chiosava Turci.

        Negli anni Settanta, con la solidarietà nazionale, era finita l’esclusione delle coop rosse dalla torta degli appalti pubblici. Le fette le tagliava il numero uno dell’Italstat, Ettore Bernabei, appena uscito dalla guida della Rai per dedicarsi a un compito ancora più delicato per gli equilibri politici. «È chiaro che io sono sempre andato a chiedere a Bernabei che i lavori a trattativa privata ci toccassero in proporzione al nostro peso», rievocava Turci. Alberto Zamorani, stretto collaboratore di Bernabei, spiegò ad Antonio Di Pietro che una tacita intesa prevedeva per le coop rosse una quota tra il 10 e il 20 per cento dei lavori. Lucio Libertini, a lungo un’autorità in materia nel Pci, era più preciso: «Tra il 13 e il 18 per cento». Gianni Donigaglia, il più «cesarista» dei manager cooperativi, padre-padrone della Cooperativa di costruzioni di Argenta, poi finita male, parlava di «una prassi per cui in tutte o quasi le commesse pubbliche era riservata una quota di appalti alle cooperative vicine al partito comunista». Lo stesso numero due della Quercia, Massimo D’Alema, nei giorni tempestosi di Tangentopoli, rivendicava l’impegno del partito per difendere le coop dalle discriminazioni sul mercato degli appalti, e invitava il partito e le coop a una riflessione autocritica sul prezzo così pagato al consociativismo.

        Tutto questo però era finito prima di Mani pulite. A partire dalla caduta del muro di Berlino, e dalla svolta di Achille Occhetto (1989), le Botteghe Oscure persero il potere d’intervento sul mercato delle commesse pubbliche. Occhetto si vanterà in seguito di essersi dedicato in quegli anni alla politica anziché al fatturato delle coop. Certo è che i responsabili delle imprese si trovarono all’improvviso senza corazza. Racconterà ai giudici un boss di allora della Lega coop di Milano, Sergio Soave: «Prima il Pci premeva affinché fosse riservata una quota di appalti alle imprese aderenti alla Lega (le quali a loro volta provvedevano alle esigenze economiche del partito); ora invece le singole imprese cooperative che volevano partecipare agli appalti della Metropolitana milanese dovevano impegnarsi, come tutte le altre imprese, a pagare direttamente una quota di tangente al sistema dei partiti». Indipendentemente dal declino del Pci si era diffusa la cosiddetta «voglia di Confindustria»: ogni azienda fa quel che le pare, e la Lega di Turci (uomo di partito estraneo alla vita cooperativa), resti pure un sindacato di imprese, che non dà ordini, semmai ne prende. Il modo elegante per mandare al diavolo la Lega e il partito era la nuova parola d’ordine «centralità dell’impresa».

        Già nel 1991, parecchi mesi prima dell’inizio dell’inchiesta Mani pulite, Libertini fotografava il problema: «Oggi il Pds non è più in grado di garantire niente, e molte coop fanno da sé, ignorando il partito e la stessa Lega». Roberto Caporali, il numero uno della Cmc di Ravenna, la maggiore cooperativa di costruzioni, ammetteva con qualche diplomazia: «Non c’è dubbio che il ridimensionamento del Pds spinge le aziende private a cercare di approfittarne».

        Proprio nel 1991 si stava decidendo la partita decisiva dell’Alta velocità ferroviaria, l’unico grande affare passato curiosamente indenne attraverso Mani pulite. L’operazione aveva avuto un’accelerazione decisiva un anno prima, con l’arrivo di Lorenzo Necci alla guida delle Fs, e il siluramento di Bernabei dall’Italstat. Al vertice dell’Iri, proprietario dell’Italstat, Romano Prodi aveva appena lasciato il posto a Franco Nobili, manager delle costruzioni che Giulio Andreotti aveva pescato alla Cogefar. Le coop rosse persero con Bernabei il loro nume tutelare, mentre con l’arrivo di Nobili le aziende private decisero di dividersi il mercato con l’Iri e l’Eni, spartendosi anche quel 13-18 per cento delle coop rosse. Proprio nei caldi giorni di agosto del 1991, quando l’affare Alta velocità veniva messo nero su bianco, Turci lanciava l’ultima disperata offensiva. «A certi tavoli si cerca di dire che essendo cambiati gli equilibri politici dovremmo accettare un arretramento della nostra posizione. La Lega non pretende tutele, ma fino a quando non si uscirà dalla logica delle quote e delle ripartizioni a monte, vorrà partecipare secondo il proprio peso». Facile indovinare come finì la storia: le coop rientrarono nell’affare dell’alta velocità, ma ognuna per conto suo, trovando ciascuna la sua strada e il suo modo.

        Passato il ciclone Mani pulite – che fece pochi danni al sistema Pci-Pds-Lega Coop, ma ne illuminò in modo solare i meccanismi – il successore di Turci, Giancarlo Pasquini, fece l’offeso: «Il partito da un certo momento in avanti ci ha praticamente cancellato, ci ha rimosso come un elemento imbarazzante». Ma la mutazione genetica del manager cooperativo non era determinata dalla fuga del Pds. Piuttosto – come spiegava un Turci preoccupato – era stata non tanto determinata quanto agevolata dalla scomparsa del Pci: «Il socio di riferimento, come l’ho chiamato in passato, serviva perché il presidente con tendenze autoritarie o poco trasparenti veniva richiamato dalla federazione del partito e messo in riga. Ora c’è bisogno di anticorpi interni». Chissà se nel corso degli anni gli anticorpi si sono sviluppati…

        Giorgio Meletti