«Coop rosse»: il pm Nordio risarcisce D’Alema e Occhetto

18/05/2006
    gioved� 18 maggio 2006

    Pagina 12 – Interni

    �Coop rosse�, il pm Nordio
    risarcisce D’Alema e Occhetto
    Ritardo nell’archiviazione degli esponenti dell’allora Pds per il sospetto finanziamento al partito

      Venezia

      �CHE DEVO DIRE? Era una mia inchiesta, me ne assumo la responsabilit�… �. Allarga le braccia, il pm veneziano Carlo Nordio: che potrebbe essere chiamato a risarcire il ministero della Giustizia, a sua volta condannato a versare 9.000 euro ciascuno a Massimo D’Alema ed Achille Occhetto per i ritardi nell’archiviazione della loro posizione nella vecchia inchiesta lagunare sulle �coop rosse�. Nordio sospira, speranzoso: �Beh, per� non � detto che lo Stato mi chieda i soldi. In fin dei conti sono incerti del mestiere, non tutti i magistrati vengono chiamati a rispondere delle eccessive lentezze, ci sono anche difficolt� oggettive. Se poi mi vogliono crocifiggere, pazienza: pagher�.

      Torniamo indietro di tredici anni. Nel 1993 Carlo Nordio avvia una maxiinchiesta sulle coop rosse, partendo da una serie di fallimenti sospetti di cooperative agricole del Veneto. Ipotizza una associazione a delinquere, finalizzata a finanziare illegalmente il Pci-Pds, attraverso un tortuoso meccanismo: creare coop agricole, ottenere per esse congrui finanziamenti pubblici, dirottarli al partito e far fallire le coop. L’uomo-chiave � Alberto Fontana, dirigente regionale della cooperazione; ma vengono indagati anche i vertici veneti del Pds. Il processo si gonfia, sempre pi�, comincia ad essere considerato come una sorta di contraltare a Mani pulite sul versante �rosso�.

      Nel settembre 1995 il pm stila un invito a comparire, con l’accusa di ricettazione e finanziamento illegale ai partiti, nei confronti di Massimo D’Alema – appena diventato presidente del Consiglio – Achille Occhetto e Bettino Craxi. La sua tesi � che i soldi �guadagnati� in Veneto finissero nelle casse nazionali di Pci-Pds e Psi, e che i loro segretari nazionali non potessero non saperlo. Craxi � gi� latitante in Tunisia. Occhetto e D’Alema, assistiti dal prof. Guido Calvi, vengono sentiti a Roma. D’Alema commenta, sarcastico: �� stato un momento importante del dibattito sul surrealismo�.

      Passano altri tre anni. Alla fine del 1998 Carlo Nordio chiede il rinvio a giudizio di 93 imputati sui 278 iniziali. Spiccano soprattutto le assenze: dei dirigenti pidiessini veneti e del trio D’Alema-Occhetto-Craxi, per le cui posizioni lo stesso pm chiede l’archiviazione: �Non � stata raggiunta la prova che le risorse sottratte alle coop insolventi siano state direttamente gestite dagli indagati… � del tutto inaccettabile l’assioma che chi stava al vertice della struttura non potesse non sapere�.

      Passa un altro anno, e nel dicembre del 1999 il gip Vincenzo Santoro emette la sua sentenza-ordinanza. Il drappello di rinviati a giudizio ne esce ulteriormente sfoltito, la posizione della maggior parte degli accusati superstiti viene sparpagliata per altre procure del Veneto. Per quanto riguarda D’Alema-Occhetto-Craxi, il gip dispone la restituzione degli atti alla Procura veneziana, perch� li trasmetta a quella di Roma, competente per l’archiviazione.

      � qui che il meccanismo si inceppa. Nordio non si accorge della restituzione, crede che gli atti, a Roma, abbia provveduto ad inviarli lo stesso gip, considera chiusa la faccenda. Cos�, per quattro anni, i faldoni dormono tranquilli in laguna: fino al 1994, quando Bruno Vespa, in un suo libro, segnala il caso. A quel punto il meccanismo si riattiva fulmineamente, e il caso dei tre politici viene archiviato anche per la forma. Dopo di che, tramite l’avv. Calvi, D’Alema ed Occhetto chiedono e ottengono il risarcimento per l’ingiusto ritardo subito.

      Dice adesso Carlo Nordio: �Mi preme sottolineare che l’inchiesta vera e propria io l’avevo chiusa in tempi rapidi. Dopo che avevo chiesto l’archiviazione, tutti erano convinti che la cosa fosse finita l�, nessuno si era pi� fatto vivo. In realt� nessuno ha avuto danni, neanche d’immagine: infatti, novemila euro � un risarcimento molto contenuto�. Ed il resto della maxiistruttoria che fine ha fatto? Nessuno ne ha tenuto il conto. L’unica pena consistente � toccata ad Alberto Fontana: �Ha patteggiato tre anni e otto mesi ricorrendo alla cosiddetta salva-Previti�, ricorda Nordio. Il resto si � sperso in mille rivoli, fra assoluzioni e patteggiamenti, lontanissimo dal dirompente potenziale dell’inizio.