Coop, centocinquant’anni portati bene

06/10/2004

 
mercoledì 6 ottobre 2004

Coop, centocinquant’anni portati bene
La Cooperazione dei consumatori nasceva il 4 ottobre 1854. Da magazzino a colosso della distribuzione. Con un impegno: garantire una filiera alimentare estremamente controllata
Il 1854 fu un anno terribile: le condizioni di vita dei lavoratori peggioravano e i salari reali non tenevano il passo con l’aumento dei prezzi. Così, nell’autunno di quell’anno, la Società generale degli operai di Torino decise di dare vita a un Comitato di previdenza con il compito di allestire, di lì a breve, un Magazzino o "Distributorio" sociale per comprare all’ingrosso generi alimentari di prima necessità e poi rivenderli a prezzi bloccati o a credito. Il 4 ottobre 1854 aprì i battenti il primo magazzino che mise a disposizione dei soci torinesi 24 chili di pasta, 82 chili di farina, 91 di riso e 50 litri di vino acquistati con un capitale sociale di ben 1.400 lire. La Cooperazione dei consumatori – meglio nota come Coop – nacque quel giorno, in ritardo rispetto a paesi di più recente industrializzazione ma in anticipo su altre forme di organizzazione come le leghe bracciantili, i sindacati e i partiti, un’intuizione che ha retto 150 anni e che sembra ancora in ottima salute.

Un compleanno in pompa magna
La storia della Coop, oggi il più grande gruppo di distribuzione del paese, è una di quelle belle favole di capitalismo buono che piacciono tanto al centro-sinistra, tanto è vero che a brindare ieri all’Auditorium di Roma c’erano Fassino e Giuliano Amato. Una storia che ha del miracoloso visto che la Coop è riuscita a sopravvivere al fascismo, al rampantismo degli anni Ottanta e perfino alla Legge delega sul diritto societario che, almeno nella prima stesura, mirava a fare piazza pulita delle agevolazioni di cui godevano le cooperative per ributtarle, senza paracadute, nel calderone della concorrenza. Le proteste, e soprattutto la constatazione che, nel panorama desolante dell’economia italiana, le cooperative sono praticamente l’unica realtà produttiva in salute, hanno portato il governo Berlusconi a più miti consigli. Nel frattempo, una nuova stagione d’impegno sociale metteva alla prova le radici politiche e sociali di una cooperativa che è insieme gigante della distribuzione.

Da questo punto di vista la Coop è sembrata in grado di raccogliere la sfida. Da una parte col fiuto dell’imprenditore che capisce dove tira il vento, accoglie la richiesta di qualità suscitata dagli scandali alimentari degli ultimi anni e investe fior di milioni (di euro) per allestire una filiera alimentare estremamente controllata e una linea di prodotti Ogm-free, dall’altra trovando, nelle proprie solide radici storiche, una risposta alla nuova esigenza di consumo etico, critico e consapevole, che sembra diffondersi anche al di fuori dei ristretti gruppi militanti. A questo si aggiunge la fortunatissima campagna dei prezzi bloccati che ha preceduto di parecchi mesi le decisioni – e perfino le ammissioni – del governo. Il tutto ha talmente pagato in termini di immagine e di affezione che oggi la Coop vola oltre i 5 milioni di soci, praticamente un decimo degli italiani, e raccoglie la bandiera di un nuovo impegno sociale e politico «agito sul piano individuale dei consumi più che su quello collettivo delle piazze» come ha sottolineato Ilvo Diamanti, professore di Scienza politica all’Università di Urbino.

Insomma che cosa si può volere di più? Un’impresa di successo – 11 miliardi di euro di vendite lorde complessive nel 2003 – di qualità – praticamente l’unica grande catena di distribuzione che garantisce un controllo a tappeto sui propri prodotti – che ha fatto propri i suggerimenti del movimento consumieristico mondiale con ambiziosi progetti incentrati sul commercio equo-solidale e sul finanziamento alle micro-imprese nel sud del mondo.

Oltre lo spot
Premesso che bisogna prendere diffidare delle storie patinate, resta il fatto che il modello Coop sembra davvero riuscito a mettere insieme alcuni dei suggerimenti del capitalismo più avanzato – come il modello della rete contrapposto a quello del distretto industriale – e del movimento dei movimenti. E non soltanto nell’aspetto più mediatico del consumo critico o consapevole – che resta però un punto fondamentale della critica al consumismo all’americana – quanto al sistema stesso del rapporto con i fornitori, un sistema che premia il produttore locale, rispetto alla delocalizzazione. Un principio fatto proprio da buona parte dei critici della globalizzazione iper-liberista proprio per la sua caratteristica di rispetto della comunità e dell’ambiente, perché produrre localmente significa anche ridurre i trasporti e quindi il consumo di energia. Altra cosa interessante è appunto l’apertura al commercio equo e solidale, un progetto nel quale sono stati investiti dalla Coop 8 milioni di euro e che potrebbe aprire interessanti prospettive se davvero si riuscissero a collegare i produttori del Terzo mondo con la grande distribuzione senza passare per le forche caudine delle corporation dell’agrobusiness. A fronte di tutto ciò non si può che festeggiare il tramonto del rampantismo anni ’80 che aveva trasfigurato, e non poco, anche la realtà del movimento cooperativo italiano.

Tutto a posto dunque? Bisogna vedere se la favola riuscirà a reggere l’arrembaggio della grande distribuzione francese o, peggio ancora, americana – con l’iper-mercato mondiale Wal Mart che ha già pronte le truppe da sbarco – basata su prezzi stracciati e sullo sfruttamento feroce dei lavoratori. Anche se la distribuzione non può traslocare in cerca del salario più basso come fanno le industrie, può sempre venire trascinata verso il basso, un rischio pericolosissimo per chi, come la Coop vuole fare della vocazione sociale il proprio marchio di fabbrica. Un marchio che ti espone all’attenzione del movimento a cui hai strizzato l’occhio che ovviamente non esita – come accaduto qualche mese fa – a segnalare immediatamente ogni comportamento scorretto dell’azienda nei confronti dei propri dipendenti. Proprio su questo punto dolente il presidente dell’Associazione Nazionale delle Cooperative, Aldo Soldi, ha voluto fare chiarezza: «Risale a pochi mesi fa il contratto collettivo nazionale firmato con i dipendenti, purtroppo una rarità di questi tempi. Perché è essenziale che noi non si rinunci a niente, né al controllo dei prezzi e della qualità dei prodotti né alla correttezza dei rapporti lavorativi, anche se nel settore della distribuzione è richiesta una notevole dose di flessibilità». Speriamo bene.

Sabina Morandi   


Un gigante su scala mondiale

Sono oltre 5 milioni i consumatori associati alle aziende distributive sparse per il paese, con 1.280 punti vendita e 52.300 addetti. Notoriamente forte in Emilia Romagna, Toscana e Lombardia, la Coop è ormai un gigante su scala nazionale, con un volume di vendite lorde per oltre 11 miliardi di euro, pari al 17 per cento del mercato complessivo della distribuzione alimentare. Un gigante in crescita che ha chiuso il 2003 con una base strutturale di 163 cooperative e che si avvia ad aprire, nel quadriennio 2004-2007, 107 nuove strutture fra ipermercati (Ipercoop) e supermercati, con investimenti per 1,6 miliardi di euro e 14 mila nuovi posti di lavoro.