“Coop” Bianche, la svolta degli affari

03/07/2006
    sabato 1 luglio 2006

    COMMENTI E INCHIESTE – Pagina 11

    DOPO LE SCALATE

    Coop bianche, la svolta degli affari

      Sfumate le barriere politiche si studia l’alleanza con Legacoop

      dal nostro inviato
      Roberto Galullo
      roberto.galullo@ilsole24ore.com

        BOLOGNA – �Li vede questi pomodori? Sono rossi come me e alle coop bianche non li dar� mai�. Una frase che nelle campagne emiliano-romagnole � un ritornello. Lo si sente ripetere quando si chiede ai coltivatori cosa pensino dell’unione tra i "bianchi" di Confcooperative – che in questa terra fatturano 14 miliardi e occupano78mila persone – e i "rossi" iscritti a Legacoop, quasi sempre con la tessera Ds in tasca.

        Eppure mentre la base nicchia o � indifferente la dirigenza delle due associazioni spinge verso l’unione (si veda il Sole-24 Ore del 23 giugno). S� perch� i colori ancora contano per la base mentre contano meno per i dirigenti di Legacoop e Confcooperative che nel nome dello sviluppo economico, sono pronti a dar vita a un soggetto "altro" forte, fortissimo che conterebbe oltre 106 miliardi di fatturato all’anno, 910mila occupati, 9,5 milioni di soci e 39mila cooperative.

        Se la strada � sempre pi� condivisa dai vertici, non vuol dire che non ci siano incidenti di percorso che corrono il rischio di prolungare i tempi di una centrale unica della cooperazione. �Confcooperative – spiega Luigi Marino, 59 anni e da 15 presidente – si � sempre assunta il compito di difendere tutto il movimento cooperativo, anche dopo la vicenda della scalata Unipol alla Bnl. Legacoop dovrebbe fare la stessa cosa ma quando leggo che il presidente Giuliano Poletti punta sulle liberalizzazioni, che si tirano fuori quando fa comodo, mette in discussione tutto. Se mischia la liberalizzazione delle pompe di benzina insieme a quella dei farmaci da banco, sa benissimo di urtare la nostra sensibilit�. Ma ora bisogner� fare i conti anche con il ministro allo Sviluppo economico Pierluigi Bersani che, proprio ieri, ha annunciato il colpo di acceleratore sulle liberalizzazioni dei servizi.

        La forza di Confcooperative. La centrale che si rif� per statuto ai principi della dottrina sociale della Chiesa scolpiti nell’Enciclica Rerum novarum, ha celebrato marted� 27 giugno in assemblea nazionale la propria forza. Un fatturato aggregato di 48,3 miliardi (+141% rispetto al ’96), quasi 19mila cooperative, 2,8 milioni di soci (stabili nel decennio) e 432mila occupati (+110% rispetto al 1996).

          Se le coop di consumo trainano Legacoop, � ancora il settore agricolo e alimentare a fungere da cassaforte economica per Confcooperative: il fatturato annuo sfiora 24 miliardi e i soci sono 540mila. Anche in questo comparto le coop debbono crescere e confrontarsi con il mercato, come spiega Maurizio Gardini, a capo di Confcooperative Emilia-Romagna e del colosso agroindustriale Conserve Italia. �Noi – spiega – abbiamo acquistato Cirio, che sar� mantenuta nell’alveo della cooperazione�. Nessun ripensamento per un acquisto molto criticato e non certo immune da pressioni? �La nostra acquisizione – afferma – si riveler� di grande respiro, soprattutto perch� rappresentiamo un veicolo indispensabile per far circolare il made in Italy nel mondo: n� Berlusconi n� Casini vennero a dirmi di acquistare Cirio anche se non posso negare che dal ministro dell’Agricoltura ci furono pressioni perch� questo marchio storico rimanesse in mano italiane�.

          A distanza il comparto dei lavori e dei servizi, con 9 miliardi di ricavi e 260mila soci. Le aree di maggiore presenza sono quelle del Nord Italia: in testa per fatturato – ma anche gli altri parametri sono elevatissimi – l’Emilia-Romagna, a seguire la Lombardia e poi il Nord-Est. Ragione per cui � proprio nel Triveneto che va ripercorso il solco di successo della cooperazione bianca.

          Il bianco Triveneto. Basta risalire il Po e capire che qui si sperimenta da tempo la nuova formula cooperativa. In principio fu il Triveneto, dove la nascita del movimento, con la costituzione della "Famiglia cooperativa" nel 1890, si deve a Don Lorenzo Guetti, la cui immagine "sacra" oggi si sovrappone al "profano" Superstore di Trento, tra le ultime megastrutture coop. In questa provincia autonoma esiste una struttura unica: la Federazione trentina delle cooperative. Al comando c’� Diego Schelfi, amico del presidente della Provincia Lorenzo Dellai (tra gli inventori, a livello nazionale, della Margherita), che da circa tre anni ha preso il posto di Pierluigi Angeli, doroteo di vecchio stampo. La provincia di Trento � un colosso della cooperazione, con oltre 2,5 miliardi di fatturato e un matrimonio tra bianco e rosso che non conosce crisi. Anzi. Ad alimentare ad esempio il Consorzio delle cooperative di consumo del Trentino (Sait) c’� anche Coop Italia.

            Basta spostarsi nel Veneto per rendersi conto che il laboratorio cooperativo � in piena attivit�. Uno tra quelli che puntano a mischiare il bianco e il rosso � Tiziano Venturini, presidente regionale di Federlavoro e servizi di Confcooperative. �Sono in prima linea – spiega – nell’unione tra le due centrali che non si far� certo per amore ma per forza. La forza politica, che ci dar� pi� visibilit� e ci consentir� di penetrare meglio i mercati�. Quali? � presto detto. �Dalla fornitura di beni alla pubblica amministrazione attraverso la Consip – spiega dal suo ufficio in periferia di Padova – ai servizi sociali e sanitari. Se le coop bianche e rosse si mettessero insieme, sarebbero in grado di fornire una catena completa di servizi che lo Stato non � in grado di effettuare. Ma non ce la fa neppure il volontariato�.

            Credito e finanza. A cementare le due centrali cooperative nel nome dei business da sviluppare potrebbero essere credito e finanza, l’altra faccia della medaglia politica. Lo stesso Giuliano Poletti, presidente di Legacoop, aveva lanciato l’amo di un’intesa tra Unipol e Bcc (si veda il Sole-24 Ore del 23 giugno). Nel credito gli istituti "bianchi" legati a Confcooperative dominano, dall’alto dei 3.617 sportelli, 776mila soci, quattro milioni di clienti, 102 miliardi di raccolta, 84 di impieghi e un patrimonio di 13 miliardi. Il credito cooperativo � il primo gruppo creditizio per numero di sportelli, il terzo per patrimonio, il quarto per raccolta diretta e il sesto per impieghi.

              Se Poletti ha aperto lo spiraglio su un nuovo orizzonte, in molti hanno deciso di affacciarsi a vedere. � il caso di Alessandro Azzi, presidente di Federcasse, la Federazione delle Bcc e casse rurali. �Con Unipol ci conosciamo – spiega – e in linea teorica non ci sono pregiudiziali ideologiche. Finora abbiamo sviluppato un percorso di assoluta autonomia e senza partnership ma non � una soluzione per sempre. Rifiutare a priori un’alleanza sarebbe sbagliato�.

              Nella terra rossa per eccellezza, Giulio Magagni, 20 anni fa giovane consigliere Dc nel suo paese, Minerbio (Bologna), d� pi� forza alle ragioni dell’unit�. Oggi � a capo di Iccrea holding (la capogruppo del sitema di imprese a supporto delle Banche di credito cooperativo) e guida la Federazione delle Bcc emiliano-romagnole, una vera potenza finanziaria: 12 miliardi di raccolta nel 2005, otto miliardi di impieghi, 331 sportelli per 12 banche, oltre 62mila soci e appena 161 milioni du sofferenza. Magagni spiega concetti elementari e proprio per questo convincenti. �Oggi – afferma – la cooperazione, se � tale, non � di destra n� di sinistra. Si devono superare gli schieramenti, anche nel settore del credito dove Bcc hanno una storia insostituibile. Siamo le banche del territorio, delle famiglie e delle imprese, piccole e micro�.

              Ma a far capire che il mega-polo bancario e assicurativo – proprio all’indomani della nomina del nuovo ad di Unipol, Carlo Salvatori, � qualcosa di pi� che un’idea – ci pensa il presidente di Confcooperative, Marino. �Dal punto di vista assicurativo e bancario – spiega – siamo complementari anche se abbiamo modelli societari e di governance differenti. Noi abbiamo una strutturaautonomistica in cui l’integrazione avviene a rete. Legacoop ha iniettato in questi anni dosi da cavallo per aumentare le dimensioni e fornire un grande appoggio a societ� prettamente capitalistiche. Bisognerebbe dunque trovare una sintesi, possibile, tra questi due modelli prima di procedere su una strada comune�.

              Terzo e ultimo di una serie di articoli
              I precedenti sono stati pubblicati il 23 e il 24 giugno