Conversazione con Fassino: «Maranghi è il regista, usa anche Berlusconi»

12/12/2002
il Riformista
 

12 Dicembre 2002

CONVERSAZIONE. IL LEADER (TORINESE) DEI DS DIFENDE L’INTERVENTISMO DI FAZIO E ATTACCA UMBERTO
«Maranghi è il regista, usa anche Berlusconi»

Fassino agli Agnelli: non svendete la vostra storia
Per il leader dei Ds Mediobanca vuole liquidare la Fiat e usarne i gioielli per un nuovo patto
con la politica

Piero Fassino, torinese e fiattologo da una vita, è la persona adatta per rispondere alla
domanda: con chi deve stare oggi la sinistra, con Fazio o con Maranghi? «Certamente
non con Mediobanca. Maranghi persegue un disegno di potere, che ha molto a che fare
con la ridefinizione dei rapporti tra economia e politica, con la costituzione materiale del
paese, e molto poco col suo destino industriale. Il progetto Mediobanca liquiderebbe la
Fiat, ne farebbe uno spezzatino, polo del lusso alla Volkswagen, Fiat auto più Iveco alla
Gm (perché senza l’Iveco non è neanche detto che Gm si prenda più la Fiat). Il progetto
Maranghi eliminerebbe l’industria dell’auto in Italia. Attenzione, io non dico che ci deve
essere un’industria italiana, ma un’industria dell’auto in Italia. Mi ribello all’idea che il
nostro paese diventi il terminale di montaggio di una strategia produttiva gestita altrove».
Il leader dei Ds ha un’idea molto precisa sui rapporti tra Maranghi e Berlusconi. «Secondo

me non è Berlusconi il regista dell’operazione. E’ Maranghi. Non è Berlusconi che usa
Maranghi. E’ Maranghi che usa Berlusconi. Mi spiego. Il manager di Mediobanca ha da
tempo ingaggiato una lotta formidabile con le quattro grandi banche, che ha tutte contro:
Bazoli-Passera, Profumo, Geronzi, Iozzo-Masera. Ha contro il governatore Fazio.
Combatte per riportare Mediobanca al centro del sistema. Coglie l’occasione della Fiat
per mettere le mani su Toro. Un’integrazione Generali-Toro-Mediolanum diventerebbe
un polo di grande potenza nel sistema finanziario. In più, mette le mani su Hdp, dunque
sul Corriere, senza trascurare quella non piccola cosa che è la Gazzetta dello Sport, e
sulla Stampa. Dopo, solo dopo, va da Berlusconi e gli presenta il piattino. L’offerta è
succulenta: caro premier, tu eri un parvenu, tenuto fuori dal salotto buono, io ti porto in
dono il salotto. E guardi che la Fiat non è un episodio. Maranghi ci aveva già provato a
far fuori Gnutti alle Generali e a portare Ligresti nel patto di sindacato di Hdp».
Non è chiaro però, in questo schema, se Berlusconi sapeva. «Non lo so. Mi son fatto

l’idea che chi ha condotto l’operazione, Maranghi, abbia informato passo per passo il
potere politico e non ne sia stato ostacolato. Ora diventa decisivo quello che farà la
famiglia Agnelli. Lo dico da torinese: trovo sconcertante il loro atteggiamento.
Non possono accettare l’ipotesi dello spezzatino per un pugno di dollari, si giocherebbero
la faccia. Per cento anni quel cognome è stato il simbolo dell’auto in Italia e il simbolo
dell’Italia nel mondo. Vogliono davvero svendere questa storia per quattro lire da mettersi
in tasca?».
Ma perché mai la vendita alla Gm andava bene se fatta da Galateri e non andrebbe più

bene se fatta da Bondi? Fassino chiarisce: «L’ipotesi che era stata presentata prevedeva
una dolorosa rimuscolarizzazione della Fiat per trattare in condizioni di dignità con la Gm.
Lì non spariva la Fiat, ma conferiva a una nuova società la propria struttura industriale,e
lo stesso faceva Opel, per far nascere un terzo soggetto di dimensioni europee.
Lo spezzatino di Maranghi è invece la svendita di Fiat auto al miglior offerente.
Anche questa storia del polo del lusso non sta in piedi. Che cos’è? Una griffe, e basta.
E’ come tenersi i cioccolattini di Baratti senza la Ferrero. I volumi sarebbero molto contenuti,
anche in termini di tecnologia, know how e indotto. E poi, bisogna saperlo come si fa una
macchina. Dicono: prendiamo Alfa e la mettiamo nel polo di lusso. Ma come la prendi l’Alfa,
come la separi dalla Fiat? Il processo di produzione è completamente integrato: stesso
montaggio motori, stesso montaggio carrozzeria. L’Alfa Romeo e la Punto, industrialmente
parlando, sono un’unica cosa».
Altra obiezione: ma se il piano di Galateri andava bene perchè la sinistra lo ha criticato e i
sindacati l’hanno bocciato? «La strategia era giusta, ma la tattica sbagliata. Impegnava
risorse finanziarie troppo scarse e rinviava troppo in là l’arrivo di nuovi modelli.
Da molti anni penso, anche quando Romiti e la famiglia non lo pensavano, che la Fiat non
avesse altra scelta che entrare in un’alleanza internazionale. E’ un grande produttore, ma non
è un global player: è fuori dai mercati di Nord America e Asia, e in Europa, se si toglie
l’Italia, ha una quota del 5%. L’alleanza andava fatta, ma come si fa non è irrilevante».
Fassino ha pronunciato un cognome cruciale per la sinistra: Romiti. Sembra che, dopo

averlo scelto come nemico privilegiato, ora ne abbia nostalgia e ne faccia un simbolo della
battaglia per la libertà di stampa. «Non difendiamo Romiti, ma l’indipendenza del Corriere.
Se la quota Fiat di Hdp andasse a un gruppo imprenditoriale con spiccate simpatie per
Berlusconi si sconvolgerebbe ulteriormente il già squilibrato sistema dell’informazione in Italia.
Corriere e Stampa sono tra le prime testate italiane. Aggiunga che il maggior inserzionista
pubblicitario su Repubblica è la Fiat, con 30 milioni di euro l’anno».
Un altro campione della sinistra sembra essere diventato Fazio. Non è normale che il

Governatore esterni sui giornali circa l’assetto del sistema italiano. «Non è normale la
situazione – ribatte Fassino – Fazio aveva già avvertito del rischio di declino. Ciampi ha
parlato di caduta di competitività. Il Censis fotografa un’Italia con le pile scariche. Magari
l’allarme di Fazio non sarà rituale, ma il Governatore ha il dovere di preoccuparsi
dell’andamento generale del paese: in economia tutto si tiene». Con gli Agnelli, invece,
la sinistra si comporta da amante tradita. Cos’é: Gianni è buono e Umberto è cattivo?
«E’ una lettura manichea – risponde Fassino – Certo è una drammatica metafora che
proprio mentre l’Avvocato allenta la presa, l’azienda rischi la sua esistenza.
Forse lui tutelava l’autonomia dell’azienda in una maniera che altri non sono in grado o
non vogliono fare».


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