Contro l’impoverimento degli anziani

17/02/2004



 
   
17 Febbraio 2004
ECONOMIA/opinioni






 
 
PREVIDENZA
Contro l’impoverimento degli anziani


GIANCARLO DE VIVO-MASSIMO PIVETTI


Nella discussione politica sulle riforme che sarebbe necessario apportare in Italia alle pensioni sembra si perda spesso di vista il fatto che, qualunque sia il sistema pensionistico, la sostanza del problema consiste nel trasferimento di una parte del reddito reale corrente da coloro che lo hanno prodotto ai percettori delle pensioni. E la questione della sostenibilità del sistema riguarda appunto l’ammontare di prodotto che coloro che lo producono saranno disposti ad accettare di far godere ad altri («altri che naturalmente non sono solo i pensionati, ma tutti coloro che in un modo o in un altro riescono ad ottenere una parte del prodotto senza lavorare). A seconda del sistema vigente (privato o pubblico, a capitalizzazione o a ripartizione, retributivo o contributivo) cambierà il meccanismo finanziario attraverso il quale viene concretamente operato tale trasferimento – in sostanza, il metodo attraverso cui si mettono i pensionati in grado di acquistare beni e servizi che non hanno prodotto. Ma, a parità di pensioni e di prodotto, il metodo scelto è del tutto irrilevante per la questione della sostenibilità reale e nessun cambiamento di questo metodo (ad esempio, passaggio dal contributivo al retributivo, o viceversa) potrà aumentarla. Una maggiore sostenibilità potrà aversi solo con misure capaci di far crescere di più il prodotto, o riducendo il potere d’acquisto degli anziani.

Ma la discussione politica corrente non è imperniata sull’alternativa maggiore crescita/impoverimento degli anziani. Ciò di cui continuamente si discute è invece la questione della compatibilità del sistema con l’equilibrio nel tempo tra entrate e spese pubbliche. E’ con riferimento a questa accezione di «sostenibilità finanziaria» che viene propugnato il passaggio da un sistema pensionistico pubblico a retribuzione ad uno a contribuzione. Un tale passaggio non elimina affatto la possibilità di squilibri tra entrate ed uscite in conto pensioni. Tali squilibri sarebbero impossibili solo in un’economia immaginaria in cui lo stato usasse i contributi incassati per accumulare scorte di merci, da «mettere nel granaio» per poi distribuirle in futuro sotto forma di pensioni.

Ma in un’economia reale, anche con un sistema contributivo, ciò che finanzia la spesa pensionistica corrente sono i contributi correnti, che naturalmente dipendono dal livello del reddito corrente, mentre ciò che determina il livello della spesa sono i contributi incassati nel passato. Si può allora dire che anche una maggiore «sostenibilità finanziaria» del sistema contributivo è legata o ad una sua eventuale capacità di sostenere la crescita del prodotto, o alla sua capacità di abbassare le pensioni. Non crediamo che qualcuno possa seriamente pensare che passare al contributivo possa far crescere di più il reddito; la vera ragione per cui si può volere un passaggio al contributivo è che esso rende più facile ridurre le pensioni. Così, una consistente riduzione delle pensioni è ciò che ha già ottenuto la riforma Dini (1995), che ha introdotto il graduale passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. Pur nella sua ancora limitata applicazione, essa, come ha ricordato Pizzuti (il manifesto, 18 gennaio 2004) ha generato un notevole avanzo nella gestione previdenziale, e quindi determinato l’assurda situazione in cui oggi ci troviamo: viene pagato in conto pensioni di più di quello che i pensionati ricevono, e si contribuisce in questo modo a rendere possibili sgravi fiscali per i redditi alti.

La situazione per i lavoratori è resa non meno surreale dal fatto che all’indomani di una manifestazione che ha visto mobilitati milioni di persone per la difesa delle pensioni, il capo della Cgil abbia dichiarato che l’opposizione ai progetti del governo dovrebbe avere come parola d’ordine quella del «completamento della Riforma Dini» (
Corriere della sera, 8 dicembre 2003). Alla domanda se il sistema previdenziale vada bene così com’è o se sia necessario metterci mano, i sindacati dovrebbero rispondere che va combattuto il progressivo impoverimento degli anziani, e che dunque potranno ottenere il loro sostegno solo riforme che ripristinino i meccanismi redistributivi occorrenti a tale fine, ed evitino di consegnare nelle mani di fondi pensione privati una fetta crescente della popolazione (ciò che comporta esporre le sue condizioni di vita ai rischi sempre più evidenti di incompetenza e frode in campo societario e contabile). In pratica, per il sindacato si tratterebbe di spingere per una svolta di 180 gradi rispetto a tutto quello che si è fatto in campo pensionistico a partire dalla riforma Amato (1992).

Un compito non facile, ma certamente reso più difficile dall’apparente condivisione da parte del sindacato della tesi che ci si trovi di fronte ad una tendenza alla crescita eccessiva della spesa pubblica per le pensioni. Con ciò, ritorniamo al punto della sostenibilità reale del sistema pensionistico, da cui siamo partiti. La strada maestra dovrebbe consistere in politiche che spingano la crescita del prodotto. Al riguardo, una politica di forti rivendicazioni salariali, nelle presenti condizioni, agirebbe positivamente su due fronti: quello di migliorare le ormai intollerabili condizioni di reddito dei lavoratori dipendenti, e, attraverso lo stimolo alla crescita che deriverebbe da più alti livelli dei consumi, quello di consentire il pagamento di pensioni più elevate senza aumentarne il peso sul prodotto.