«Contro le discriminazioni votiamo sì»

26/03/2003


            26 Marzo 2003
            «Contro le discriminazioni votiamo sì»
            Articolo 18, l’estensione dei diritti si lega alle battaglie dei movimenti omosessuali. Per una vera democrazia nei luoghi di lavoro
            Un referendum per tutti. Titti De Simone invita la comunità gblt a votare sì. Pecoraro Scanio: «Non è una semplice scelta di schieramento, ma una battaglia civile»

            ANTONIO SCIOTTO

            Articolo 18 per tutti, contro le discriminazioni. La battaglia per l’estensione dei diritti si arricchisce di un nuovo tassello: il mondo degli attivisti Gblt (gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, transgender) ha deciso di scendere in campo per coniugare le proprie rivendicazioni a quelle che riguardano i diritti più generali. Un appello rivolto dai parlamentari di Rifondazione comunista, dai Verdi e da altri componenti del comitato del sì che ha già raccolto molte adesioni: se si vuole avanzare sul campo dei diritti individuali – e tradizionalmente quelli attinenti all’orientamento sessuale vengono considerati tali – è importante non arretrare sul piano dei diritti sociali. Il mondo del lavoro è sicuramente il terreno dove questo legame si può vedere con maggiore chiarezza: se il tuo capo può licenziarti in qualsiasi momento e senza una giusta causa, come puoi rivendicare altri diritti ed essere rispettato per le tue scelte di vita? Il convegno «Noi uguali diritti», promosso dal gruppo parlamentare del Prc, è stato l’occasione per sviluppare questo dialogo e cercare di saldare le battaglie parlamentari con quelle del sindacato e delle associazioni. Denominatore comune di tutti gli interventi, ovviamente, il tema della pace: «E’ la precondizione di tutti i diritti», ha esordito la deputata Prc Titti De Simone. «Oltre a impegnarci per la vittoria del sì al referendum – ha aggiunto la parlamentare – dobbiamo ottenere dal governo il recepimento autentico della direttiva europea 78/2000 contro le discriminazioni sul lavoro per età, religione, handicap e orientamento sessuale. Non abbiamo il testo della bozza di recepimento, il governo non lo rende pubblico. Ma da quello che abbiamo potuto intuire dalle dichiarazioni del ministro Prestigiacomo, la legge italiana non recepirà alcuni punti fondamentali della direttiva Ue: manca l’inversione dell’onere della prova, che non dovrebbe più essere a carico del lavoratore; non c’è la possibilità per le associazioni di avere un ruolo giuridico nella difesa del lavoratore, mentre i sindacati lo potranno avere soltanto nel caso di discriminazioni collettive: un inganno, insomma, dato che in molti casi le discriminazioni sono individuali; e poi non sono previsti strumenti di tutela contro le ritorsioni dei datori di lavoro, né l’attivazione del dialogo con le parti sociali».

            Maria Gigliola Toniollo, dell’Ufficio nuovi diritti Cgil, aggiunge che il sindacato ha avviato una campagna nel paese per il recepimento di questa direttiva, «che il governo, nell’interesse che passasse sotto silenzio, aveva nascosto in un gruppo di un’altra ventina di deleghe riguardanti l’agricoltura e la cura del bestiame». Sono state stampate 20 mila cartoline diffuse nelle associazioni e mobilitati i parlamentari dell’opposizione: «Il problema, purtroppo, è che anche in sede europea, vengono dimenticati i transessuali, il gruppo che paga di più la discriminazione sul posto di lavoro proprio perché più visibile». A questo proposito Marcella Di Folco, portavoce nazionale della comunità dei transessuali, ha ricordato le difficoltà affrontate dai transessuali a trovare e a mantenere un impiego, «problemi aggravati dal fatto che non abbiamo ancora ottenuto il diritto di cambiare nome già quando è stato avviato il processo di transizione: anche perché una persona potrebbe pure non volersi operare, e invece l’attuale legge ti obbliga a fare l’operazione chirurgica del cambio di sesso per riconoscerti anche la nuova identità anagrafica». Secondo Piero Bernocchi, Confederazione Cobas, «nelle scuole le discriminazioni maggiori sono presenti più tra gli studenti che tra gli insegnanti o i presidi, a volte in modo anche violento», e che dunque bisogna puntare molto sull’educazione.

            Nichi Vendola, deputato Prc, ha invitato a dire sì al referendum per l’estensione dell’articolo 18: «E’ importante in questo momento, con un governo che aumenta la precarizzazione e la flessibilità, rispondere con decisione per l’estensione dei diritti». Alfonso Pecoraro Scanio, portavoce dei Verdi, ha individuato nel referendum «la grande occasione per difendere l’articolo 18 per chi lo ha già, e la possibilità di dare le tutele a chi è scoperto». Il portavoce dei Verdi ha detto che quella del referendum non deve essere «esclusiva di un solo schieramento, ma una grande battaglia di civiltà: i referendum del passato, basti pensare a quelli su divorzio e aborto, hanno dimostrato che la gente è molto più avanzata della classe politica, che invece è ottusa. Bisogna parlare il più possibile di questo referendum, coinvolgere la gente comune: solo così si può vincere». Dal fronte delle associazioni, Arcilesbica ha deciso di dare la sua adesione al sì, mentre Arcigay non ha espresso una posizione nazionale: l’associazione ha 100 mila iscritti, di differenti «sensibilità» (tra loro anche molti di centro e centrodestra), e dunque non si sbilancia. «Il dibattito però è aperto – spiega il presidente Sergio Lo Giudice – e le sedi territoriali si stanno esprimendo in autonomia, in alcuni casi anche per il sì».