Contro la nuova schiavitù Fillea e Flai Cgil chiamano il mondo del lavoro

24/01/2011

Palmi, Calabria, aprile 2010: su disposizione del procuratore Giuseppe Creazzo, vengono arrestati oltre 30 caporali, rumeni, macedoni e bulgari. Sfruttavano i loro connazionali, i maghrebini e altri migranti africani, negli agrumeti e uliveti della Piana di Gioja Tauro. Le accuse nei loro confronti, dopo i controlli triplicati dalla Guardia di Finanza del colonnello Reda nei confronti delle aziende agricole, furono violenza privata e riduzione in schiavitù: il reato di capolarato, non esiste, né – denunciano Susanna Camusso e la segretaria Flai Stefania Crogi – il ministro del lavoro Sacconi se ne è mai mostrato granché interessato. Ecco perché oggi Fillea e Flai, comparti edile e agricolo della Cgil, chiamano a raccolta il mondo del lavoro, con i produttori per contenere il fenomeno della nuova schiavitù, che nell’Italia berlusconiana viene punito con una sanzione amministrativa, da 50 euro. I moderni schiavi sono circa 400mila nei campi, tra Villa Literno, Cassibile o Vittoria nel Ragusano in Sicilia, il Tavoliere delle Puglie, e la Calabria (altri 400 mila nei cantieri). Un anno fa, qui a Rosarno, i 30 arrestati erano la parte del centinaio di europei dell’Est che sfruttavano 3000 migranti; ora la crisi del settore ha ridotto proventi e offerta di lavoro: ci sono meno di 1000braccianti, secondo Cgil e rete Migranti; a lucrarci sopra, nemmeno 50 caporali. Ma qui non esiste, come in Sicilia, o Puglia, alternativa al caporalato; non ci sono ricavi neanche per i padroncini. I caporali hannoripiega- to su 2 euro di pizzo per il trasporto ai campi e ritorno. Qualcuno contratta 5 euro a migrante, ma nei grandi latifondi, con decine di lavoratori per diversi giorni. «La realtà è fatta di proprietà frammentate –commenta Renato Fida, segretario Flai Cgil, Piana di Gioja – massimo 3 ettari l’una: quando un piccolo proprietario mette insieme tre giornate di lavoro da offrire, è tanto». L’anno scorso si pagavano forse 25 euro a giornata nei giardini (i campi ornamentali della Piana), in nero. Oggi, con le clementine a 10 cent a chilo, nessun datore offre più di 20 euro al dì. La paga sindacale sarebbe di 42 euro e 30 cent, spiega Fida. «Lavoriamo poco, forse tre giorni a settimana», recitano in coro dei ragazzi del Burkina faso, raccolti in 24 in un casotto, che almeno ha acqua luce e riscaldamento, da un calabrese con una effimera Coop agricola. «Tra un mese si sbaracca, dobbiamo andare in Puglia». Nel tavoliere a luglio inizia la raccolta dei pomodori, ma in aprile si deve seminare, poi sfogliare e mettere a dimora la pianta. Non finisce mai, la stagione di questi poveri ragazzi, ammucchiati nei loro materassi, uno accosto l’altro. «A me pagano 10 cent a chilo di mandarina – spiega un baffuto piccolo proprietario dal camion carico di cassette, Pietro Muscolo – se dovessi pagarli il giusto, per la produzione spenderei 7 dei 10 cent di ricavo. A chi li pago questi contributi? Allo Stato che poi mi va a pagare le multe delle quote latte dei leghisti?». Con circa 13 euro di contributi, una giornata del bracciante costerebbe 55 euro. «Per gli agricoltori calabresi, noi richiediamo anche un rilancio del settore – aggiunge Fida – creare delle denominazioni tipiche per agrumi e olivi della Piana, altrimenti a questi costi non ha senso produrre»; il succo concentrato si paga al chilo 24 euro a Milano; quello brasiliano 22 e 50. «E brasiliani e argentini sono i migliori succhi al mondo – spiega Fida – ma anemici: le nostre arance calabresi finiscono solo a colorare il succo brasiliano». Non ha sensoa questi prezzi la lotta al lavoro nero. E la lotta per la terra. «I piccoli proprietari in Calabria si sono pagati la terra col lavoro, anche da emigrati in Germania. Vogliono produrre;per noi è un punto d’orgoglio; ma è una resistenza disperata: i loro figli non reggeranno». Arriverà il momento in cui gli ulivi centenari saranno soppiantati dal cemento, quandonon sarà più possibile resistere agli speculatori che chiedono più suolo edificabile. Combattere lavoro nero e caporalato in quest’angolo d’Italia èuna forma di resistenza; al cemento. Che si è già mangiata la costa jonica reggina, dove il bergamotto non rendeva più, e ha lasciato il posto a seconde e terze case e mega centri commerciali