Contro la Costituzione escludere la Cgil

09/07/2002




09.07.2002
Contro la Costituzione escludere la Cgil

di 
Felicia Masocco


 Relegando la Cgil fuori dai tavoli negoziali il governo si pone fuori dalla Costituzione. Una lettera a Silvio Berlusconi, mittente il maggiore sindacato italiano, verrà spedita nei prossimi giorni per chiedere quello che dovrebbe essere scontato tra chi «bazzica» i palazzi delle Istituzioni, ovvero che il dettato costituzionale va «scrupolosamente osservato». Anche in quegli articoli in cui si riconosce la funzione e il ruolo della rappresentanza sindacale. Nel giorno in cui il vicepremier Gianfranco Fini conferma la linea-Maroni di voler mettere nell’angolo i rappresentanti di oltre 5 milioni di lavoratori (salvo poi accreditarli per «altre» prove di dialogo sociale che, per carità, non siano su fisco e welfare), la Cgil «formalizza» la missiva al presidente del Consiglio annunciata da Sergio Cofferati in un’intervista all’Unità. Una lettera di contenuto analogo sarà indirizzata alle associazioni di imprese.

È stato Guglielmo Epifani a parlarne al direttivo di Corso d’Italia riunito come da tempo era in programma, ma con un ordine del giorno del tutto diverso da quello per cui era stato convocato cioè l’elezione dello stesso Epifani alla guida della confederazione. Gli avvenimenti e gli sciacalli come è noto hanno imposto a Sergio Cofferati un «supplemento» di mandato: il cambio della guardia è confermato per il 20 settembre e subito dopo, per gli inizi di ottobre il primo sciopero generale senza il Cinese. Qualche giorno più in là e la Cgil taglierà il traguardo dei 5 milioni di firme (questo è l’obiettivo fissato) contro le due deleghe, contro la manomissione dell’articolo 18 e per una politica di estensione dei diritti.

Come si vede gli attacchi e le gravissime minacce di esclusione del sindacato più rappresentativo non ne intaccano la capacità di reazione e bastava ascoltare la relazione del «moderato» Epifani per capire che quella intrapresa sarà una lunga marcia. «Il governo – ha spiegato il vicesegretario della Cgil nel corso di una conferenza stampa – «giura sulla Costituzione», «non si può escludere la più grande organizzazione dal confronto sulle questioni generali solo perché non firma un patto. Se lo si fa è in violazione della Costituzione e si apre un problema formale rilevantissimo».

Un patto bocciato su tutta la linea e non solo perché destruttura i diritti dei lavoratori. La riforma del fisco, per fare un esempio, così come illustrata con le tabelle allegate all’intesa «costa 17mila miliardi di vecchie lire, e non 11mila come indicato dal governo», afferma Epifani. E quindi «delle due l’una: o sono esempi falsi, oppure non sono stati fatti i conti con la necessaria precisione». In ogni caso, resta una grande incertezza su come questa riduzione di Irpef vada a vantaggio dei lavoratori con più basso reddito e dei pensionati. Non convince inoltre l’impegno assunto per la spesa sociale: il testo prende a riferimento il valore della spesa dell’anno precedente e l’impegno è non scendere al di sotto di questa. «Ma se il valore della spesa sociale per il 2003 resta quello del 2001 i conti non tornano, perché la spesa sociale -sottolinea Epifani- cresce con il crescere del Pil, e quest’anno è cresciuta per il solo fatto che in tema di pensioni al minimo sono stati messi 1.700 miliardi». Anche qui la solita «furbizia».

Un patto neocorporativo. Questo è l’intesa siglata venerdì a Palazzo Chigi tra governo, imprese, Cisl e Uil. Un accordo nettamente differente da quelli di concertazione del ’92, del ’93 e del ’98, spiega Epifani, «tende ad escludere chi non lo firma e si basa su un principio di scarsa rappresentatività di chi lo firma». Il problema «democratico» che ne deriva non può essere risolto lasciando al governo la decisione di scegliere chi-rappresenta-chi. E in questo quadro si inserisce l’assenza di una legge sulla rappresentanza in grado di dare sostanza all’articolo 39 della Costituzione. Sono i lavoratori, per la Cgil, che devono esprimersi sul «Patto per l’Italia» come in passato è accaduto per altri accordi. È da loro che deve venire un si o un no.

L’idea non sfiora neanche il leader della Cisl Savino Pezzotta, «la Cisl è un sindacato di associazione; Io rispondo solo ai miei iscritti e che mi pagano», ha detto e ha ricordato che la Cisl «si è sempre opposta» alla legge sulla rappresentanza sindacale «perché è sempre un modo di far passare idee egemoniche». Quanto all’esclusione della Cgil dai tavoli, Pezzotta è del parere che «tutte le parti sociali devono essere invitate». «Il problema a questo punto è della Cgil -aggiunge -. I tavoli sono frutto di un patto cui non ha aderito e partecipare significherebbe implicitamente accettare l’accordo». Insomma per Pezzotta è un problema della Cgil. La sua linea, la sigla apposta al Patto, ieri ha avuto il via libera da tutto l’esecutivo di via Po, compresi i metalmeccanici e i bancari che in una prima consultazione avevano posto serie riserve. Oggi la parola spetta al Consiglio generale allargato che salvo colpi di scena darà a Pezzotta il «passi» alla firma definitiva.

In casa Uil la direzione riunita ieri ha deciso una consultazione che coinvolga tutte le strutture territoriali e, sulla base di quei risultati, un Comitato centrale, convocato per il prossimo 23 luglio, che esprima un giudizio definitivo sull’intesa. Sull’opportunità di consultare tutti i lavoratori, il segretario generale della Uil risponde di essere d’accordo con la Cgil, «ma deve essere una cosa seria». Per Angeletti i lavoratori andrebbero sentiti per ogni decisione, scioperi compresi: «Questa è una posizione seria altrimenti è una specie di sindrome dell’impotente».